Pubblicato in: n. 02 Flessibilità /

Economia del rischio. Condividere progetti, investimenti, significati nell’esplorazione del nuovo e del possibile. Come eravamo… (quando regnava l’ordine fordista)

di Enzo Rullani

Per parlare di rischio, di incertezza e di precarietà bisogna innanzitutto stabilire una distanza col ‘fordismo’, ossia con quel paradigma produttivo e istituzionale in cui rischio, incertezza e precarietà non facevano parte dell’esperienza di vita dei ‘lavoratori tipici’, tutelati e garantiti dal contratto e dalle leggi. I rischi gravanti sul sistema produttivo e generati dalle innovazioni erano infatti metabolizzati e neutralizzati dalle grandi tecnostrutture (corporations private e welfare State), uscendo in pratica dall’orizzonte di vita della gente, e dei lavoratori in primo luogo. Ai quali, in cambio dell’obbedienza al management e allo Stato, negoziata dalle rappresentanze sindacali e politiche del lavoro dipendente, veniva garantito un posto di lavoro stabile e un percorso professionale in ascesa, con salari e competenze uniformemente crescenti, nel corso degli anni.

Non era un mondo esaltante, per chi lavorava ‘alle dipendenze’, ossia in ruoli esecutivi in cui tempi, luoghi e contenuti del proprio lavoro venivano decisi e regolati da altri. Ma era un mondo ragionevolmente sicuro. Per esserlo, i suoi legami e i suoi confini dovevano essere stretti, con stanze ben squadrate, prive di porte e finestre, o, al massimo, aperte a chi non si ferma più di tanto, essendo solo di passaggio. Il mondo del fordismo funzionava, in effetti, come un regime chiuso di appartenenze e di possibilità. Dove, secondo i programmi, essendo tutto regolato e negoziato, niente in pratica poteva/doveva accadere: né di cattivo, né di buono. Le singole persone non avevano, in quelle stanze, spazi rilevanti per andare oltre l’orizzonte loro consegnato dalle identità di classe, di luogo, di azienda, consegnate in partenza.

Certo c’erano le eccezioni e alcune formidabili carriere dimostravano che un bastone da maresciallo, come diceva Napoleone, poteva stare nello zaino di ogni caporale. Ma pochi in realtà ce l’avevano davvero. E pochi, soprattutto, si azzardavano ad aprirlo, quello zaino, anche soltanto per immaginare che tipo di mondo possibile poteva venir fuori dalla trasgressione dei programmi e delle regole che disciplinavano l’esistente.

Postfordismo cercasi: ‘mission impossible’
Nell’economia post-fordista tutto questo non c’è più. Il sistema sociale e quello economico hanno sviluppato, al loro interno, una complessità (varietà, variabilità e indeterminazione) che eccede di molto i mezzi disponibili per il suo controllo. Questo ha fatto saltare la rigida organizzazione fordista, che abbatteva i costi standardizzando prodotti e processi e programmando in anticipo, in base ad un comando centralizzato, i singoli comportamenti e la loro sincronizzazione nel corso del tempo.

Quanto è accaduto comporta una conseguenza di fondo, a cui facciamo fatica ad abituarci: in un mondo diventato imprevedibile, c’è bisogno di flessibilità. Nessuno, infatti, è in grado di prevedere e controllare – come accadeva una volta – il corso degli eventi. Stati, imprese, lavoratori, risparmiatori, cittadini subiscono, più o meno allo stesso modo, il flusso tumultuoso della cronaca che si sedimenta, diventando storia, prima ancora che le persone direttamente coinvolte abbiano avuto tempo di sorprendersi, di interpretare gli eventi e di trarne le dovute conseguenze. I nostri orologi viaggiano, insomma, in ritardo rispetto al ‘tempo reale’, che irrompe nel presente carico di nuove varietà, di cambiamenti non annunciati, di angosciosa indeterminazione.

Ma siamo in grado di dare una risposta plausibile a questo pressante bisogno di adattamento all’imprevisto e al sorprendente?

Se dobbiamo trarre qualche lezione dall’esperienza, la risposta è: no. Non siamo in grado. O almeno non siamo ancora pronti per farlo.

