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L’abbandono e i piani per il governo del territorio

di Paolo Castelnovi

Il Piano nega l’abbandono. Nel vocabolario del pianificatore non è previsto il termine ‘abbandono’. Talvolta, recentemente, si pone attenzione alle ‘aree abbandonate’: si interviene cioè a posteriori, quando l’evento dell’abbandono, trascurato nel suo svolgersi, lascia le macerie, i residui privi di vita. Come becchini.

Forse questa inettitudine a leggere e trattare del processo di abbandono dipende dal periodo storico in cui la pianificazione ha preso consistenza come strumento di governo: la seconda metà del ’900, a fronte dell’impellenza di processi trasformativi, pervasivi di tutto il territorio, provocati dalla diffusione industriale, delle infrastrutture e dell’urbanizzazione.
La pianificazione ha tentato di cavalcare la tigre di quella modernizzazione; sino a ieri si è occupata solo di sviluppo urbano, senza tener conto della complessa struttura territoriale che si andava squilibrando. Soprattutto i piani non hanno assunto come postulato quello che oggi pare ovvio: per indirizzare i processi in un orizzonte di riequilibrio dinamico, occorre governare le tensioni sia della parte in pressione che della parte opposta, in depressione.
Ma non si è trattato solo di cavalcare dinamiche di squilibri regionali: in generale non si è mai tenuto conto della violenza dei processi di abbandono, né quando questi hanno investito le periferie delle province, le terre da sempre meno produttive e più marginali, né quando l’abbandono ha devastato i centri sociali e produttivi. E non c’è scusa neppure rispetto alla durata dei processi: si sono trascurati fenomeni con tempi di accumulo epocali, come accade per l’agricoltura montana, ma ci siamo anche trovati i centri storici, luogo consolidato dello sviluppo culturale e delle rendite economiche, svuotati e dimenticati nel giro di una generazione (quella del dopoguerra). Ancor più storditi i pianificatori di fronte alla fulminea dinamica di abbandono delle attività produttive, allo svuotamento degli addetti dalle aree industriali, alla volatilità dei centri del lavoro che caratterizza tante città in questi ultimi anni.
Così, recentemente, l’abbandono è entrato di forza nel vocabolario di ogni amministratore locale, non solo di quelli di montagna o delle regioni sottosviluppate. E quando il sindaco (o il presidente di regione) si è rivolto al tecnico pianificatore per trovare rimedio all’infida fragilità del territorio, si è svelata l’impotenza degli strumenti di governo, l’assenza di strategie di fondo e di tecniche adeguate quando si debba fronteggiare non la pressione della trasformazione ma il calo delle forze, l’assenza delle iniziative, il degrado connesso al sottoutilizzo delle risorse e non all’usura da sovraccarico.

Numerose analisi sistemiche delle dinamiche territoriali hanno rivelato, già da oltre un secolo, che l’imponenza dei processi di abbandono è il contraltare dell’irruenza dei processi di centralizzazione, comportati da industria e crescita delle città. La geografia racconta la storia: le energie e le risorse per fare città e industrie non nascono dal nulla ma dal drenaggio di risorse ed energie diffuse, forse a bassa efficienza ma comunque presenti sul territorio.
A tutto ciò la pianificazione non si è opposta ma anzi ha incentivato i devastanti effetti di ‘pianurizzazione’ nelle valli, e in pianura si promuovono tuttora le altrettanto forti concentrazioni lungo gli assi (o meglio i nodi) di trasporto, premessa e conseguenza della progressiva mobilità delle merci e delle persone. Sino al capolinea attuale, quando la potenziale rilocalizzabilità di ogni attività in un nodo qualsiasi, in una rete isotropa e indifferente e in un orizzonte di globalizzazione, fa di ogni insediamento la premessa per il suo abbandono.
Nel tempo il processo si è frantumato come un frattale: non investe più solo il nord e il sud del mondo e delle nazioni: da intere regioni abbandonate si è passati ad ambiti devitalizzati sempre più prossimi e mescolati ad episodi puntuali o assiali di sviluppo. Così, in un’Italia fatta di insediamenti diffusi, storicamente pertinenti a mille microregioni, si è ridisegnata la geografia delle forze e delle debolezze in gioco, delle polarizzazioni e delle relative marginalità: una rivoluzione regionale, attiva da oltre un secolo, che oggi si rivela in mille rivoli di flussi dialettici di attività, accentuando la violenza dei contrasti compresenti nel raggio di poche centinaia di metri.
Dato questo lungo e patente processo, appare colpevole la disattenzione della pianificazione italiana rispetto al versante ‘maudit’ dello sviluppo novecentesco, che ormai si situa nell’immediato ‘retro’ dei territori metropolitani, portando l’abbandono nel paesaggio ancora tormentato delle periferie, con effetti di risulta non previsti e soprattutto non desiderati.
Ma la deficienza forse è anche più grave: il vuoto della pianificazione sui temi dell’abbandono non pare dovuto ad una leggerezza culturale e del sapere tecnico-scientifico (che in una accolita di intellettuali responsabili è già una mancanza grave) quanto piuttosto sembra trattarsi di una aporia etica e di una debolezza strategica, tipiche della modernità.

