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Dopo lo scarto l’abbandono?

di Ugo Leone

La dismissione
La presente società dell’usa e getta provoca un problema di smaltimento dei rifiuti di gravità per lo meno proporzionale alla quantità di ciò che viene rifiutato, scartato. Ma, da qualche tempo, si fa strada l’opportunità di distinguere gli scarti dal punto di vista qualitativo e, quando possibile, di riutilizzarne, riciclandole, alcune componenti merceologiche.
Se si amplia il concetto di rifiuto, comprendendovi non solo, come ricorrentemente si fa, i rifiuti solidi urbani, ma anche tutto ciò che non ritenendosi più utilizzabile viene scartato e abbandonato, le implicazioni diventano non soltanto più numerose, ma soprattutto più interessanti.
È quanto avviene da quando sono entrati in questo grande contenitore soprattutto stabilimenti ed aree ex industriali dando luogo a quel fenomeno noto come ‘dismissione’. Un fenomeno che, a sua volta, ne innesca altri due: recupero e bonifica dei siti da riutilizzare.
‘Dismissione’ è proprio un termine che dà il senso del rifiuto, dell’abbandono, del ‘non serve più’. Ma riferito ad un’area, a un impianto industriale o ad altro, dà a queste realtà le interessanti potenzialità insite nei concetti di recupero, riuso, rilancio, rigenerazione.

Sulle modalità e gli obiettivi del recupero e di quello che viene opportunamente definito il ‘riempimento dei vuoti’, molto si è discusso e si discute ed esiste sull’argomento un’ampia letteratura. Comunque, quale che sia l’approccio che si vuole avere al tema della dismissione, penso sia possibile affermare che essa costituisce l’inizio di un processo che porta al recupero e alla riutilizzazione delle aree e dei contenitori non più adoperati secondo le loro originarie destinazioni d’uso. Ma senza trascurare, come ha scritto Alberto Magnaghi, che «primo atto di rinascita di un luogo è un atto conoscitivo: il recupero di sapienza ambientale ricostruisce gli abitanti … ma solo chi abita un luogo può ricostruire sapienza ambientale … la rinascita dei luoghi attraverso queste pratiche richiede un forte autoriconoscimento della comunità insediata».

In Italia cominciano ad essere molti i casi di aree e contenitori dismessi e gli esempi di recupero a nuove funzioni. Naturalmente ciò avviene soprattutto nelle aree industriali del ‘triangolo’ Milano-Torino-Genova, ma da una decina d’anni anche nella maggiore città del Mezzogiorno – Napoli – che ha ormai dismesso tutti i grandi impianti di base – siderurgico, cementiero, petrolifero – ad ovest (Bagnoli-Coroglio) e ad est (San Giovanni a Teduccio) della città. In entrambi i casi si tratta di superfici di grande estensione che sono al centro di altrettanto grandi progetti di bonifica, recupero e riutilizzo e oggetto di interventi di sistemazione e riuso da parte del Piano Regolatore Generale della città di Napoli approvato nel 2003. Al momento solo una piccola superficie nell’area di Coroglio-Bagnoli, dove sono stati individuati anche episodi di archeologia industriale, è stata rivitalizzata e riutilizzata con la realizzazione della ‘Città della scienza’. Il resto è tutto ancora da realizzare e, preventivamente, da bonificare.

Vecchia industria e nuovi paesaggi napoletani
Dunque anche l’economia industriale napoletana e il paesaggio che la rappresenta, sembrerebbero caratterizzati da un aspetto proprio dei paesi industrializzati: la dismissione di vecchi impianti industriali e delle aree nei quali si sono sviluppati. L’anomalia napoletana, però, sta nel fatto che la dismissione che ha riguardato le grosse industrie di base ad ovest e ad est della città, ha coinvolto nel processo non parte ma, praticamente, tutto l’apparato industriale napoletano. E questo è avvenuto a cento anni dall’8 luglio 1904 quando fu varata la legge n. 351 finalizzata ad elargire «provvedimenti per il risorgimento economico della città di Napoli».

