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Amazzonia, il verde e l’oro. Incontro con la poetessa Márcia Theóphilo

«Dentro di me, io mi sento il testimone della foresta. L’ho vista quando ero piccola e ho visto come è stata distrutta in meno di sessant’anni. Prima era così forte che anche se arrivavano i grandi imprenditori con l’audacia del costruire, la foresta mangiava, mangiava tutto, il verde mangiava tutto, il verde era potente. Adesso no, la tecnologia è avanzata di molto e in questi ultimi sessant’anni è stata veramente potente, portando distruzione e devastazione. Alcuni posti, io, non voglio più vederli, perché devo conservare l’immagine della bellezza della foresta per poter cantare ancora più forte la memoria di quello che la foresta tra vent’anni non sarà più». La foresta è quella amazzonica e le parole sono di Márcia Theóphilo, la poetessa brasiliana che l’ha messa al centro di tutta la sua appassionata attività sia di lirica narratrice dei miti degli indios sia di studiosa (antropologa) del patrimonio naturale e culturale, unendo poesia, documentazione scientifica e impegno politico. Proponiamo di seguito alcuni stralci del suo intervento in un incontro durante il quale ha raccontato quanto ha realizzato finora e i progetti a cui attualmente sta lavorando: «Questa è la mia vita. La mia vita è inventariare le parole della foresta. Adesso io devo fare qualcosa che gli altri non possono fare, ossia di entrare nell’anima della mia nonna paterna, sciamano della foresta, che mi sia da guida e che mi dia la possibilità di creare l’emozione e di sensibilizzare il mondo per tentare di salvare la foresta. Questo è il mio compito».

Amazzonia, il verde e l’oro. Incontro con la poetessa Márcia Theóphilo, con la presentazione della prof. Silvana Serafin (presidente di Oltreoceano), Università di Udine, Palazzo Antonini, 1° febbraio 2012.

In collaborazione con ‘Oltreoceano-Centro Internazionale Letterature Migranti’ (Università di Udine) e l’Associazione culturale Euritmica di Udine.

L’incontro è stato presentato dalla prof. Silvana Serafin, di cui riportiamo l’introduzione contenente un profilo, non solo biografico, di Márcia Theóphilo.

Márcia Theóphilo è una personalità di grande rilievo internazionale, lo dimostrano i numerosi premi ricevuti per la sua opera poetica che la annovera tra i grandi interpreti contemporanei a tal punto che, nel 2009, è stata invitata in qualità di Membro Onorario a far parte dell’Accademia mondiale della Poesia. Non è un caso se il suo nome appare nella lista di candidatura al premio Nobel.

Una poesia la sua che offre un contributo originale e di sicuro interesse. Originale non esclusivamente nel senso romantico del termine, ma di ‘origine’ – in quanto ella trae la propria specificità dall’interno di sé –, dalla particolare percezione pittorico-musicale della natura, dalla lingua, dall’educazione, dalle letture… ; in poche parole dalla paideia individuale. La nonna paterna india che viveva in Acre, Amazzonia, è stata la prima persona a renderla partecipe della magia della foresta, dei suoi miti, della visione di un fiume che scorre incessantemente, del sussurro del vento, della mutevolezza della luna; ciò le ha permesso di fare propri i suoni della natura in una totale consustanzialità con l’ambiente.

Un sapere antico, la cui coscienza è sempre stata mantenuta viva dal padre che le ha trasmesso amore e entusiasmo profondi per quell’universo verde. Da qui il costante impegno di salvaguardare il patrimonio naturale e culturale della foresta, di denunciarne la distruzione; per tale impegno dal 2007 fa parte del Comitato Etico – Scientifico di “Foreste per sempre” e dal 2010, in qualità di testimonial, è membro della Commissione Nazionale Italiana dell’UNESCO a favore della biodiversità e dello sviluppo sostenibile. Tuttavia, è proprio a causa di questo impegno, che è costretta all’esilio: nel 1972 Márcia Theóphilo abbandona il Brasile, in cui ha sempre svolto attività di diffusione culturale grazie al suo lavoro di giornalista, e si trasferisce a Roma dove svolge e continua a svolgere un’intensa attività d’ intercambio culturale tra Italia e Brasile, organizzando molteplici incontri internazionali. Un’attività che non le ha impedito di pubblicare, accanto a saggi critici e a piéce teatrale, la sua opera poetica: nel rompere il ‘silenzio’ facendo sentire la voce dell’anima, ella prende contatto con la realtà che la circonda, operando, attraverso la parola, un processo di differenziazione, d’identificazione, di comunione, di realizzazione del soggetto.

Dei suoi molteplici libri di poesia ricordo le sillogi:

“Siamo pensiero”, “Basta che parlino le voci” e “Canções de Outono” apparse tra il 1973 e il 1979;

“Catuetê Curupira” che vince il premio“Minerva” 1983 e “O rio, o pássaro e as nuvens/Il fiume, l’uccello e le nuvole” publicate tra il 1983 e il 1991;

“Io canto l’Amazzonia/ Eu canto Amazonas”, “Os meninos jaguar/ I bambini giaguaro” patrocinato dal W.W.F. Italia, che vince il premio Fregene 1996; “Kupahuba –albero dello Spirito Santo” che vince il premio “San’Egidio” 2000; “Foresta mio dizionario” che vince il premio Nazionale Histonium 2003 e il premio “Parco Majella” 2003, apparsi tra il 1991 e il 2003.

La sua produzione poetica testimonia l’evoluzione di una costante passione in grado di trasformare l’esperienza di metamorfosi e di cambiamento in linguaggio. Di grande intensità è l’afflato poetico che connota le intere raccolte, frutto di un’ispirazione autentica, di una lingua individuale che si è definita via via attraverso il proprio vissuto. Sapientemente elaborata e ri-costruita, essa contiene in sé, nelle variazioni pittoriche e sonore, nella sua duttilità al ritmo metrico, quella vis capace di ricuperare il passato in un presente che ha sapore d’eterno. Emerge, pertanto, un profondo senso della tradizione intesa nel suo significato più ampio di trasmissione (tradere) della conoscenza, del valore della persona, della memoria.

Dalla complessa e sapiente unità estetica emergono la verità poetica, intesa come sapere per la vita, e il particolare approccio della poetessa con la natura, vissuta in simbiosi tale da renderla messaggio intimo. Pertanto, la bellezza del paesaggio pervaso di sentimento panico, viene progressivamente assorbita e interiorizzata per poi espandersi al di fuori di sé. Da qui, palesi sono i segnali della sua soggettività disseminati nei testi e la profonda carica affettiva di aggettivi e di verbi. Non a caso la poetessa ricorre ai suoni, ai colori e alle figurazioni per descrivere, per evocare, per produrre emozioni generando sempre nuove sensazioni, sollecitando l’immaginazione ed innalzando un canto alla bellezza della natura da salvaguardare. Una realtà che si converte in un autentico mondo primigenio, custode di valori positivi, resi palpabili dalla profonda coscienza collettiva dei miti, dall’individuale stato di innocenza, da una vita che pulsa al ritmo primordiale del cosmo in un tripudio di luci, di colori, di musicalità che evidenziano il lirismo stessa della vita. Ciò conferma il valore della poesia come ‘luogo’ di bellezza, di speranza e di eternità.

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