Dalle riflessioni dei sociologi, come ad esempio Alain Touraine (Critica della modernità, 1993), Umberto Galimberti (Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, 1999), Franco La Cecla (Perdersi. L’uomo senza ambiente, 2000 e Lasciami. Ignoranza dei congedi, 2003), emerge che se ci guardiamo con un po’ di distacco, con occhio da antropologo, ci accorgiamo che il moderno non ha liturgie per gli addii, per le separazioni, che ha rimosso la morte. In un mondo che attribuisce all’innovazione valore aprioristicamente positivo, che guarda solo in avanti, al ‘dopo’, è quindi per lo meno sospetto il silenzio, l’assenza di cure, almeno rituali, per ciò che resta del ‘prima’, dopo l’atto, sempre drammatico, del cambiamento.

Lo sviluppo locale: ‘promoveatur ut amoveatur’?
Se davvero la modernizzazione misconosce l’abbandono, ne ha rimosso il linguaggio e le dinamiche, allora non possiamo aspettarci alcunché di positivo dagli strumenti della pianificazione, almeno sinché sono orientati da un’ideologia del moderno partigiana ed esclusiva, che preclude ogni atteggiamento sistematico ed olistico nei confronti del territorio e un quadro di obbiettivi orientato all’equilibrio.
Piuttosto che disegnare un quadro di riferimento equilibrato si prospetta, propagandisticamente, una soluzione felice, di magico sviluppo simile per tutti. Dove si è costretti a fare i conti con le capre e con i cavoli contemporaneamente, quando il cambiamento comporta che una parte del territorio si modernizzi e l’altra parte rimanga nello stato precedente, si sottintende sempre che prima o poi una scialuppa di salvataggio verrà a soccorrere la parte rimasta. È la vaga promessa implicita in molti programmi di ‘sviluppo locale’: non ti preoccupare, tra poco potremo dare anche a te, borgo in abbandono, una piccola zona industriale, un impianto di risalita, un villaggio turistico.
A fronte di un modello unificato di utilizzo delle risorse, la gran parte delle iniziative guidate per lo sviluppo locale nelle aree ‘arretrate’ finisce per assomigliare ad un bonsai delle trasformazioni spontaneamente attivate nei capoluoghi. In questo modo si rende capillare e pervasiva la rottura dei sistemi territoriali consolidati e si accelera un percorso di rinnovo dell’assetto territoriale in cui sono presenti mille processi di abbandono.

