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Etologia: l’abbandono e l’adozione

di Elisabetta Visalberghi

Nel graziosissimo cartone animato della Walt Disney intitolato Lilo e Stitch, un piccolo alieno cattivo diventa buono entrando a far parte di una famiglia disastrata, con beneficio di entrambi. Nel cartone viene più volte ripetuto che appartenere a una famiglia significa non essere soli e abbandonati. Grande verità, anche perché un nucleo familiare può anche essere costituito dalla sola madre, o da chi ne fa le veci. Per comprendere a pieno il fenomeno dell’adozione occorre ricordare che per un mammifero neonato mantenere il contatto con il genitore è questione di vita o di morte. Inoltre, quanto più una specie è evoluta e complessa, tanto più l’abbandono ne compromette il normale sviluppo psicologico. Non sorprende dunque che si siano evoluti meccanismi per evitare che un piccolo venga abbandonato o, nel caso in cui ciò avvenga, ne favoriscano l’adozione.

Parecchi anni fa mi è capitato di dover allevare un macaco abbandonato alla nascita dalla madre. Il piccolo viveva aggrappato ad una stoffa di finta pelliccia che mi portavo addosso; era sufficiente dargli il latte ogni poche ore e pulirlo perché il nostro rapporto andasse a gonfie vele, sino a quando – una volta cresciuto e svezzato – è tornato a vivere con altre scimmie della sua specie. Da questa esperienza ho imparato a non andare più alla stazione, o all’aeroporto, a salutare qualcuno che parte, vado solo agli arrivi. Vi spiego subito il nesso logico fra questi eventi.

Per uno scimmiotto il costante contatto con la madre è fondamentale per la sopravvivenza e fungendo da mamma scimmia era per me impossibile assentarmi, anche solo per pochi minuti, senza scatenare una reazione di disperazione che ci lasciava ambedue sfiniti. Al tentativo di lasciarlo al sicuro aggrappato alla sua stoffa e di allontanarmi in fretta, la scimmia reagiva aggrappandosi a me ancora più forte e, se non ci riusciva, entrava in uno stato di agitazione e disperazione che mi straziava il cuore. Lo staccarsi da me, il vedermi allontanare, era un qualcosa di psicologicamente ingestibile dal suo punto di vista: eravamo un tutt’uno e tale dovevamo restare. Solo lei, man mano che le sue capacità di locomozione autonoma si sviluppavano, poteva prendere l’iniziativa e allontanarsi. Prima di chiedermi il perché di queste differenze di ‘diritti’, ho cercato una soluzione pratica al problema. Così ho scoperto che se prima di allontanarmi avvoltolavo lo scimmiotto in un asciugamano in modo tale che non mi vedesse andare via, quando poco dopo si districava e faceva capolino dal fagotto era tranquillo anche se io non c’ero più. Era solo, ma non traumatizzato. Il trauma era nel sentirmi allontanare, nel vedermi andare via. Ecco perché la percezione dell’addio può essere più ‘emotivamente carica’ della lontananza stessa.

Ma passiamo all’adozione, il processo che può rimediare all’abbandono, e che consiste nel fornire cure parentali da parte di individui che non sono i genitori biologici del piccolo. L’adozione, presente in molte specie di vertebrati e in particolar modo negli uccelli e nei mammiferi, è resa possibile dal fatto che i piccoli emettono segnali che scatenano – soprattutto negli adulti che si trovano in particolari stati ormonali – risposte di cura e protezione.