Pensiamo solo a due cose: la vicenda dell’art. 18, in Italia. La lotta contro i Contratti di Primo Impiego (CPE) in Francia. In tutti e due i casi, si sono fronteggiate due soluzioni ‘impossibili’:
> la difesa dei diritti e delle tutele ‘a prescindere’,
ispirata alla perpetuazione di quella che, col senno di poi, appare sempre più come l’irripetibile golden age del fordismo, in cui grandi imprese e Stato del welfare garantivano la realizzazione di un programma di crescita negoziato con le parti sociali, esentando dal rischio lavoratori dipendenti e strati poveri della popolazione;
> la ricetta della flessibilità calata dall’alto
, che toglie tutele, diritti e garanzie conquistate in passato senza sostituirle con niente altro. Anche questa seconda soluzione si è di fatto rivelata impraticabile, almeno in paesi dalla forte tessitura sociale come l’Italia o la Francia, per il fatto che toglie senza nulla dare, o dando – a chi deve fare un passo indietro – vantaggi futuri poco definiti e poco convincenti.

Fino a che lo scontro sarà tra la ‘tutela a prescindere’ e la ‘flessibilità a perdere’ è facile prevedere che non ci saranno né vinti né vincitori.

La nostra società non è abbastanza in crisi da imporre forme importanti di ‘flessibilità a perdere’ a vasti strati della popolazione, politicamente e sindacalmente organizzati, né abbastanza forte da fornire davvero delle ‘tutele a prescindere’.

Dunque, a meno che le cose non cambino, ci aspetta un lungo periodo di stop and go, durante il quale la politica cercherà invano di prendere sulle sue (deboli) spalle la mission impossible di generare flessibilità diffusa senza, al tempo stesso, togliere tutele altrettanto diffuse.

C’è un’altra possibilità?

Crediamo di sì, come cerchiamo di spiegare nelle pagine che seguono. La prospettiva che consente di uscire dal dilemma è quella di spostare il baricentro della discussione dalla flessibilità subita (non importa se necessaria o no) al rischio consapevolmente assunto, perché fonte non solo di pericoli ma anche di opportunità. Nel senso che – in una situazione aperta, non predeterminata – le persone possono e in qualche misura devono scegliere tra alternative che non sono obbligate. Ad esempio, possono e devono organizzare le proprie esperienze intorno a idee e identità che non sono date, comunicare e condividere con altri emozioni e desideri comuni, sulla base di intuizioni e legami auto-generati, non imposti dalla condizione oggettiva o da un potere esterno.

Il rischio non è, sempre e solo, flessibilità a perdere
Il rischio ha anche una valenza potenzialmente positiva – non solo negativa – per tutti coloro che sono in grado di assumerne dosi più o meno grandi. Se non altro per un fatto: la capacità/volontà di assumere rischi è oggi una risorsa scarsa, che ha un valore crescente di mercato. Non per niente, come dimostrano le statistiche, i redditi di imprenditori e lavoratori autonomi, che lavorano ‘a rischio’, sono cresciuti più, negli ultimi anni, dei redditi del lavoro dipendente. Non per niente, per il prossimo futuro, si sta materializzando lo spettro di una concorrenza a coltello tra lavoro dipendente ad alto costo (il nostro) e lavoro dipendente a basso costo (nei paesi emergenti), cosa che comprimerà ancora di più il livello dei salari e il potere contrattuale delle rappresentanze dei lavoratori dipendenti.

L’assunzione di una quota di rischio, in un contesto del genere, può avere valenze positive anche per il lavoro. Per ‘tutto’ il lavoro, anche quello dipendente, una volta che questo si allontanasse dalla concezione classica di lavoro ‘a rischio minimo e dipendenza massima’.

Il dibattito in corso, tutto centrato su un’idea negativa di flessibilità, che la riduce a ‘precarizzazione’, sembra aver dimenticato questa elementare verità.

Invece, possiamo dire che nel mondo di oggi – dove il nuovo e l’imprevisto emergono ad ogni pie’ sospinto – il rischio fa ‘oggettivamente’ parte della vita di tutti: del lavoratore, del risparmiatore, del consumatore e del cittadino, oltre che, naturalmente, dell’imprenditore e del lavoratore autonomo (Il rischio e l’anima dell’Occidente, a cura di S. Maso, Venezia 2005; Confini e trasgressioni di confini nella sociologia economica, del lavoro e dell’organizzazione, a cura di S. Negrelli e A. Pichierri, Milano 2004). Nessuno riesce più ad evitarlo del tutto. E nessuno, anche se li cerca, trova ‘tutori’ capaci davvero di controllare il corso degli eventi.