Se le residue energie e capacità di iniziativa vengono convogliate su attività e su modelli di uso delle risorse omologati dal modello urbano-industriale (o post-industriale), con episodi isolati, all’inizio anche vivaci ma quasi del tutto indifferenti alle specificità delle risorse locali, si promuove una fase di nuovo sviluppo ma si rimuove il localismo. Il territorio rimane abitato, i processi di abbandono – anche se incidono sempre più – non risultano coprenti, ma il nuovo assetto perde le relazioni interne tra le parti, si sgretola il sistema consolidato di utilizzo delle risorse, radicato nelle specificità locali, che rendeva resiliente il modello di sviluppo precedente.
Se il quadro di riferimento territoriale non viene più considerato l’incubatore, il brodo di coltura delle iniziative individuali, alla prima crisi queste trovano come unica via di salvezza il salto sulla scialuppa delle produzioni di merci e di servizi omologati: pensano di salvare le loro imprese inserendole nelle reti globali e perdono le reti locali, la patria che le ha sino ad allora protette.
Si produce così quella tragica traiettoria che segna tante storie di imprenditori: stentata crescita radicata sul territorio e con produzioni modeste quantitativamente ma di eccellenza per qualità; improvvisa notorietà in seguito all’accesso ad un mercato globale che apprezza la qualità; domanda crescente e insostenibile di produzione di qualità con ricavi altissimi; ristrutturazione del ciclo produttivo in funzione della dimensione della domanda con progressivo distacco dal territorio e assestamento della qualità su livelli standard; progressiva dipendenza dal mercato con fragilità del modello produttivo e rischio di crisi; al momento della crisi: abbandono delle localizzazioni tradizionali ed eventuale rilocalizzazione in altri territori con adattamento delle produzioni.
Per essere inseriti nel processo di sviluppo omologato bisogna essere disponibili a sradicarsi dal territorio: se fosse un processo voluto in qualche centro di potere si direbbe promoveatur ut amoveatur.
Quindi né il Piano urbanistico né il mercato rispondono a strategie di valorizzazione territoriale, anzi sono complici dei processi di ‘deterritorializzazione’. Non è per caso che oggi le amministrazioni locali, strutturalmente rappresentative delle ragioni del territorio, quando sono prese nelle tenaglie insostenibili del ricatto delle singole imprese (o sfruttamento o abbandono!), ricorrono a politiche del rattoppo, del meno peggio, sfiduciando i sostenitori dei piani sedicenti ‘comprensivi’, che però trattano solo lo ‘sviluppo’ e non sanno operare nelle crisi.

Nella tempesta della deterritorializzazione si assegna sempre più facilmente dignità di strategia organizzativa agli aspetti gestionali e operativi, alle contrattazioni dell’ultimo momento che rinviano gli eventi, che aggiustano pro tempore le emergenze più violente. E la pratica diventa grammatica: non solo di fronte alla catastrofe, ma sempre più spesso, in condizioni anche ordinarie, ci si rifugia nella governance invece (e non a complemento) del government. La capacità gestionale pare una via in alternativa alle rigidità spigolose della pianificazione, che oltre a tutto non premiano sforzi costanti e faticosi contro lo sfruttamento, impedendo l’abbandono.
I sindaci preoccupati del loro territorio cominciano a chiedere al tecnico del Piano: ma perché devo contenere l’edificazione del centro se tutto il resto si svuota, perché regole per impedire le attività in una piccola parte del Comune, se da tutte le altre parti le attività cessano per proprio conto?
Non tutti i programmi di sviluppo sono così indirizzati allo sradicamento e alla insostenibilità, ma è un fatto che anche per le ipotesi di sviluppo sostenibile e legato al territorio, si tenta di utilizzare le strumentazioni concettuali ed operative che sino ad ora si sono utilizzate per guidare processi in moto, veloci ed irruenti. E si arenano di fronte a dinamiche strutturali di abbandono anche i più recenti progetti di sviluppo locale, che dovrebbero essere adatti alle regioni deboli, in cui si prova una programmazione inclusiva (performante, come dicono i manager), puntata sulla flessibilità alle iniziative locali, alternativa alla pianificazione rigida. Si tratta di una promozione dello sviluppo efficace quando agisce su motori in qualche modo funzionanti: sistemi impoveriti sì, ma con le connessioni del sistema territoriale ancora attive e da rivalorizzare. Ma sono azioni impotenti, come una coppia motrice nel punto di cambio di fase, quando non c’è un volano di inerzia che ancora gira: non si hanno gli strumenti per mettere in moto un sistema ormai spento.
Allora per governare un territorio con avanzati processi di abbandono occorre un quadro di riferimenti nuovo: non si possono riusare quelli tentati per le situazioni di sviluppo prepotente, come si faceva per i figli piccoli con gli abiti smessi dai fratelli maggiori.
Dunque se si ipotizza una strategia di governo del territorio inversa e complementare a quella che cerca di cavalcare le fasi di sviluppo, occorre ragionare sul processo di abbandono in sé, sulle sue caratteristiche operative, sulle sue dinamiche e le sue inerzie.