Questa spinta a svolgere cure materne è particolarmente forte in adulti (soprattutto se femmine) che hanno perso la propria prole. In questi casi si può anche arrivare al furto di prole altrui: per esempio, una pinguina che ha perso i piccoli può aggirarsi fra i pulcini delle altre covate e tentare di farli propri. Nei primati non umani si osserva una maggiore predisposizione all’adozione nelle femmine che sono diventate madri da poco, o che lo stanno per diventare; queste femmine sono pronte sia a livello ormonale che a livello comportamentale ad accettare piccoli abbandonati sia nel caso in cui il loro sia morto sia, più raramente, nel caso in cui il loro sia vivo. In queste specie l’ormone prolattina svolge un ruolo molto importante nel favorire le cure parentali e nel promuovere il processo di adozione, che avviene in genere nelle prime settimane dopo il parto e spesso riguarda piccoli di età simile al proprio.

Nel 1995 Paco Bertolani e Chloé Cipolletta hanno osservato un possibile caso di adozione negli scimpanzè del Parco Nazionale di Taï in Costa d’Avorio. Nel gruppo, che dopo mesi e mesi si era abituato alla presenza dei ricercatori, avevano notato che Tita, una femmina adulta, oltre ad una figlia ormai grandicella, trasportava e allattava due piccoli: Totem e Taboo. Nessuno poteva sapere se questi piccoli fossero gemelli e ambedue figli suoi, oppure se uno dei due fosse stato adottato. Per scoprirlo era necessario diventare detective e usare indizi indiretti. Così Bertolani e Cipolletta iniziarono a studiare sistematicamente il loro comportamento.

I piccoli erano di dimensioni leggermente differenti; Totem era più grande e mostrava un più avanzato livello di sviluppo motorio. Ma ciò poteva essere imputato ad un qualche motivo esterno (malattia, ferita…) che avesse ritardato lo sviluppo di uno dei gemelli, oppure al fatto che si trattasse di gemelli non omozigoti, o anche al fatto che uno fosse più giovane di alcuni mesi e quindi adottato. Altri elementi raccolti durante le sessanta ore totali di osservazione continua dei piccoli erano decisamente a favore di questa ultima ipotesi. Sebbene stimare l’età di un piccolo cresciuto in natura sia sempre piuttosto complicato, fra Totem e Taboo potevano esserci mesi, al massimo un anno di differenza di età; e siccome una femmina partorisce un piccolo circa ogni 4-5 anni, non poteva trattarsi di un suo figlio di poco più grande. Nel caso in cui fossero stati gemelli, quello di maggiori dimensioni avrebbe dovuto aver ricevuto, e ricevere, maggiori cure e attenzioni da parte della madre. Il fatto che capitasse l’esatto contrario, che fosse cioè Taboo ad essere allattato, trasportato e protetto maggiormente, indicava invece che uno dei due era stato adottato. Non solo la mamma agiva diversamente nei loro confronti, ma anche loro si comportavano diversamente. Totem era molto più autonomo e indipendente di Taboo, che ad esempio si allontanava dalla madre solo per giocare. Totem giocava molto poco e stava già imparando ad usare strumenti per procacciarsi il cibo, mentre Taboo neanche ci provava. Insomma tutti i dati raccolti erano a favore dell’adozione; ipotesi che anni dopo è stata pienamente confermata dall’analisi del DNA dei due piccoli da cui è risultato che Totem era stato adottato. Nonostante che allattare e curare un figlio sia la forma di investimento materno energeticamente più dispendiosa, nei primati si constata una diffusa tendenza all’adozione. Di recente, ma questa è un’altra storia, abbiamo anche osservato un caso di adozione in natura fra generi diversi (un cebo ha adottato un piccolo di uistitì). Comportamenti tutti questi difficilmente spiegabili sulla base di una rigida applicazione di inviolabili leggi socio-biologiche ma che sono pienamente comprensibili all’interno di un modello complesso e plastico dove il gene non è così ciecamente egoista come propagandato da alcuni biologi, purtroppo di successo.

© Riproduzione riservata

Elisabetta Visalberghi

Elisabetta Visalberghi è etologa e dirigente di ricerca all’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR di Roma. La sua ultima pubblicazione è 'Idee per diventare etologo. Osservare il comportamento degli animali', Zanichelli, Bologna 2006.

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