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Sulla flessibilità e sull’identità del sé

di Claudio Naranjo

Come preludio: un’ode alla flessibilità
Flexibilitas
, mi sei così cara che preferirei parlare a te piuttosto che parlare di te con qualcuno; quindi, anche se è convenzione considerarti un nome astratto, ti invocherò come una persona così da esprimere meglio il mio amore, pensandoti come una Musa o addirittura come un verbo, anche più sottile del molto venerato logos.
Perché tu sei, flexibilitas, la sottilità stessa al cuore della complessità – eppure così semplice.
Tu sei l’invisibile tutto che contiene ogni cosa – e dal grembo nel non-essere ti proietti nel mondo attraverso le idee e le azioni del saggio. Ma il mondo può solo afferrare le tue parole, forme e formule, essendo inconsapevole del tuo sacro respiro.
Entra a far parte dell’educazione, ti imploriamo, perché quelli che stanno nell’oscurità hanno assassinato l’educazione molto tempo fa, ed essa ha bisogno di nascere a nuova vita, così che tutti noi possiamo sopravvivere.
Poiché nell’educazione lo spirito è stato bandito dai fautori delle parole morte, e la bontà resa irrilevante dal potere burocratico servile e auto-referente, e la sottilità dell’intelletto rimpiazzata da informazioni quantificabili. Eppure il mondo ha bisogno di quello che le macchine non possono fare, ed è il segno rivelatore della consapevolezza: il vero volare, che non è questione di elevarsi al di sopra di una superficie bidimensionale, ma il lasciarsi indietro ogni dimensione esplicita verso l’incondizionato senza dimensioni.
Vieni, flexibilitas e rendici cedevoli, ché anche le nostre menti, diventando arrendevoli, possano penetrare il mistero e infine arrivare al desiderato riposo.
Vieni, ancella della Grande Profondità e portaci fino al cuore del nostro desiderio.

Sulla flessibilità nel creare l’identità del sé
La vita è evoluzione creativa e noi ne facciamo parte, in quanto esseri viventi; eppure come siamo riusciti noi, specie umana, a interferire sia con l’evoluzione che con la creatività?

Ovviamente attraverso la corruzione della nostra natura e diventando prigionieri delle forme che abbiamo creato, mettendo le parole al posto dei significati, le leggi al posto delle motivazioni, le forme d’arte al posto dell’amore per la bellezza.

La non consapevolezza di ciò che è essenziale ci rende schiavi di ciò che è derivato e, a proposito dell’identità del sé, ci riconosciamo nel nostro eso-scheletro psichico, poiché non siamo coscienti del nostro vuoto interiore.

Anche se potrebbe sembrare un fatto tragico e inevitabile della vita che le forme intese come espressione della verità ne divengano il sostituto, e che la semplice inerzia e la ripetizione portino inevitabilmente alla degradazione del significato, il problema reale è che la mente, che è diventata automatica, conosce solo la ripetizione e ha perduto l’intuizione che afferra la dimensione interiore delle cose. Eppure la robotizzazione della mente è di per sé il risultato di altre cause, quali una educazione implicita alla performance automatizzata e la penalizzazione, nel mondo civilizzato, delle esperienze autentiche.

Ma io penso che non siamo destinati a perdere la nostra condizione personale quando scivoliamo in un mondo di riflessi e apparenze; piuttosto, io spero che sia nel nostro potenziale come comunità mondiale lo scegliere la vera vita dando priorità alla consapevolezza diffusa rispetto allo status quo e agli interessi economici che questo attualmente protegge. Perché, così come l’individuo non può servire due padroni, anche l’umanità non può servire allo stesso tempo la vita e la cupidigia. Deve arrivare il giorno in cui scegliere la qualità al posto della quantità e l’avanzamento dello sviluppo umano al prezzo di ridurre la stretta sulle cose conosciute, come è adesso il caso.
E in vista di questo, nulla può esserci più utile che un’educazione che ci consenta di allentare la presa su chi siamo, o pensiamo di essere.
Come possiamo staccarci dalle apparenze e dalle false identità, allora, e così salvare noi stessi dall’indebolimento della consapevolezza?