L’abbandono come fase organica del processo territoriale
È indispensabile distinguere tra il processo e l’evento. Se si considera l’abbandono come un evento, che turba un ordine precostituito, non si può che valutarne gli aspetti di criticità e in qualche misura l’irreversibilità: effetti non governabili in una strategia di fase. L’evento dell’abbandono rende manifesta una crisi che interrompe i processi ordinari presenti sul territorio, di qualunque genere essi siano: di gestione, di governo, di comunicazione. Perciò, in una considerazione statica degli assetti socio-economici e culturali del territorio, dove non si affrontano i processi, ci si attesta impotenti a fronte degli eventi: accade per le alluvioni, per gli intasamenti infrastrutturali, per la descolarizzazione e a maggior ragione per gli abbandoni. In questi termini l’abbandono appartiene alla categoria delle crisi catastrofiche e quindi ingovernabili, il che legittima la resa di ogni pianificatore.
D’altra parte i processi non possono essere correttamente affrontati se i sintomi che li denunciano vengono considerati turbative di un ordine stabile, per il cui ristabilimento si orientano gli sforzi di governo del territorio, come con un corpo agitato da una malattia la cui cura tende al ripristino di situazioni inerziali, alla restaurazione di ordini preesistenti ai cambiamenti. Non si prendono in esame i dati come indicatori di possibili diversi percorsi evolutivi del sistema conosciuto, e si trascurano le dinamiche finché un evento non risolve senza appello la continuità.
Semmai la pianificazione agisce innovativamente sulle conseguenze dell’abbandono, sul dopo catastrofe, sul quel caos che Ilya Prigogine mette all’origine dei grandi rinnovamenti naturali (La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, 1999, con I. Stengers; La complessità. Esplorazioni nei nuovi campi della scienza, 1991, con G. Nicolis). Se l’abbandono fa parte degli eventi che costituiscono un punto di non ritorno, in assonanza con Prigogine si presume che generi una situazione caotica, a partire dalla quale si va instaurando un nuovo assetto con regole e paradigmi oggi non prevedibili.
Dopo l’abbandono il territorio e la risorsa diventano materia bruta, destrutturata, a cui si può forse applicare più facilmente il disegno di un piano con paradigmi e canoni precostituiti. È il caso atteso dal rivoluzionario, dove l’abbandono ‘fa piazza pulita’, lascia un mondo nuovo, apparentemente senza passato influente sul futuro, in cui si pensa poter applicare il modello ingenuo e feroce del piano astratto, utopico. Questa prospettiva piace al pensatore moderno così come all’architetto moderno piace poter demolire ogni traccia di preesistenza per poter situare il proprio edificio in un foglio bianco, a fare i conti solo con se stesso.
Viceversa un’attenzione ai processi considera le premesse e la maturazione dell’abbandono entro un contesto complessivo, consente di studiare cause e forse rimedi dello squilibrio mentre si forma e non ha ancora assunto la velocità e l’orientamento irreversibile dell’evento critico, permette insomma di intervenire sull’abbandonando e non sull’abbandonato.

