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L’abbandono dei terreni coltivati

di Pietro Piussi

Il paesaggio rurale europeo ha subito nel corso dell’ultimo secolo, ed in particolare durante gli ultimi cinquant’anni, un forte cambiamento. Numerosi terreni un tempo coltivati o sottoposti al pascolo degli animali domestici non vengono più sfruttati e sono conquistati dalla vegetazione arbustiva o arborea.
Questo processo investe tutti gli Stati europei e numerose zone dell’America settentrionale ed è in stridente contrasto con il processo opposto, la deforestazione, che procede con velocità e su spazi di gran lunga maggiori negli altri continenti. In Italia il rimboschimento spontaneo si manifesta in ogni regione: si assiste alla comparsa di boschi o arbusteti dalle zone di alta montagna, talvolta considerate al di sopra del limite superiore potenziale della vegetazione arborea, fino alle vigne o agli uliveti situati a poche decine di metri sul livello del mare. Va precisato subito, però, che anche in alcune zone dell’Italia, così come in altri Paesi dell’Europa mediterranea, è in corso un processo di desertificazione – ossia di scomparsa non solo della vegetazione ma anche dei terreni, in conseguenza di cattive forme di uso del suolo, di incendi e di condizioni climatiche sfavorevoli – che si manifesta localmente, per ora su modeste superfici, in alcune regioni del Meridione e nelle grandi Isole.

L’azione dell’uomo sulla vegetazione e sul suolo, sia prima che durante la fase iniziale di colonizzazione del terreno da parte della vegetazione legnosa, ha un peso notevole e di lunga durata e condiziona sensibilmente il processo di rimboschimento spontaneo. Quest’ultimo, indicato come un processo di ‘rinaturalizzazione’ del paesaggio, è effettivamente il risultato di una serie di processi naturali, in quanto non più controllati dall’uomo (disseminazione, sopravvivenza del seme e germinazione, affermazione della plantula, competizione con altre specie, predazione), ma ha inizio da una serie di condizioni – assetto della vegetazione e condizioni del terreno – che sono state in larga misura determinate, nel passato, proprio dall’attività dell’uomo ed è quindi da questa stessa attività indirettamente controllato. Di conseguenza è necessario distinguere la ‘naturalità’ del processo successionale dalla ‘non naturalità’ dell’assetto della vegetazione e il termine ‘rinselvatichimento’, per molti sgradevole, è spesso più appropriato per descrivere questa situazione che certamente non conduce alla ricostituzione di ‘boschi primigenii’, come viene talvolta auspicato.

Il rimboschimento spontaneo costituisce un evento di grande portata nella storia dell’uso del suolo: durante molti secoli la crescita della popolazione aveva causato un allargamento delle superfici poste a coltura, non solo con il dissodamento dei boschi, ma anche con le bonifiche di terreni paludosi, il prosciugamento di aree lacustri ed anche, in numerose aree di montagna, con il terrazzamento di terreni ripidi e pietrosi ed il trasporto di terra prelevata altrove sulle superfici piane così ricavate. La comparsa dei ‘boschi di neoformazione’ ha avuto talvolta inizio nella seconda metà dell’Ottocento o nella prima metà del secolo scorso, parallelamente ai grandi fenomeni migratori ed allo sviluppo di attività industriali nelle zone urbane, ma è stata non di rado affiancata, in particolare nell’Italia meridionale, dove la pressione demografica era ancora alta, da operazioni di dissodamento e di messa a coltura di terre boscate. È però solo a partire dagli anni Cinquanta che questo fenomeno, tuttora in atto, si è effettivamente manifestato in forma vistosa in seguito all’abbandono dell’agricoltura, dovuto soprattutto a ragioni economiche, anche se condizioni sociali, eventi bellici e vicende politiche locali hanno contribuito allo spopolamento delle zone rurali. In montagna, invece, i fattori di maggior rilievo nell’evolversi dell’economia sono stati il cambiamento dei sistemi agricoli – con il collasso delle piccole aziende, il diffondersi della meccanizzazione e l’apertura dei mercati – e il declino demografico.
Il ritorno del bosco è stato inizialmente considerato un fatto sostanzialmente positivo in quanto contribuiva a ridurre l’erosione del terreno ed a migliorare la circolazione delle acque: frane ed alluvioni sono una costante nella storia ambientale del nostro paese. La comparsa del bosco significava anche fissazione di carbonio dall’atmosfera, processo positivo se visto alla luce dei cambiamenti determinati dall’effetto serra. Il nuovo bosco costituiva poi una risorsa economica in termini di produzione legnosa, ed infatti i boschi di neoformazione delle prealpi già da tempo sono stati oggetto di utilizzazione – quindi fonte di reddito per i proprietari dei terreni e fonte di lavoro per le imprese boschive – e ormai come boschi vengono considerati sotto il profilo giuridico e vengono gestiti con criteri tecnici.

