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Critica della ragione postcoloniale

Gayatri Chakravorty Spivak

Nel 1926, una giovanissima attivista del movimento per l’indipendenza indiana, Bhuba-neswari Bhaduri, si suicidò a Calcutta senza apparente spiegazione. Le era stato affidato un assassinio politico che non era riuscita a eseguire e così si uccise lei, ma per farlo aspettò i giorni delle sue mestruazioni, per evitare che il suo atto venisse interpretato come un suicidio di stampo “tradizionale” per una gravidanza illecita. Un secolo prima, intorno al 1820, tra le colline di Sirmur, nel basso Himalaya, visse una Rani, una regina, sposata a un Rajah spodestato dagli inglesi, la quale intendeva compiere il rituale sati, il suicidio delle vedove, nonostante il marito fosse ancora in vita. I britannici, come emissari dell’Europa “civilizzatrice”, si sentirono in dovere di convincerla a non compiere questo gesto “barbaro”. La Rani di Sirmur non divenne mai una sati. Sono due immagini di donne che Gayatri Chakravorty Spivak ci mostra in questo libro: le loro storie, irrappresentabili e insolubili, potrebbero farci pensare a fatti molto vicini ai nostri giorni, a terroriste che si fanno esplodere, a chador negati o reclamati, alla “missione civilizzatrice” dell’Occidente. E ancora: alle forme dello sfruttamento sparse nel globo, al senso di una parola come “civiltà”, di un tempo come il “presente”. In dissolvenza… Nei quattro capitoli che compongono il vo-lume, autorevolmente intitolati “Filosofia”, “Letteratura”, “Storia”, “Cultura”, si compie il passaggio dagli studi del discorso coloniale agli studi culturali transnazionali e si focalizza la figura dell’“Informante nativo”. Il “postcoloniale” è l’ambito teorico e d’azione che ripensa i dispositivi del sapere e le cartografie del potere muovendosi in un andirivieni storico e narrativo, ricercando nel passato e nel presente, nei testi della cultura e nei segni dell’immaginario, i fondamenti di quella che Spivak definisce “violenza epistemica” del colonialismo e dell’imperialismo. La critica della ragione postcoloniale mette però tra parentesi la stessa etichetta “postcoloniale”, ne rovescia come un guanto le stesse possibili e pericolose incrostazioni come stereotipo, ne rifiuta le benevolenze consolatorie che oggi riempiono le accademie e i progetti umanitari globali del capitalismo multinazionale. Spivak si schiera così dalla parte dell’odierno attivismo antiglobalista, delle battaglie per la giustizia ecologica, ambientale e riproduttiva, che dal Terzo e dal Quarto mondo chiamano in causa le metropoli. Il volume contiene, tradotto per la prima volta in italiano e qui rivisto e discusso, il celebre saggio I subalterni possono parlare?

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