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L’abbandono delle lingue

di Andrea Csillaghy

Quanto gli abbandoni linguistici siano irragionevoli è cosa nota ma inevitabile. L’abbandono nelle cose del corpo è una necessità. L’uomo lascia la sua cacca, cioè abbandona (gr. ant. ta kaká) ‘le cose cattive o inutili’. Gli alberi si liberano delle foglie disidratate e declorofillizzate perché la linfa fugge altrove. Però relativamente alle cose dello spirito si potrebbe dire che questa è una pratica dannosa. Il deposito delle ‘regole di funzionamento del corpo’ è collocato in una struttura cerebrale profonda e permanente (il sistema limbico), poco esposta a modificazioni radicali dall’esterno se non nel lunghissimo periodo adattivo dell’evoluzione. È sedimentata nel genoma. Le cose dello spirito, anche se hanno risonanze profonde e muovono la sfera emotiva limbica, come la paura e il desiderio, albergano sotto forma di abilità cognitive nella parte più alta e complessa della corteccia cerebrale, più esposta a rinnovamenti e reinplementazioni. Tutto ciò che sta in questa zona, o quasi tutto, è soggetto a mutamenti e perfezionamenti secondo le età e le esperienze dell’individuo e della specie o del gruppo cui appartiene. Non occorrono infatti grandi lezioni per imparare a succhiare, mangiare, camminare, gridare o fare all’amore. Ma per parlare, guidare l’auto, scrivere, distinguere e nominare, ogni individuo va dalla mamma o alla scuola guida e così via. Con ogni singolo essere deve rinnovarsi il patrimonio di saperi che costituiranno le abilità governate dalla corteccia, comprese le abilità linguistiche e comunicative. Anche se è trasmessa geneticamente una predisposizione ad acquisirle, ogni singolo impara per suo conto una, due o più lingue e non esiste nessun gene che gliele trasmetta automaticamente. Le lingue sono perciò una cosa un po’ aerea ed eterea che permane sì nella coscienza collettiva, ma questa è a sua volta una entità indefinibile, una sorta di rete o di struttura a macchia di leopardo in cui ogni singolo nodo o nucleo possiede una parte ma non governa o preserva l’insieme, se non nel mondo storico e istituzionale.

L’abbandono della pratica del greco antico e del latino per noi occidentali ed europei è una perdita, dissennata in buona parte, ma di cui nessuno è responsabile se non istituzionalmente.
Non è grave che nessuno sappia più nulla del ratto d’Europa né chi fossero Enea o Lavinia e che le Pleiadi non sono un editore ma personaggi mitologici e Oméro è un poeta e òmero un osso. Tutt’al più si fanno brutte figure nei quiz televisivi. È grave invece che non sappiamo più nulla del perché si mangi in un certo modo, come abbiamo ereditato la cultura del nostro corpo e del nostro spirito e del nostro pensiero dai greci e dai latini. L’abbandono delle lingue è sempre un impoverimento dello spirito, una sua parziale necrosi. I resti del mondo greco-latino continuano a giacere dentro di noi come elementi necrotizzati e inerti. Addirittura quando ripeschiamo termini dall’una e dall’altra lingua (per esempio obliterare il biglietto del tram) ci appaiono come stranezze ingiustificate.

Secondo Benvenuto Terracini, Antoine Meillet o Roman Jakobson la morte di una lingua incomincia con il suo abbandono in un parlante bilingue. Quando un bilingue abbandona una lingua è come se rinunciasse a un’anima in più, perdesse volontariamente o involontariamente un pezzo del suo spirito con quella lingua, sia che la parli con altri, o semplicemente vi legga, o che la parli con se stesso nei suoi monologhi interiori.