Portando uno sguardo sul mondo e sulla storia in quest’ottica ci si accorge che ogni situazione sociale è squilibrata, è permanentemente in fase di abbandono per alcuni ambiti, e viceversa e contemporaneamente di riappropriazione per altri, come leggono puntualmente gli studiosi della territorialità umana (ad esempio C. Raffestin, D. Lopreno e Y. Pasteur, Géopolitique et histoire, 1995 e A. Magnaghi, Il territorio dell’abitare, 1998).
Ma non basta adottare una visione dinamica e apprezzare i processi per assumere il controllo degli esiti: occorre padroneggiare il quadro di riferimento entro cui il processo è inserito, e del processo valutare con largo anticipo le dinamiche organiche o, viceversa, quelle potenzialmente critiche rispetto a quel quadro. In termini territoriali: occorre considerare se l’impoverimento di energie e risorse, in corso in una data attività o in un tipo di siti, è funzionale alla complessiva vitalità dell’ambito locale in cui attività e siti sono inseriti, o se invece diminuisce le potenzialità di adeguamento della qualità della vita e quindi l’autonomia dell’ambito nel suo insieme.
In questa logica l’abbandono non è a-priori un insulto allo sviluppo e alla qualità della vita della società che lo vive, ma va considerato, processo per processo, nelle sue potenzialità e nelle sue ricadute, nelle prospettive che apre liberando risorse rimaste ingabbiate entro utilizzi superati dal resto delle pratiche sociali, o viceversa nelle potenzialità che si perdono disarticolando organizzazioni e comportamenti insostituibili per dare valore a quelle attività o a quei luoghi.
È evidente che queste considerazioni hanno senso se sono relative ad una logica che ritaglia il territorio indifferenziato ed esteso, ponendo al centro dell’attenzione il livello locale, quello in cui si riconosce come unità di riferimento ciascuna regione dotata di una consolidata identità socio-culturale. Ugualmente va sottolineata la relatività del tempo a cui facciamo riferimento: abbiamo a cuore il livello ‘sociale’ della storia che riconosce quei processi interattivi, ricchi di ritorni e bilanciamenti, che Fernand Braudel collocava nel mezzo tra la storia ‘geografica’, dell’ecosistema e delle sue inerzie millenarie, e la storia ‘biografica’, dei singoli eventi, soggetta agli accidenti, alle ingiurie o alle fortune del tempo breve, breve anche se talvolta vissuto da un uomo per intero in modo sbilanciato, senza riequilibri e contrappassi (confronta la memorabile prefazione di Braudel a Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, 1953).
L’abbandono può essere un evento traumatico in una storia biografica (e spesso è così), mentre può costituire di fatto una ‘crisi di crescita’ nella storia sociale di una regione, fino ad essere irrilevante nel tempo ‘geografico’ dell’ecosistema generale.
Dunque, nella dimensione e nella storia sociale, invece che pensare l’abbandono come una malattia di un corpo sano, forse è più utile provare a trattarlo come una fase organica sempre presente nelle dinamiche vitali: l’espirazione che bilancia l’inspirazione nel respiro del territorio.
Serve proseguire per qualche tratto la metafora del respiro, perché svela la parzialità dei nostri approcci operativi, fondati su una cultura della sola inspirazione, della polarizzazione e della gestione di energie e di risorse concentrate: sino ad oggi il target del Piano è l’amministrazione del territorio a partire dal polo produttivo, dal centro cittadino, dal nodo infrastrutturale.
Tutto cambia, per il pianificatore, se si pone come obbiettivo la valorizzazione del territorio come luogo investito da ritmi di funzionamento organici, dove contestualmente agiscono e si riequilibrano processi di abbandono e di concentrazione.
Solo così il target del Piano diventa finalmente l’amministrazione del territorio nel suo complesso e comprende, accanto alle strategie per il potenziamento, la gestione degli insopprimibili (perché vitali) processi di abbandono di attività o località. Ciò non significa comunque ‘abbandonarsi all’abbandono’, ma valutare i processi entro una base sociale locale consapevole non solo delle singole risorse ma del sistema integrato di cui dispone, delle sue dinamiche interne necessariamente squilibranti ma anche della necessità di ricostituire continuamente equilibri tra stabilità e innovazione.
L’abbandono può essere gestito come un processo strategicamente positivo se comporta ricadute locali in termini di maggiore libertà di riuso delle risorse: quello che accade ad esempio con la fine di grandi proprietà unitarie – vissuto come crisi da parte delle famiglie storiche – a vantaggio di una maggiore ripartizione e di un allargamento della base sociale ammessa alla fruizione di quei patrimoni. Se al contrario l’abbandono comporta espropriazione della capacità d’impresa locale (a vantaggio di estranei) e conseguente perdita delle relazioni tra i luoghi o le attività in abbandono e il resto della rete socio-economica del territorio, allora il processo porta ad una diminuzione dell’autonomia, delle potenzialità di sviluppo della rete locale e, probabilmente, alla lunga, della qualità della vita in quei territori. Ovviamente i processi reali si collocano in posizioni complesse, intermedie tra i due precedenti estremi esemplari.