In realtà la situazione si è rivelata assai più complessa ed articolata. In primo luogo i tempi ed i modi di ricostituzione della vegetazione legnosa sono diversi da un luogo all’altro: a volte non appena cessa la coltura agraria o lo sfalcio del prato si insediano specie che nel giro di dieci o venti anni danno origine ad un popolamento arboreo denso; altre volte, invece, sono gli arbusti ad insediarsi per primi e costituiscono un manto vegetale basso che ostacola l’insediamento degli alberi. D’altra parte la disponibilità di legno non determina automaticamente l’uso della risorsa: spesso i proprietari dei terreni rimboschiti non vivono più nei luoghi dove, in passato, loro o i loro genitori vivevano e coltivavano la terra, oppure sono irreperibili, oppure per motivi economici non sono più interessati alla gestione di piccoli appezzamenti dei quali, talvolta, gli stessi confini non sono più individuabili sul terreno. E non solo: la vegetazione arbustiva è facile esca per gli incendi che possono poi diffondersi più facilmente in un territorio non più percorso da campi arati, sentieri, strade, fossi ed altri spazi che l’attività umana teneva sgombri dalla vegetazione e che quindi costituivano un ostacolo al diffondersi del fuoco.
La diffusione della vegetazione arbustiva ed arborea su terreni occupati da vegetazione erbacea ne provoca la scomparsa e quindi altera anche la fauna ad essa legata. La biodiversità esistente prima del rimboschimento, incentrata principalmente su pascoli, prati, colture di cereali, patate, ma anche su specie arbustive di margine o su alberi da frutto, è in genere il risultato dell’attività antropica; è difficile valutare l’importanza di questo impoverimento, ma anche un turista amante dei fiori può rendersi conto della progressiva contrazione dei pascoli alpini o dei prati falciabili e della loro ricca flora. Se la riduzione dell’erosione, e quindi della portata solida dei corsi d’acqua, è un fatto positivo nelle zone di montagna e nelle pianure sottostanti, nuovi problemi sorgono lungo le coste: alla foce dei fiumi la riduzione del trasporto solido ha cambiato l’equilibrio tra erosione causata dalle onde del mare ed accumulo di materiali solidi trasportati dal fiume contribuendo, insieme ad altri fattori, all’erosione di numerose spiagge ed all’instabilità di insediamenti e infrastrutture presenti lungo le coste.

Il ritorno del bosco si accompagna ad altri sviluppi del paesaggio: numerosi insediamenti rurali vengono abbandonati, si degradano il sistema viario minore, i terreni terrazzati, le opere di sistemazione delle acque. Sono tutti segni del collasso di una società contadina, spesso fortemente ridotta dal declino demografico e dallo spopolamento, con perdite e vantaggi sul piano economico, sociale, affettivo assai difficili da ‘contabilizzare’.
Il rinselvatichimento del territorio comporta un impoverimento del rapporto tra società ed ambiente e, semmai, la nascita di un nuovo rapporto che talvolta viene ideologizzato. Da un lato, alla cessazione delle attività antropiche sul terreno segue una erosione delle conoscenze relative all’uso delle risorse che erano disponibili in passato, dei modi per ottenerle (tecniche colturali, gesti ‘efficaci’), del ruolo che l’ambiente fisico (clima, suolo) svolgeva per la loro riproduzione; seguono anche la scomparsa dei microtoponimi o del loro significato ambientale, della funzione di determinati attrezzi e della maniera per costruirli, talvolta anche della conoscenza sul modo in cui il territorio si è plasmato, con drenaggi, terrazzamenti, spianamenti, spietramenti.
Dall’altro, il ritorno della vegetazione spontanea viene interpretato come il ristabilirsi di un equilibrio naturale che era stato turbato dall’azione dell’uomo; l’impiego da parte dei media di espressioni come ‘natura incontaminata’, ‘sfruttamento dell’ambiente’ e ‘ripristino degli equilibri naturali’ sono un indice dell’atteggiamento (e dell’ignoranza) che la società odierna ha nei riguardi dell’ambiente naturale e della sua storia recente. Se in passato l’eliminazione del bosco tramite il dissodamento o la sua utilizzazione con i tagli era frutto di scelte motivate da considerazioni di tipo produttivo fatte dalla popolazione rurale per ragioni economiche, attualmente la presenza ed il ritorno del bosco vengono valutati, essenzialmente da una popolazione urbana, in relazione a valori diversi come la tutela del suolo, la comparsa di un ambiente simbolo di naturalità o la presenza di uno spazio adatto alla ricreazione. Ma sono quasi assenti informazioni precise sul modo con cui il rinselvatichimento viene percepito dalla società rurale, come ad esempio il modo sofferto con cui la popolazione anziana vive, talvolta, il ritorno del bosco.

L’abbandono colturale ed il rimboschimento spontaneo costituiscono parte della storia delle comunità rurali, ma sono anche realtà con cui le società odierne, rurale e urbana, si confrontano. Il ritorno del bosco è una testimonianza della trasformazione della società italiana nel suo progressivo passaggio ad un assetto industriale e postindustriale. Se il territorio agricolo è lo spazio entro cui si è svolta la vita sociale nei suoi diversi aspetti – rapporti familiari, di lavoro, amicizie – esso è anche un prodotto sociale creato dalle relazioni che si sono stabilite tra le persone e l’ambiente; la trasformazione del paesaggio segna pertanto la cancellazione del documento visivo testimone della storia di una comunità. Alle nuove generazioni che rimangono o subentrano verrà a mancare la visione del contesto spaziale in cui si era sviluppata la vita economica e sociale del passato, e non sapranno più leggere i segni delle attività umane ancora percettibili.

© Riproduzione riservata

Pietro Piussi

Pietro Piussi, docente di Selvicoltura generale presso l’Università di Firenze, si occupa di struttura, funzionalità, storia e gestione di ecosistemi forestali delle regioni alpine e mediterranee.

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