Abbiamo forse puntato troppo negli ultimi decenni sulla ‘competenza comunicativa’, a danno della ‘competenza linguistica’ cioè al sapere o conoscere più lingue. Ma la competenza linguistica rimane nella coscienza adulta come un raddoppio dell’anima stessa. Non è vero che in alcune conversazioni più sottili con me stesso – nelle quali prevale sulla disuguaglianza sgangherata dei rapporti e delle noie quotidiane, un governo spirituale e un discorso elegante – il ragionare pulito ed equanime, il dominio di sbigottimenti e ansie, proviene in questa biblioteca dove ora siedo, da filosofi francesi, dalle pagine di Quintiliano o Cicerone? O il dipanarsi rassicurante dei ragionamenti di Seneca, le inattese similitudini di Shakespeare o i languidi affettuosi versi di Mihály Tompa o di Mihály Vörösmarty non portano forse chiarezza e tranquillità nella vita?

Con tutti questi posso comunicare perché ne capisco la lingua, le lingue, e le amo. E non devo far altro che leggere per sentirmi più ricco e meno solo. E ho tutta la libertà di ‘interpretarli’ a mio modo perché il segno non è ambiguo solo quando nasce rispetto al reale, ma è ambiguo anche nel senso di polimorfo, denso, inesauribile quando lo afferro, deglutisco e consumo nella mia ghiotta corteccia cerebrale, con la complessa ricchezza di radici che affonda per ogni singola lingua nel suo proprio codice, nella sua specifica tradizione semantica e culturale. Abbandonare queste conversazioni sarebbe certo un modo di morire, e non un po’ soltanto.

Uno dei più conturbanti ragionamenti di Concetto Marchesi era che le ‘opere perdute’ dei classici era giusto che fossero andate perdute. Evidentemente non c’era stato un motivo per salvarle. O almeno, i motivi per salvarle erano stati un po’ meno dei motivi per perderle. Anche la Poetica di Aristotele, mi sono chiesto spesso? O anche la mitica traduzione della Bibbia nella lingua unnica di Attila? Bah, è andata così.

Oggi è di moda parlare dell’abbandono delle lingue e della loro morte o scomparsa. Profeti di sventura petulanti annunciano però continuamente – invece di lodare come in molti faremmo volentieri l’avvento di un universo meno loquace e chiassoso e l’arrivo di un po’ di silenzio! – il nostro inarrestabile procedere verso un mondo con poche lingue, anzi appiattito completamente, dicono loro, sul monolinguismo anglofono. Ma il lettore ‘ingenuo’ che non si lascia ingannare dalle geremiadi di un ecologismo a tutti i costi può riflettere su alcuni dati elementari.

C’è controversia sul numero delle lingue del mondo. Il lavoro più recente sul tema è un numero di «Ethnologue» curato da Barbara F. Grimes (1996); esso conta più di 6.000 lingue del mondo e non ne comprende tutti i dialetti. Il linguista ungherese István Fodor sostiene che tali dialetti sono almeno altrettanti quante le lingue. Se i paesi rappresentati all’ONU non sono più di 200, con un rozzo calcolo statistico ne toccano più di 30 per ogni paese! Ma l’opera a cura di Fodor, A világ nyelvei (Le lingue del mondo, 1999), in 1.700 pagine dense in corpo piccolissimo riesce a dare notizie dettagliate solo di 764 lingue tra vive e scomparse. L’indice alfabetico del volume circoscritto alle lingue (non comprende i dialetti) ne elenca circa 6.000 (5.880). A questo va aggiunto che in un’altra opera lo stesso Fodor con Claude Hagège occupandosi dei processi di rinnovamento e standardizzazione delle lingue (fra 1983 e 1994) comprende 140 lingue in tutto il mondo di cui si può dire che possiedono una letteratura vera e propria. Delle 6.000 più o meno accettate non sono comunque più di 250 le lingue parlate da più di 10.000 parlanti.

Come nel nostro mondo dominato da un prodigo e sprecone dio Mitra, a nessuno viene in mente di contare gli spermatozoi sprecati nella fecondazione di un ovulo, o le foglie di un ippocastano di 20 metri che cadranno proprio tutte in autunno, così neanche i linguisti più accaniti riescono a tenere presenti più di un decimo delle lingue del mondo. Il mio maestro Carlo Tagliavini si dice ne conoscesse 18. La migliore Facoltà di lingue in Italia non ne insegna più di 15. Ciò che gli autori di geremiadi come David Crystal (Language death, 2002) non dicono è che accanto e in cambio delle lingue abbandonate sorgono continuamente – in proporzione finora incontrollata – lingue nuove, in genere per geminazione, o germinazione, dalle vecchie. Come quella pianta che fiorisce e muore per dar vita a piante nuove.