Capo del Governo era Giolitti, ma la legge fu fortemente voluta dal parlamentare lucano Francesco Saverio Nitti che già due anni prima, riflettendo sulle condizioni per lo sviluppo industriale di Napoli, scriveva che non vi è altra città che, come Napoli, «d’ogni parte sia circoscritta, anzi compressa». Nella visione di Nitti si trattava di una vera «corona di spine che recinge Napoli» città la quale «chiusa ad ovest, a nord e a sud dalle colline e dal mare, non potrebbe svilupparsi che ad est: ma ad est, bruscamente, ove la popolazione è più densa, il comune di Napoli finisce e comincia tutta una serie di comuni, con ordinamenti diversi, con diversi e spesso opposti indirizzi. Una serie ininterrotta di case, che da Napoli a Torre del Greco, assume nomi di paesi differenti».

L’area individuata da Nitti è quella che oggi, estendendosi sino a Pozzuoli verso ovest e sino a Castellammare verso est, si definisce «conurbazione costiera napoletana»: una ben più densamente popolata ‘corona di spine’ nella quale si sono progressivamente addensati e sovrapposti vie di comunicazione, l’agricoltura più ricca, alcuni tra i più importanti episodi di ‘turismo maturo’ e i più importanti insediamenti industriali della regione.

Questi insediamenti, concentrati proprio ad ovest (l’area industriale di Bagnoli-Coroglio con lo stabilimento siderurgico, il cementificio ed altri episodi industriali ‘minori’) e ad est (San Giovanni a Teduccio con la raffineria di petrolio e il polo petrolchimico) hanno costituito un’ulteriore corona intorno a Napoli. Una corona che è difficile definire solo ‘di spine’ se si pensa all’importante ruolo che l’industria napoletana ha svolto nell’economia e nella società napoletane. È più agevole parlare di spine, invece, se si pensa al ruolo che quelle stesse industrie hanno svolto nel peggioramento della qualità dell’ambiente e dei livelli di sicurezza dei cittadini residenti nelle vicinanze delle aree industriali. Tuttavia oggi, come dicevo, quelle aree sono dismesse: le industrie hanno chiuso, l’ambiente ne risulta automaticamente più pulito e il territorio più sicuro, la disoccupazione è cresciuta.

Questa è, molto sinteticamente, la situazione della ‘vecchia industria’ napoletana il cui forzato abbandono propone gravi problemi sociali, ha ‘risolto’ annosi problemi ambientali, prospetta importanti iniziative di recupero e, prioritariamente, di bonifica.

Dalla dismissione alla bonifica
Bonifica è il momento successivo alla dismissione. Se dismettere non significa abbandonare, ma implica propositi e progetti di recupero e riutilizzazione, molto spesso queste operazioni passano per il momento quasi obbligato della bonifica dei siti inutilizzati. Soprattutto quando questi erano precedentemente utilizzati a scopo industriale.

In genere gli insediamenti industriali dismessi sono sorgenti di potenziale contaminazione perché spesso il blocco temporaneo o definitivo delle attività produttive comporta l’abbandono, all’interno degli stabilimenti, anche di materiali inquinanti. Per questi motivi il problema della riutilizzazione delle aree industriali dismesse è di importanza prioritaria sia in termini di salvaguardia dell’ambiente che in termini di sviluppo economico compatibile con il mantenimento di una buona qualità ambientale.

In queste aree dismesse, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si registrano oltre 800 morti all’anno, con un trend che non accenna a diminuire. Il dato è significativo dell’esistenza di un importante problema di sanità pubblica nelle aree a rischio che suggerisce l’opportunità di interventi di risanamento ambientale e programmi di monitoraggio sanitario per la popolazione. Urgente è quindi l’esigenza di uscire dalla lunga ‘stagione dei veleni’ che ha lasciato in eredità aree minerarie, centri siderurgici, complessi chimici e petrolchimici con un carico ad elevatissimo rischio di contaminazione.
Se dunque la dismissione è l’inizio di un processo di recupero, vi è tuttavia un ulteriore passaggio obbligato per realizzare l’obiettivo ed è, appunto, la bonifica dei siti.

Ma vi sono anche casi nei quali, indipendentemente dalle dismissioni industriali e dalle riutilizzazioni, lo stato dei luoghi è talmente degradato e pericoloso da rendere comunque obbligatori interventi di bonifica: dal Veneto (Porto Marghera) alla Sicilia (Priolo) l’Italia è piena di bombe ancora innescate che impongono, appunto, il disinnesco.