Per quanto riguarda il lavoro, il rischio diffuso sta diventando una regola. Non solo per i lavoratori non tutelati (‘precari’ o autonomi che siano), ma anche per quelli sottoposti a tutele più o meno forti. Se la tutela è di tipo giuridico o contrattuale, il nostro presente è pieno di lavoratori che sono rimasti, da un giorno all’altro, senza posto di lavoro o con un lavoro a ‘zero ore’ a causa della crisi dell’impresa in cui lavorano o per scelte strategiche di delocalizzazione e ridimensionamento delle attività. Oppure – e questo può essere anche peggio – ci sono lavoratori pienamente ‘tutelati’ (sul piano formale) che hanno visto, nel corso del tempo, svalutare il loro capitale professionale, perdendo sul terreno del potere contrattuale, dell’inquadramento salariale ottenuto e dell’‘occupabilità’ quello che hanno ottenuto sul terreno delle tutele.

Certo, ci possono essere differenti livelli di tutela, che ridistribuiscono il rischio tra diverse categorie di lavoratori (gli iper-tutelati, come i dipendenti pubblici, ‘scaricano’ il rischio sulle spalle dei lavoratori ‘flessibili’, inquadrati come atipici, co.co.pro o con partita Iva). Ma è una guerra tra poveri dove, alla fine, riusciranno vincenti i lavoratori meno tutelati che dovranno comunque darsi da fare, per far fronte al rischio subito, e perdenti i lavoratori più tutelati che saranno tentati di sedersi, come se la situazione fosse per loro sotto controllo, mentre si trovano ‘comunque’ sull’orlo del vulcano.

Se il rischio è diffuso e non c’è modo di evitarlo, tanto vale affrontarlo a viso aperto, attrezzando le persone e la società non solo in difesa, per evitarlo, ma anche per sfruttarlo a proprio vantaggio, con opportuni processi di sperimentazione e apprendimento.

È un ‘mestiere’ che gli imprenditori e i lavoratori autonomi, sia pure con diverse forme e con diverse performances, hanno imparato a fare da tempo. Affrontare il rischio non è sempre un guaio: spesso è una strategia che rende, anche se il rendimento non può essere garantito a priori.

Anche il lavoro può affrontare il rischio con questo spirito: per farlo rendere, trasformando l’incertezza in una opportunità di ricerca del nuovo e in un campo per liberare la propria immaginazione ed energia costruttiva. In questo senso il lavoro non è necessariamente avverso al rischio, ma può anzi vedere nel rischio diffuso una condizione favorevole alla propria promozione sociale e alla propria valorizzazione economica. Per tante ragioni, che proveremo ad illustrare.

Grazie al rischio, il lavoro diventa auto-organizzatore. E può, almeno potenzialmente, rendere molto di più…
Da un lato, nell’area di indeterminazione che caratterizza una situazione a rischio, il lavoro può assumere o rivendicare un ruolo di lavoro ‘auto-organizzatore’, ossia di lavoro che organizza il contesto e il significato della propria prestazione, andando oltre il rituale della mera esecuzione di compiti minutamente prescritti da terzi. D’altro lato il lavoratore, assumendo una parte del rischio, può diventare ‘investitore’, nel senso che può investire su se stesso e sulla propria capacità/carriera professionale: dedicando denaro, tempo e attenzione alla formazione di certe capacità ed esperienze professionali il lavoratore può – se le sue scelte (a rischio) si rivelano corrette, efficaci – partecipare alla produttività sociale a cui le sue capacità contribuiscono.

Ogni tanto, ci si domanda, nella situazione italiana di oggi, come sia possibile aumentare i salari o il livello di welfare garantito ai lavoratori, vista la pressione della concorrenza di paesi low cost che hanno salari e livelli di welfare molto inferiori ai nostri. È un problema critico, cruciale per il nostro futuro. Ma attenzione: c’è una sola possibilità di rispondere positivamente a questa sfida. Bisogna che il lavoratore, investendo su se stesso (e dunque assumendo il rischio connesso a questo investimento) raddoppi, triplichi la propria capacità professionale e dunque la propria produttività, se vuole mantenere nel lungo termine un livello di salario e di welfare che sia il doppio, il triplo di quello percepito dal ‘cinese’ che impara a fare le stesse cose fatte, finora, da noi.