Dal racconto al governo dell’abbandono
Diventa evidente, a questo punto, che la capacità di riconoscimento della reale portata dei processi territoriali in corso, compresi quelli di abbandono, è azione politicamente determinante.
Ma in ogni caso i criteri che indirizzano questo riconoscimento dovrebbero ispirarsi a Bertoldo: né solo localistici (da trascurare l’appartenenza moderna di tutto il territorio a reti sovraregionali) né globalizzanti (da trascurare la legittima proprietà culturale e storica dei luoghi e delle risorse); né troppo emozionati dalla storia événementielle (che con Braudel troviamo incapace di superare le vicende ‘roventi’ di specifici anni e biografie), né fredde registrazioni di vicende umane, considerate solo lavorio microbico in organismi sovrumani.
Per comprendere in tempo la portata degli abbandoni nella storia del territorio sembra necessaria una via diversa da quella dello storico (o del geografo o dell’economista) tradizionale. Uno stimolo a raccogliere in uno i lembi dell’enigma bertoldesco, viene dalla proposta di Paul Ricoeur che, proprio criticando l’opera di Braudel, rilancia la storia come luogo della narrazione, della capacità di raccontare, che si dipana ponendo al centro le esperienze umane (quelle della storia ‘biografica’) ma si sviluppa inserendole nel contesto più complesso e organico della storia ‘sociale’ o addirittura ‘geografica’. Le regole del racconto, dell’interpretazione umana, insinua Ricoeur, sono l’amalgama e il lubrificante che ci rende comprensibile il tempo trascorso e ne consente una riconnessione commossa con il nostro tempo e il possibile futuro (P. Ricoeur, Tempo e racconto, 1986-1988).
In questi anni, seguendo implicitamente Ricoeur, ci siamo vaccinati contro l’indifferenza dei figli facendoci raccontare i mille drammi personali degli abbandoni, delle migrazioni e delle diaspore che hanno tempestato il territorio nel ’900. I luoghi ci sono ormai familiari più perché siamo a conoscenza delle storie di chi li ha persi che non per la loro forza rappresentativa attuale; ma dobbiamo ancora fare nostra la storia sociale del territorio, uscendo dalla dimensione individuale e strutturando il racconto dei singoli in un racconto collettivo, di generazioni e di paesaggi. Solo così i racconti biografici e sentimentali, composti in un sistema plurale e integrato, si fanno racconto ‘utile’ del territorio, una sintesi integrata degli abbandoni e di riconoscimenti, di crescite e di erosioni. Insomma solo mescolando le singolarità in un affresco corale si ottiene quella testimonianza che può essere il brodo di coltura del Piano, lo scenario entro il quale situare le strategie di governo locale, continuando nel modo migliore possibile la storia infinita (e il suo racconto).
La strutturazione del racconto dell’abbandono si può rivelare una prima tappa del lavoro metodologico per rinnovare le tecniche del Piano, partendo dal ricomporre un’idea di territorio integrato.
Abbiamo modelli di narrazione mitica contraddittori: Robinson Crusoe, abbandonato, rifonda la propria civiltà usando come risorsa i rottami di altri abbandoni; al contrario, molti miti di fondazione muovono dal sacrificio (ovvero dall’abbandono) di ciò che di più prezioso c’era nella disponibilità dei fondatori (gli animali, le terre, i figli). Certamente tra abbandono e rinascita sta un nodo archetipico, una muta di pelle biografica e sociale che ha catalizzato l’interesse degli uomini (e, pare, degli dei).
Se invece che ad una risorsa e ad una vita esemplare ci riferiamo ad un territorio il tema si complica ancora di più: quale è la dimensione spaziale e temporale che ci fa constatare che c’è un luogo abbandonato? Ci vuole una regione, o basta un insediamento in una regione, o basta un’attività in un insediamento? Deve durare tanto che si perda nella comunità locale la memoria dell’età precedente, o che modifichi i comportamenti abitudinari, o basta che smetta un comportamento? Ma più in generale, si può raccontare un processo di abbandono a partire dai luoghi fisici oppure occorre partire dalle comunità insediate? Implicitamente il riferimento del racconto ‘utile’ è la comunità territoriale, di cui va compreso il modo cangiante di rapportarsi con i luoghi: salvo l’estinzione fisica l’‘abbandonante’ continua ad appartenere ad una comunità che continua ad abitare il territorio, utilizzandone anche, più o meno organicamente, le parti abbandonate.
D’altra parte forse non esiste un territorio abbandonato in Italia, come non esiste un territorio naturale: non c’è plaga che non sia luogo di qualche comunità, lotto di qualche catasto, contesto di qualche vissuto. È la rete delle compresenze sul territorio e la differente durata delle vicende biografiche rispetto alle mutazioni del paesaggio che ci impedisce di considerare abbandonato un luogo.
Semmai vogliamo utilizzare i racconti di pratiche territoriali abbandonate, modalità di uso delle risorse non più usate, dobbiamo tenere conto della durata dei legami immateriali, del senso di proprietà culturale e di identità che si stabilisce tra luoghi e abitanti, che permane a lungo oltre gli usi. Per pensare ad un governo del territorio adeguato ai processi di abbandono non si può trascurare la differenza dei tempi delle comunità rispetto a quelli del territorio. Si tratta di ritmi che in certe fasi non sono sincroni, in cui i processi generano vuoti esistenziali e politici inaspettati: un territorio abbandonato di chi è (culturalmente parlando)? Ovvero: pur essendo abbandonato dalle pratiche, continua a far parte dell’identità territoriale di una comunità?
Il tema non è astratto: ad esempio può essere la chiave interpretativa dei numerosi conflitti tra abitanti e enti Parco, che vengono accusati dagli abitanti di imporre regole estranee alle tradizioni locali, regalando di fatto il territorio ‘naturalizzato’ (cioè abbandonato) ad astratti cittadini, ovvero ad utenti foresti.

