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Il femminismo come filosofia e pratica di cambiamento

L’intervista con Anna Maria Crispino e Bia Sarasini

In questo ultimo anno sono tornate a riempirsi le piazze, quelle della primavera araba e degli ‘indignados’ spagnoli, ma anche quelle di Santiago del Cile, di Atene, di Londra e di Tel Aviv. In tutte, si è chiesto – e si continua a chiedere – libertà, giustizia ed eguaglianza. In Italia, a protestare sono stati i giovani per il diritto allo studio, i precari per quello al lavoro e tanti cittadini a difesa dei beni comuni. Il 13 febbraio scorso, in piazza, sono scese anche più di un milione di donne: hanno manifestato contro l’immagine stereotipata della donna che ne danno i media mainstream, la pubblicità e i salotti del potere. Alla mobilitazione, che si raccoglieva sotto il motto ‘Se non ora quando’ hanno aderito in molte, anche se in tante vi hanno partecipato con motivazioni diverse da quelle pensate e proposte dalle organizzatrici. Ne abbiamo parlato con due rappresentanti storiche del femminismo italiano, Bia Sarasini e Anna Maria Crispino, alle quali abbiamo chiesto, se a loro avviso, ci siano delle relazione tra i contenuti della protesta e le istanze del pensiero femminista. Era ora di svegliarsi e di uscire dal silenzio, come alcune sostenevano (la sveglia era infatti stata presa come simbolo) o c’era già una parola delle donne, purtroppo inascoltata, che a partire da affermazioni come ‘il personale è politico’ da più di trent’anni sostiene che solo un’impostazione diversa delle relazioni sociali può contrapporsi alla mentalità patriarcale e maschilista? Del femminismo, infatti, si può parlare in termini sia di rivoluzione che di filosofia. In entrambi i casi, il punto di partenza è sempre stato quello della ‘pratica’, attraverso la quale arrivare poi a un pensiero. Come filosofia, ha contribuito a una rilettura del nostro contesto storico e sociale attraverso l’introduzione di nuove ‘nominazioni’ della realtà e di nuove categorie di analisi. Dotarsi di un linguaggio, infatti, è il primo passo per capire e interpretare il mondo, anche se il linguaggio può essere sì il ‘link’ che collega, unisce, crea relazioni ma allo stesso modo può anche essere uno strumento che divide, distanzia, esclude. Per quanto riguarda l’introduzione di nuove categorie di analisi, è al femminismo che si deve, per esempio quella del gender, che ha messo in discussione ruoli e identità tipici della famiglia tradizionale, cogliendo prima di altri e soprattutto della politica i segnali di evoluzione e di cambiamento ormai molto diffusi nelle società di oggi. Oltre al gender, come categoria d’analisi, ce ne sono altre, come quella storica della differenza o quella del nomadismo, che hanno aperto ad altri approcci e modi di pensiero.

Nei suoi rapporti con il presente, il femminismo, in quanto movimento, è sempre stato in prima linea nella lotta per il raggiungimento di alcuni diritti fondamentali, rimanendo tuttavia sempre al di fuori delle istituzioni. Entrarci sarebbe significato aver a che fare con forme di potere di natura patriarcale. Oggi che il principio di rappresentanza e lo stesso ruolo dei partiti sono in crisi, sono proprio i movimenti e i tanti gruppi di azione che, da una nicchia, al margine e al di fuori del circuito che ‘conta’, pensano, propongono e creano altri mondi possibili. Come abbiamo detto, in questo anno di rivolte la primavera araba ha avuto un posto di rilievo: le proteste per l’aumento del prezzo del pane e i social network sono stati indicati come i fattori intorno ai quali sono nate e si sono sviluppate. Bisogna però anche ricordare che da anni le donne di queste aree geografiche, dall’Algeria alla Mesopotamia, hanno avuto un ruolo fondamentale nella lotta contro il potere e le varie dittature islamiche. Nel mondo musulmano esistono oggi prevalentemente due correnti del movimento delle donne. Un femminismo islamico che propone una rilettura del Corano sostenendo che le interpretazioni ufficiali tradiscono il messaggio divino di giustizia di genere e di uguaglianza e un femminismo laico che si pone al di fuori della religione. I rapporti tra femminismo e religione non sono nuovi e anche in Occidente sono stati reinterpretati allargando il concetto di divinità, sottraendolo all’autorità maschile che ne ha sempre dato una versione misogina e patriarcale.

Anna Maria Crispino, giornalista e critica letteraria, si occupa prevalentemente di cultura delle donne nel contesto italiano e internazionale. Ha ideato la rivista ‘Leggendaria. Libri, letture, linguaggi’ che dirige dal 1987. È tra le socie fondatrici della Società Italiana delle Letterate (SIL), di cui è stata vicepresidente e presidente.

Bia Sarasini, giornalista culturale, consulente editoriale e saggista, ha scritto e condotto programmi a Radiotre. È stata direttora di ‘Noidonne’. Ha collaborato/collabora con diverse testate, tra cui ‘Il Manifesto’, ‘Specchio’, ‘Il Foglio’ e ‘Il Secolo XIX’. Con altri ha fondato il sito DeA- www.donnealtri.it. Cura il sito www.societadelleletterate.it. È nella redazione di ‘Leggendaria’.

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