Il problema che abbiamo di fronte non si risolve con un aggiustamento marginale del salario e del welfare: un 10% o 20% in più o in meno non sposterebbe gran che nei rapporti di forza che si vanno stabilendo nella concorrenza internazionale.

Bisogna pensare a cambiamenti dell’ordine del 100% o del 200%. E cambiamenti del genere si possono realizzare solo se il lavoro diventa capace di gestire ‘in positivo’ il rischio, ossia di esplorare – meglio dei competitors a basso costo – lo spazio del nuovo e del possibile.

Per aumentare la produttività del lavoro del 100% o del 200% non serve tanto cambiare la tecnologia, comprando una nuova macchina o la licenza di un nuovo brevetto: occorre farlo per allineare i costi ai migliori competitors, ma lo possono fare (e lo faranno) anche i ‘cinesi’. La nuova macchina e la nuova licenza modernizzano la produzione, ma non generano differenziali di produttività commisurabili a quelli – negativi – che occorre rimontare sul costo del lavoro.

Di conseguenza, per aumentare il differenziale di produttività su cui possiamo contare bisogna che il nostro lavoro diventi:
1) più capace di assorbire le conoscenze altrui (a questo fine, il lavoro deve essere istruito e aperto al nuovo);
2) più capace di inventare creativamente soluzioni originali (e da questo punto di vista, serve intelligenza, autonomia e un forte investimento in sperimentazione del nuovo);
3) più capace di farle rendere moltiplicandone gli usi, attraverso la codificazione, la diffusione, la propagazione in settori di uso vicini e lontani (per far questo, serve un lavoro capace di operare in reti di relazione e di condivisione).

Basta mettere insieme lavoro e rischio, per accorgersi come il lavoro attuale, ereditato dagli stereotipi organizzativi tipici del fordismo, tenda a diventare obsoleto, rispetto alle nuove esigenze e fonti di produttività. Interiorizzare la dimensione del rischio nell’orizzonte di scelta del lavoro e del lavoratore, dunque, mette in moto un processo di innovazione e di riposizionamento, che è la premessa per poter rigenerare i vantaggi competitivi del nostro lavoro rispetto a quello offerto dai paesi low cost. Togliete di mezzo la prospettiva del rischio, o sterilizzatela artificialmente con le tutele, e la battaglia è già mezza persa, perché non ci sarà modo di fare nessuna delle cose sopra elencate. Fare del lavoro un’attività creativa, intelligente, autonoma e capace di affrontare il rischio non è infatti facile da accettare e da immaginare né da parte delle (attuali) imprese, che sono spesso adagiate su vecchi moduli produttivi, né da parte dei lavoratori, che spesso preferiscono – anch’essi – non bere l’amaro calice dell’adattamento al nuovo.

Si tratta dunque di gestire un passaggio culturale e istituzionale difficile, pieno di resistenze e diffidenze, in cui si può andare avanti solo tenendo ben chiara la linea di demarcazione che oppone il rischio (gestito) alla flessibilità (subita).

L’economia della gestione ‘positiva’ del rischio, infatti, non è soltanto l’economia della flessibilità subita, imposta da altri e dall’alto a gente che resiste e non la vuole e che, sia detto en passant, farà di tutto per sabotarla, con ottime possibilità di riuscirci, almeno nei prossimi cinque, dieci anni (prima che arrivi il conto da pagare).

Rischiare non vuol dire subire (le scelte altrui), ma andare avanti con le proprie, esplorando in prima persona il regno delle possibilità aperte. L’economia del rischio non mira, dunque, a sottrarre tutele al lavoro, in un gioco ‘a somma zero’ per cui le imprese tentano di ‘scaricare’ una parte dei loro rischi sul lavoro; ma mira invece a ricomporre l’interesse dell’impresa e del lavoro in un gioco ‘a somma positiva’, per cui il lavoro si prende una parte del rischio, viene messo in grado di investire su se stesso e riceve, alla fine, una parte non marginale dei frutti derivanti dall’aumento complessivo di produttività e competitività così ottenuto.