Il francese del Quebec in Canada aspira già da tempo allo statuto autonomo di québecois. Il catalano, che 100 anni fa era ricompreso nello spagnolo, è ora diventato una lingua ufficiale autonoma della Spagna. E il friulano? E i molti ladini sorti dal vetusto ceppo latino? E il ‘padano’?

Ma la proporzione fra le lingue infinite sorte e morte senza nome e le lingue scomparse di cui pure, bon gré – mal gré, siamo costretti a ricordarci non passa per la comunicazione orale ma per la scrittura e il possesso di una letteratura.

Mentre dei Parni non si ricordano che vaghe notizie storiche, la lingua iranica dei Parti è nota perché Mitridate I, organizzando il suo regno verso il 160 a.C. lo dotò di una cancelleria. Questo regno fu alleato dei romani e possedeva una lingua scritta rimasta documentata. Le lingue destinate veramente a scomparire sono quelle di cui non si ha sufficiente amore per scriverle, consegnandole dalla isolata coscienza e competenza individuale ad una collettività istituzionale. Così chi sa più niente del tyaper-tyaper, o del tyavi, o del tyukan, lingue estinte dell’Australia occidentale, nel territorio delle cittadine di Broome e Derby, della famiglia delle lingue nyul-nyul? I linguisti S.A. Wurm, W.J. Oates e L.F. Oates ne hanno scritto all’inizio degli anni Settanta. E fine.

Le lingue scomparse del mondo è giusto che scompaiano? Ce n’è tante comunque? Sappiamo che quelle che non vogliamo abbandonare, non scompariranno se le coltiviamo.
Ma non tutto a questo mondo si può o si deve conservare e non è detto che ogni piccola lingua sarà in grado di produrre almeno un’opera scritta degna di sopravvivere. Perché non tutto nel mondo dello spirito è significativo e degno di memoria.

La civiltà contemporanea non è come la medioevale, una civiltà povera che ha bisogno di riporti e di recuperi. È anzi una civiltà opulenta, sopraffatta dai detriti e dai cascami superflui, dai rifiuti fisici ma forse anche spirituali. Una ‘raccolta separata dei rifiuti spirituali’, come per esempio le lingue desuete o moribonde, è forse altamente raccomandabile per una ecologia dello spirito umano. Ma forse è un po’ patetica, anche se Crystal e altri linguisti la stanno conducendo per conto dell’UNESCO, nel quadro dell’Endangered Languages Project del 1993. L’amico Miklós Hubay, il maggiore scrittore ungherese di teatro vivente, ha scritto un dramma rappresentato qualche anno fa in Friuli, ai ‘Colonos’, su una lingua che stava morendo. Il congresso mondiale dei finnougristi a Turku in Finlandia fu dedicato nel 1980 all’ultima donna kamass, Klavdia Saharovna Plotnyikova, che all’epoca diceva: «ormai parlo la mia lingua soltanto con Dio». Klavdia morì il 20 settembre 1989 a 93 anni. Il kamass aveva resistito ancora 9 anni. Ma non è questa forse la struggente sorte dell’uomo, che lotta e vince col tempo e contro la morte solo se salva le cose dello spirito grazie a quella ‘eredità di affetti’ che consegna ai posteri? E non coi magnetofoni o i videoregistratori. La nostra traccia spirituale solitaria consegnata alle lingue è comunque fragile e labile. Come ricorda Dante: Cosí la neve al sol si disigilla; / Cosí nel vento con le foglie lievi / Si perdéa la sentenza di Sibilla.

© Riproduzione riservata

Andrea Csillaghy

Andrea Csillaghy è docente di Lingua e letteratura ungherese presso l'Università di Udine. Studioso di linguistica di lingue europee ed asiatiche, si occupa di problemi e teorie didattiche delle grandi lingue moderne.

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