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Quando il corpo è delle altre. Retoriche della pietà e umanitarismo-spettacolo

Michela Fusaschi

Giù le mani dal corpo delle donne, recitava uno storico slogan femminista, rivendicando il diritto di disporre di sé senza ingerenze di sorta. Un’istanza a cui sembra dar voce l’Organizzazione mondiale della sanità, quando vieta le cosiddette mutilazioni genitali femminili (Mgf), ancora praticate in altri universi socioculturali, in particolare – ma non solo – in Africa. Mentre tali pratiche suscitano indignazione, non viene sanzionata la chirurgia estatica intima, che in Occidente assume un rilievo via via crescente, spesso in assenza di una significativa letteratura medica che ne esamini la criticità. Il corpo non si tocca, ma lo si può impunemente ritoccare. Se la violenza di clitoridectomia, escissione e infibulazione risulta inaccettabile, l’imenoplastica e le varie forme di ringiovanimento vaginale operate dal bisturi o dal laser appaiono invece consapevoli esercizi di autodeterminazione. Già, perché il corpo oltraggiato è sempre quello delle Altre, sottolinea Michela Fusaschi in un saggio che non fa sconti alla nostra miopia travestita da retorica umanitaria. Dalla prospettiva transculturale in cui Fusaschi si colloca, si vede con chiarezza quanto l’integrità del corpo femminile sia giudicata a seconda dell’immaginario di riferimento: il nostro, ipertecnologico, ritiene una brutale prevaricazione solo ciò che accade in contesti dichiarati «arretrati». Così non riesce neppure a supporre che esistano, in quei contesti, manipolazioni non mutilanti, come dimostrano le dinamiche rwandesi di costruzione dell’identità di genere. E soprattutto non coglie la menzogna dei propri, compiaciuti buoni sentimenti.

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