Tra imprese e lavoratori, c’è bisogno di un ‘nuovo patto per lo sviluppo’. Lo ‘scambio politico’ ereditato dal secolo del fordismo non regge più: le imprese non riescono più, o non hanno convenienza, ad esentare i propri dipendenti dal rischio, garantendo posto di lavoro e adeguata crescita salariale/professionale in un mondo in cui esse stesse sono alle prese con rischi e sfide competitive non controllabili, che richiedono strategie di movimento e di anticipazione. Chi passa alla guerra di difesa, scavando trincee, ha già perso.

Il rischio come spazio di libertà e come ragione per assumere responsabilità condivise
Per una serie di eventi – tra cui, a monte, la crisi irreversibile dell’ordine fordista – viviamo ormai da qualche tempo nella ‘società del rischio’, come è stata chiamata da Ulrich Beck: una società dove siamo sommersi, ogni giorno, da un flusso imponente di varietà, variabilità e indeterminazione che rende ‘complessa’ la nostra vita, in quanto lavoratori, consumatori, imprenditori, cittadini. Ma in questa complessità non ci sono soltanto pericoli da cui difenderci. Ci sono anche situazioni nuove, da esplorare ed eventualmente utilizzare come fonte di costruzione della nostra identità, dei nostri desideri, delle nostre abilità, dei nostri vantaggi competitivi.

Il rischio, se viene padroneggiato con strumenti e comportamenti adeguati, può anche essere visto – in positivo – come uno spazio di libertà e di sperimentazione. Dove il destino delle persone non è segnato a priori dalla nascita o dalla classe di appartenenza, ma dipende dalle scelte che possono o non possono essere fatte. E dunque dipende certo dalla fortuna e dal caso, ma anche dal coraggio, dall’abilità, dalla determinazione con cui certe cose si fanno o si vogliono imparare.

In una società diventata ricca, le scelte sono sempre meno vincolate all’uso razionale e impersonale dei mezzi, e dipendono invece dalla ‘definizione dei fini’, cosa che chiama in causa le identità e capacità personali. Diventa fondamentale, per orientare ‘razionalmente’ la vita di ciascuno e di tutti, essere capaci di immaginare il nuovo, di assumere in proprio i rischi connessi all’esplorazione e alla sperimentazione del possibile, di condividere la responsabilità per le conseguenze delle scelte fatte. Nel mondo che si apre, la regola sarà quella delle appartenenze multiple e fluide, nel senso che le persone potranno mantenere stabile, nel tempo, la loro identità individuale rigenerando continuamente la coscienza di sé attraverso esperienze compiute in contesti e comunità di appartenenza diversi e mutevoli nel tempo.

Diventa inoltre necessario, in un numero crescente di campi, ‘ritirare’ la delega in bianco fatta in precedenza ad automatismi impersonali e irresponsabili come tecnica, mercato, impresa, calcolo economico, norma giuridica astratta, che oggi si scoprono meno saggi e meno capaci di esentare dal rischio le persone direttamente coinvolte dalle loro scelte e prescrizioni. Un po’ dappertutto ci si avvia verso una sorta di ‘doppia cittadinanza’, per cui le persone cominciano a muoversi tra la ‘diretta assunzione di responsabilità’ nelle scelte più complesse e rischiose e il ricorso a meccanismi sociali sempre più astratti e generali per relazioni che vogliono andare oltre il ristretto ambito della sfera personale, comunitaria e locale. Esemplificando, il capitalismo diventa da un lato più personale e coinvolgente, mettendo in moto l’energia delle persone e delle loro comunità di appartenenza, ma anche, dall’altro, più astratto e generale, appoggiandosi a media come internet, la tv, la conoscenza codificata, le commodities e i servizi di massa a basso prezzo.

 

Le condizioni di contorno
Per andare avanti, nella ricerca di un nuovo e più flessibile ‘ordine’ postfordista, bisogna liberare le energie personali e delle comunità che nascono dal basso.

Ci vogliono due condizioni perché questo passaggio possa essere compiuto in tempi e con costi ragionevoli.