Per tentare un approfondimento di questo nodo bisogna distinguere tra economia e cultura.
L’abbandono in termini economici comporta una nuova disponibilità del bene, pronto ad essere utilizzato come risorsa anche in base al suo basso costo, ma se questo vale per un bene naturale (ad esempio un frammento di ecosistema, o una risorsa mineraria), non vale per una risorsa culturale: se si abbandona un know how territoriale si tratta di una perdita secca: il nuovo uso deve affidarsi ad una competenza del tutto nuova, e nel sistema culturale della comunità la perdita non è compensata da nulla. Quindi un abbandono nel sistema culturale provoca le condizioni per un evento rivoluzionario, che nel tempo si memorizza come una cicatrizzazione di cui non si ricompone il tessuto.
Anche l’economia è trattenuta dalla cultura: il nostro sistema, che non contempla l’abbandono e men che meno lo contempla come passaggio trasformativo per nuovi modelli di sviluppo, àncora il bene ad un regime di proprietà che dura indefinitamente, indipendentemente dall’utilizzo. Ciò deriva da un vizio originale nel sistema giuridico, che non riconosce nella proprietà la quota da assegnarsi ‘naturalmente’ alla comunità che ha partecipato a creare il valore e che dovrebbe riprenderselo, una volta terminato l’uso privatistico. Con la proprietà privata ‘infinita’ è molto difficoltoso ogni riuso dopo l’abbandono, anche per la difficoltà operativa di coinvolgimento dei proprietari, spesso dispersi, irreperibili o indifferenti.
Chi intende agire su questi processi non può trascurare la forza mediatrice, di interpretazione strutturale del paesaggio, inteso nella definizione che ne dà la Convenzione europea del paesaggio: «una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni».
A partire da una discussione partecipata sulla percezione del paesaggio, avvalorata dalla consapevolezza delle vicende di abbandoni e di riconquiste che lo hanno plasmato, si può recuperare il senso di proprietà culturale delle risorse, nel loro insieme costituenti il territorio. Solo attraverso un riconoscimento della proprietà culturale delle risorse, che dura molto al di là degli abbandoni delle pratiche e degli usi, si può discutere delle prospettive di sviluppo locale: se si possono valorizzare le risorse nel loro utilizzo tradizionale, se è opportuno rivisitare tali utilizzi in termini innovativi, e se invece vanno introdotti nuovi usi, in ogni caso da comprendere nel perimetro delle capacità culturali della comunità locale: entro il senso del paesaggio complessivo di chi si riconosce in quel territorio.
Tutto ritorna al tema iniziale, del riconoscere e del riconoscersi, del comprendere l’identità collettiva anche dentro processi di abbandono. Ma il processo del riconoscimento sociale non è indolore: non può avvenire compiutamente se non rimuove le pretese delle singole parti: nel tema del riconoscimento c’è il tema del perdono (ancora con Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, 2004). Senza perdono la storia non può essere raccontata: è tesi e deformazione, coazione a ripetere che impedisce l’imprevedibilità degli sviluppi futuri. Il perdono è parte essenziale di ogni ri- (-conciliazione, -conoscimento, ma anche -voluzione).
Ogni progetto del futuro non può che prevedere un governo pacifico del territorio, e questo non può che venire da una pratica culturale ed economica di perdono, di accordo ‘nonostante’, di capacità di dimenticare gli squilibri accumulati. In tutto questo l’abbandono è essenziale: si tratta di abbandono anche delle pretese iniziali, forse anche del progetto avito, scarto dall’inerzia del passato, necessario per poter riconoscere davvero il territorio quale è, oggi, in atto. Solo sulla base di questo complesso processo di riconoscimento possiamo sperare di tracciare un progetto rifondativo, condiviso dalle comunità abitanti, che abbracci i termini dei loro sviluppi e dei loro abbandoni.

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Paolo Castelnovi

Paolo Castelnovi è ricercatore al Politecnico di Torino. Si interessa di paesaggio, senso dell'identità locale, pianificazione partecipata.

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