Pubblicato in: n. 02 Flessibilità /

Riassunto di un’epoca inflessibile

di Erri De Luca

La politica inventata nel decennio settanta del secolo scorso fu senza deleghe, di piazza, spiccia di modi e contagiosa. Quel famoso Pasolini che nel marzo ’69 prendeva le parti dei poliziotti negli scontri di Valle Giulia a Roma, nel ’69 cambiava trincea. Allo stadio si incitavano le squadre al ritmo delle sillabe tronche dei cortei della sinistra rivoluzionaria. Nelle prigioni si entrava in molti per motivi politici cambiando i connotati alle reclusioni e ai reclusi. Le rivolte dei penitenziari salivano sui tetti per farsi sentire, perché quello contava, allearsi alle voci di un paese in rivolta. Nelle caserme si iniziò dallo sciopero del rancio.

Le piazze non erano aperte, le manifestazioni dovevano imporsi contro i divieti, difendersi dallo scioglimento. Diventammo pubblica insolenza, insolubile. Fu così per dieci anni, dalla strage di stato del dicembre ’69 alla Banca dell’Agricoltura di Milano, all’annientamento della scorta di Moro a opera delle Brigate Rosse nel marzo del ’78 a Roma.

In mezzo abitammo noi, inflessibili con la parola politica, che era intrattabile, non negoziabile. Eravamo il tutto e il subito come programma minimo. Ho saputo poi dalle scritture sacre che l’estremismo è ragionevole. Ho saputo dalle richieste e dai comandamenti di quella divinità esigente, che l’umanità reagisce solo a grandi impulsi, a compiti schiaccianti.

Eravamo in inferiorità numerica, minoranza che non diminuiva. La mia frazione, Lotta Continua, si scioglie nel ’76 nel punto di massima espansione.

A quel tempo ci si addiceva la parola comunismo, l’unica che non avevamo inventato noi, ma il secolo, prima di noi. Non era differita nel futuro, non era abbinata a una presa di forza del potere. Comunismo era il giorno, dal buio dei volantini distribuiti all’ingresso del primo turno di fabbrica fino all’ora notturna in cui si scioglieva la riunione che fissava il da farsi del giorno seguente. Il comunismo dormiva poco.

In Parlamento il partito che portava quel nome era per noi un pezzo del potere costituito. Il potere costituito andava inceppato ovunque. Comunismo era il nome, il rumore di quell’inceppamento. Noi eravamo l’attrito.

Non credevamo ad alcuna versione ufficiale. Capovolgevamo la notizia per renderla leggibile. Che la strage alla banca di Milano fosse di stato l’abbiamo denunciato e dimostrato noi. La verità giudiziaria manca ancora oggi.

Non potevamo fornire ricambio alla classe dirigente. Oggi quelli che la formano sono gli imboscati e i disertori del decennio settanta. Sono i più flessibili del mondo, cambiano inclinazione a ogni sondaggio. È classe politica di affini. Da noi un governo di centrodestra ha per concorrente un’opposizione di centrodestra. La parola politica è la più screditata del vocabolario. Nel decennio settanta è stata la più nobile. Entrava nei rapporti personali, anche gli abbracci, i figli, il calcio, i desideri, i viaggi erano politici…

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Erri De Luca

Erri De Luca, operaio, alpinista e scrittore, è opinionista del quotidiano "Il Manifesto". È autore di numerose opere tra cui 'Non ora, non qui' (Feltrinelli, Milano 1992), 'Aceto, arcobaleno' (Feltrinelli, Milano 1995), Montedidio (Feltrinelli, Milano 2002), 'Il contrario di uno' (Feltrinelli, Milano 2003), 'Il giorno prima della felicità' (Feltrinelli, Milano 2009), 'Il peso della farfalla' (Feltrinelli, Milano 2009), 'E disse' (Feltrinelli, Milano 2011).

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