La prima è che le persone assumano il rischio non solo individualmente, ma, almeno in parte, in modo condiviso. Ci sono tanti modi per farlo: le reti degli ammortizzatori sociali, che recuperano i perdenti o i dispersi; una condizione di piena occupazione, che si manifesta in sistemi produttivi permeabili e inclusivi, in cui chi è senza lavoro possa rientrare senza difficoltà; un tessuto di legami sociali che consenta alle persone di agire come soggetti collettivi, che varano progetti comuni, elaborano forme di mutualismo nella risposta a bisogni comuni, privilegiano, quando possibile, soluzioni cooperative alle esigenze individuali.

La seconda condizione è che la ricerca, da parte di ciascuno, di un proprio modo di reagire al rischio e di esplorare il nuovo, non intralci il funzionamento ordinato degli automatismi e dei sistemi esperti messi a punto dalla modernità, e ancora oggi necessari per avere prodotti e servizi a basso costo, utili al benessere collettivo.

La prospettiva è quella della ricerca di un ‘nuovo ordine’. Un ordine neo-moderno che conservi i vantaggi della prima modernità, rendendola più capace di apprendere, più duttile rispetto alle esigenze personalizzate di ciascuno e più disposta ad investire nell’esplorazione della complessità non ancora conosciuta, varando comportamenti fuori programma, molto rischiosi e molto promettenti.

Dietro l’angolo, dunque, non c’è alcun paradiso postmoderno, in cui ciascuno possa liberare – in mille direzioni divergenti e senza vincoli – le energie propulsive nate dalla crisi della prima modernità. La crociera postmoderna, in cui lo spettacolo va avanti creando sempre nuove luci e nuove illusioni, può esistere solo perché in sala macchine i vecchi motori della prima modernità procedono con ordine a standardizzare, replicare, economizzare, calcolare. Sbuffando certo, come capita a motori non più giovani. Ma spingendo avanti la nave, verso l’orizzonte.

In prospettiva: persone, comunità epistemiche, movimenti etico-politici che animano la modernità riflessiva
Automatismi e ‘sistemi esperti’ hanno una funzione fondamentale che non può essere disattesa anche in un mondo ad elevata complessità: con le loro capacità di astrazione e replicazione, indifferenti alle differenze personali e di contesto, devono garantire elevati moltiplicatori alla conoscenza sociale e a quella impiegata a fini economici. Ma bisogna che il loro operato non sia collocato al di sopra del giudizio e delle possibilità di azione delle persone. In una modernità che diventa ‘riflessiva’, il centro della scena deve essere occupato da persone, comunità epistemiche e movimenti etico-politici che elaborano idee, linguaggi condivisi, fini, identità collettive.

Diciamo qualcosa su questi nuovi protagonisti della società postfordista.

Le persone sono portatrici di una ‘sintesi’ tra mente e corpo, tra individui e reti sociali di appartenenza, tra idealità e necessità pratiche, tra capacità potenziali e vincoli razionali, che deve necessariamente essere rimessa al centro della dialettica sociale nel momento in cui la ‘delega’ agli automatismi e ai sistemi esperti viene ritirata. Ma non si tratta tanto delle persone considerate come individui isolati. In realtà le persone sono nodi di reti sociali ‘naturali’, che oggi generano appartenenze multiple a diversi circuiti sociali e anche una certa fluidità delle identità in questo modo costruite. Ognuno di noi ha molte identità (parziali) allo stesso tempo, nel senso che è (e si comporta) secondo un certo schema in ciascuna delle reti sociali a cui appartiene. L’identità personale è la sintesi (mobile e continuamente da ricostruire) tra queste molte facce della persona, derivanti dalle sue appartenenze multiple.

I due fronti della rivoluzione post-fordista: de-costruire per ri-costruire
Per muoversi e lavorare in questo nuovo spazio di appartenenze multiple e di doppia cittadinanza, persone, comunità epistemiche e movimenti etico-politici devono svolgere un lavoro difficile, articolato su due livelli tra loro apparentemente opposti (ma in realtà complementari):
a) decostruire le strutture ereditate dal fordismo, e oggi non più efficaci;
b) ricostruire nuove strutture, coerenti con le esigenze della gestione personale del rischio diffuso.