Un caso particolarmente emblematico è quello studiato da gruppo di ricercatori in un’indagine sulle cause di mortalità in un’area della Campania caratterizzata dalla presenza di un rilevante numero di discariche di rifiuti. Lo studio pubblicato su «Epidemiologia e prevenzione» è di grandissimo interesse soprattutto per i nessi di causa ed effetto che consente di ‘intravedere’ tra mortalità e presenze sospette di sostanze inquinanti.
L’area in questione, in provincia di Napoli, è compresa tra i comuni di Giugliano in Campania, Qualiano e Villaricca. Si tratta di un’area fortemente urbanizzata nella quale risiedono 150.000 abitanti. Al suo interno si è realizzata la più recente espansione di Napoli verso nord-ovest e vi è stata accertata la presenza di discariche abusive in molte delle quali, come si legge nell’indagine, «si ha la consuetudine di incenerire» e di siti inquinati «per la diffusa pratica dell’interramento di rifiuti industriali». Sono ben 39 i siti di discarica complessivamente censiti e in 27 di questi è presumibile la presenza di rifiuti pericolosi. In questa stessa area «la mortalità per tumori è risultata significativamente accresciuta con particolare riferimento ai tumori maligni di polmone, pleura, laringe, vescica, fegato ed encefalo. Anche le malattie circolatorie sono significativamente in eccesso e il diabete mostra alcuni aumenti».

Questo il quadro sintetico. Stabilire immediatamente nessi di causa ed effetto viene considerato azzardato, ma se a Giugliano la mortalità per tumori è superiore del 7% rispetto alla media della Campania (+ 8% per i tumori allo stomaco, +25% per quelli alla laringe, +22% per trachea, bronchi e polmoni, +168% per il maligno della pleura) e se percentuali analoghe sono riscontrate per Qualiano e Villaricca, bisogna non solo chiedersi, ma anche spiegare perché. E bisogna pur chiedersi perché questi tassi sono ancora superiori per le donne.

Lo studio in questione non dà risposte e non era suo compito darne. Gli autori dicono ‘solo’ che nel lavoro «vengono forniti elementi per meglio mirare studi di seconda generazione, basati su una migliore valutazione dell’esposizione e sull’uso di sistemi informativi sanitari complementari all’analisi di mortalità».
Tuttavia, con un approccio scientificamente meno corretto, si può dire che anni di massacro del territorio e dell’ambiente sono la risposta più agevole ai quesiti emersi dai risultati dell’indagine. Il che propone anche come compito non differibile la necessità di intervenire con opere di bonifica che fermino le morti e ridiano sicurezza al territorio e vivibilità all’ambiente.

In un’area di ben altra massiccia industrializzazione e urbanizzazione, come la Ruhr in Germania, ci sono riusciti. In questa regione (4.432 kmq di superficie, oltre 6 milioni di abitanti, 142 miniere di carbone, 31 porti industriali fluviali; 1.400 km di autostrade e tangenziali) per contrastare i fenomeni di progressivo declino economico e di fortissimo inquinamento ambientale, nel 1989 alcuni comuni si consorziarono per dar vita ad una importante operazione di risanamento del territorio. Dopo quindici anni l’operazione si può dire pienamente riuscita. E l’esempio più rilevante consiste nel Parco Paesistico di 320 kmq, distribuito lungo gli 800 kmq del territorio fluviale dell’Emscher. L’Emscher era in origine un fiume canalizzato e usato come fogna a cielo aperto per la zona industriale. La sua riconversione a parco – in un contesto caratterizzato da fabbriche e miniere dismesse, colline di scorie industriali, fasci ferroviari e stradali, fiumi trasformati in fogne a cielo aperto, elevati livelli di inquinamento atmosferico, sviluppo urbanistico disordinato, tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa – è diventata simbolo dell’intervento di trasformazione dell’ex bacino industriale della Ruhr.

Quanto questa esperienza sia un modello proponibile lungo lo stesso itinerario percorso in Germania può essere oggetto di discussione; ma sono fuori discussione la necessità degli interventi e la possibilità di realizzarli con successo, come attesta il modello tedesco.

© Riproduzione riservata

Ugo Leone

Ugo Leone, già docente di Politica dell’ambiente presso l’Università di Napoli Federico II, è presidente del Parco nazionale del Vesuvio. Tra le sue pubblicazioni 'La sicurezza fa chiasso' (Guida, Napoli 2004), 'Beni ambientali', 'Sicurezza ambientale' e 'Trasporti' (Guida, Napoli 2006).

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