Attraverso la presa di coscienza del nostro vuoto interiore, come la celebre figura nei classici cinesi – in origine una scimmia di pietra – che dopo essere andata in pellegrinaggio trova un saggio che, in seguito all’iniziazione, gli dà il nuovo nome di ‘consapevole della vacuità’.
Ma perché questo accada, purtroppo, sarebbe necessario che le autorità mondiali capissero che, nonostante questo possa sembrare strano, niente nel mondo è più importante della consapevolezza del centro vuoto di tutte le cose, che è anche il nostro più vero sé e la nostra suprema identità.

Ma come può la flessibilità essere compatibile con l’identificarsi con questo o quest’altro?
Quando dico: «sono questo o sono quello» mi ‘infilo in un vicolo cieco’ e anche quando creo un’immagine grandiosa di me io mi faccio piccolo: perché, in realtà, io non sono né questo né quello ma la ‘consapevolezza’ di questo e quello, sono lospazio’ all’interno del quale le percezioni, i sentimenti, le motivazioni e i pensieri accadono. Ma lo spazio non ha caratteristiche sue proprie alle quali riferirsi e, proprio perché è vuoto, può ‘conoscere’, così come il segreto della capacità di uno specchio di riflettere le immagini sta nel suo esserne privo.

È un fatto, comunque, che la consapevolezza del vuoto al centro dell’Essere è un conseguimento molto raro e che quando le persone guardano al loro interno e hanno una minima consapevolezza di non trovarci niente, provano vertigine e sentono il bisogno di ancorarsi a qualche cosa di tangibile. Da qui la necessità di essere ‘qualcuno’ e in questo modo evitare la minaccia di scoprirsi nessuno.

Più grande è questa minaccia, maggiore è l’attaccamento a questo o a quel concetto di sé e la paura di non essere realmente né questo né quello, e la rabbia verso qualsiasi cosa che minacci l’immagine che ci si è costruiti.

Come sarebbe meglio se non ci si identificasse con ‘alcuna’ immagine di sé, sia essa buona o cattiva, a parte che in modo transitorio e convenzionale, perché allora saremmo tanto flessibili quanto il vento, e creativi, e non inquinati dalle emozioni negative che hanno alla loro radice questo senso separato dell’ego. (Perché come può esserci orgoglio senza un presunto sé che vuole sentirsi importante, o invidia senza un sé che desidera quello che un altro possiede, o avidità senza la sensazione di dover alimentare un sé affamato?).

Si dirà che solo i mistici arrivano a conoscere l’esperienza della dissoluzione del sé (o a scoprire la sua natura illusoria) e che l’esperienza contemplativa è troppo difficile da ottenere e sostenere per giustificare la prospettiva che sto adottando; ma una cosa è la nostra realtà presente e l’altra il nostro potenziale, e la nostra realtà potrebbe essere molto diversa se l’educazione si interessasse alla domanda su chi siamo veramente e offrisse un training mentale per conoscere la verità metafisica in modo esperienziale – come era il caso dei Misteri antichi i quali, nonostante la loro segretezza, erano tuttavia aperti a chi se ne voleva occupare, ed erano così parte della cultura del loro tempo. Io penso che questo possa essere il meglio che si possa immaginare facendo in modo di cambiare la psiche corrotta dell’homo demens nella condizione sana e completa dell’homo sapiens che risiede nel nostro potenziale.

Quello che sto dicendo è che niente può essere più importante per la flessibilità della nostra identità che un’abilità di fondo di staccarsi da ogni cosa, poiché con questa attitudine di dis-identificarci con gli oggetti della nostra attività mentale possiamo essere liberi di identificarci con qualsiasi cosa, anche se non nel modo ossessivo di uno che ha bisogno di trovare un sostituto di sé, ma nel modo generoso dell’empatia.