La ricetta della ‘flessibilità a perdere’ sottolinea solo il percorso all’indietro da compiere per decostruire quanto abbiamo ereditato dal passato e che non funziona più bene nelle condizioni di oggi. La ricetta opposta – quella che abbiamo chiamato della ‘tutela a prescindere’ – resiste a questa eventualità perché non ne vede gli aspetti positivi, di ‘liberazione’ delle energie e possibilità soggettive. Nessuna delle due si occupa della seconda possibilità, ossia del nuovo che deve essere ricostruito, una volta che la decostruzione del fordismo abbia reso disponibili nuove energie e nuove risorse per pensare ad un mondo disegnato per funzionare in modo differente.

Il nuovo lavoro: rischio, autonomia, intelligenza
Se, però, si adotta questa visione delle cose, muta radicalmente lo scenario di fondo: le persone che accettano di assumere una parte, più o meno grande, del rischio reclamano al tempo stesso l’intelligenza e l’autonomia decisionale necessarie per gestirlo in modo efficace.

Il lavoro cessa, in altre parole, di essere pura erogazione di forza produttiva generica, e comincia a pensare se stesso come ‘capitale intellettuale e relazionale’, che si rinnova attraverso l’apprendimento. Il lavoratore si sente sempre più un soggetto che, dovendo investire (a rischio) il proprio tempo, il proprio denaro e la propria attenzione, deve avere ‘convenienza’ a farlo. E oggi questa convenienza non sempre c’è.

Quello che non è sufficientemente presidiato, nell’attuale rapporto tra lavoro e impresa, è il processo di ‘apprendimento continuo’, che interessa non solo l’impresa ma anche il lavoratore. L’apprendimento continuo è, in effetti, un interesse condiviso, ma su cui mancano regole e processi di negoziazione e di intesa.

Per prima cosa, bisogna rendere conveniente alle aziende l’investimento nella formazione dei propri dipendenti, cosa che è oggi gravemente ostacolata da situazioni – non certo eccezionali nei sistemi di piccola impresa – in cui il turnover arriva al 25%. Un datore di lavoro non spende volentieri i soldi per la formazione dei propri dipendenti se sa che i frutti di questo investimento non andranno a favore dell’azienda ma di altri, perché le conoscenze acquisite saranno portate dal lavoratore in altre aziende, magari concorrenti. Bisogna invece immaginare situazioni in cui tra lavoratore e datore di lavoro si viene a stabilire una partnership contrattuale a lungo termine, se si vuole che ambedue facciano un investimento importante in formazione e apprendimento professionale.

Eppoi bisogna incentivare le famiglie ad investire in istruzione e i lavoratori a investire nella formazione continua. In ambedue i casi, la convenienza non incentiva famiglie e lavoratori a farlo. La laurea (specie quella in materie tecniche, che sono anche quelle più impegnative) non è un investimento che il mercato del lavoro remunera abbastanza (da questo punto di vista l’Italia dà ai laureati differenziali retributivi e di carriera più bassi di altri paesi avanzati). E la formazione continua non è mai decollata in Italia, anche perché non la si può lasciare alla libera (e individuale) iniziativa del singolo lavoratore. Servono anche in questo campo istituzioni e regole condivise che incentivino la gente ad impegnarsi nell’apprendimento, nella sperimentazione del nuovo, nell’acquisizione di professionalità più complesse e meno imitabili.

Bisogna essere consapevoli che il rischio generato dalla globalizzazione oggi investe tutti: le imprese, i territori e i singoli lavoratori. Nessuno può star fermo o attestarsi su posizioni meramente difensive. E nessuno può soltanto cercare di ‘scaricare’ su altri i rischi che si trova oggettivamente a subire. La sfida è quella di elaborare una strategia di condivisione del rischio – visto in positivo – rendendo possibile un fronte di risposta comune, con molte forze che marciano nella stessa direzione e in tempi compatibili tra loro.

Non è un’utopia, ma un traguardo.

© Riproduzione riservata

Enzo Rullani

Enzo Rullani è presidente del centro 'Tedis' della Venice International University, in cui svolge attività di insegnamento e di ricerca sull’economia della conoscenza, sull’evoluzione dei distretti, sulle nuove tecnologie nei settori emergenti. Tra le sue ultime pubblicazioni 'Creatività in rete' (con F. Prandstraller, Franco Angeli, Milano 2009) e 'Modernità sostenibile' (Marsilio, Venezia 2010).

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