Sono noto per essere un esperto delle ‘fissazioni’ che caratterizzano la funzione psicopatologica: quelle assunzioni rigide che sottolineano, in qualche modo, il comportamento di noi tutti, dato che noi umani siamo tutti fallaci e fallibili, sottoposti alla nevrosi universale della nostra specie; questo significa che posso dire molte cose a proposito della resistenza al cambiamento che è insita nel perpetuarsi dell’ego umano, e a proposito di come questa derivi da una rigida aderenza a risposte obsolete formatesi nell’infanzia, che abbiamo identificato con il nostro vero essere. Ho anche predicato per molto tempo la ‘trasformazione attraverso l’auto-comprensione’ riferendomi al fatto che guardando a noi stessi e capendo i nostri pattern immutabili e compulsivi, diventiamo in qualche modo capaci di lasciarceli alle spalle. Ma avrei dovuto dire di più a proposito del segreto di questo ‘fare un passo indietro’ che è il pre-requisito dell’introspezione, e che implica il distanziarsi dal sé e la dis-identificazione.

Così come i numeri indicano delle quantità rispetto ad uno zero, sembra che noi riconosciamo qualche cosa quando la vediamo dalla prospettiva del non-essere, o almeno ci muoviamo nella direzione di staccarci da una identificazione simbiotica con i nostri processi mentali – e più siamo capaci di rendere le nostre menti simili al cielo meglio riusciamo a discriminare le cose della terra.

Così come chi pratica lo yoga, prende l’attitudine di dire, prima di ogni cosa «neti, neti» («non questo, non questo») ed è quindi sollecitato a riconoscere la trascendenza del concetto di consapevolezza, io penso che sia doveroso coltivare il senso della vita come sogno e il senso dell’evanescenza di ogni cosa, al di là della consapevolezza stessa.

Questo significa che noi aspiriamo non tanto a costruirci un’identità personale, quanto a decostruirla – così che la nostra relazione con essa diventi simile a quella tra una persona e una maschera, che è sì un tipo di identità, ma tale che si sa essere adottata temporaneamente, come in una rappresentazione teatrale. Tutto questo è forse meglio espresso con il detto sufi «essere nel mondo ma non del mondo», che io credo significhi qualche cosa di equivalente a quello che Epitteto voleva indicare con il suo suggerimento di vivere con l’attitudine di un viaggiatore la cui nave è attraccata al porto e che è pronto a risalirci non appena senta il corno che ne annunci la partenza.

So bene che tutto questo può sembrare come qualche cosa che va contro la vita e i suoi valori, ma credo che questa sia l’essenza della saggezza, il migliore rimedio alla smodatezza dei nostri desideri e delle nostre emozioni distruttive, e quindi la chiave per la felicità.

Sul potenziale politico dell’assenza di ego e sulla flessibilità che l’accompagna
«Di tutti i fatti della scienza non ne conosco uno più solido o fondamentale del fatto che se inibisci il pensiero e perseveri in questo, alla fine arrivi in una regione di consapevolezza al di sotto o al di là del pensiero, e diversa dal pensiero ordinario nella sua natura e nel suo carattere. Una consapevolezza di qualità quasi universale e una realizzazione di un sé decisamente più vasto di quello a cui siamo abituati. E dato che la consapevolezza ordinaria con la quale abbiamo a che fare nella vita di tutti i giorni si basa prima di tutto sul piccolo sé individuale, ne consegue che uscire da questo schema è come morire rispetto al sé ordinario e rispetto al mondo ordinario. È come morire nello stato ordinario, ma in un altro senso, è come svegliarsi e trovare che l’io, il più reale, intimo sé, pervade l’universo e tutti gli altri esseri viventi»

Così scriveva Edward Carpenter nell’Inghilterra del XIX secolo, ma anche se interpretata in vari modi e raggiunta spontaneamente o attraverso i metodi proposti dalle varie scuole spirituali, non dubito che questa sia un’esperienza che è conosciuta da sempre e da tutte le culture, anche se accessibile solo a pochi. Tuttavia può essere che ci troviamo in una fase di transizione verso il mondo che Sri Aurobindo e Pierre Teilhard de Chardin hanno intravisto, in cui la chiave per superare la condizione critica del mondo potrebbe essere una via di illuminazione collettiva.

Non credo, però, che la nuova condizione possa svilupparsi spontaneamente. Piuttosto dovrebbe implicare una sorta di ‘metanoia’ istituzionale – un cambiamento nel modo di pensare nei governi e nell’educazione. Il che potrebbe sembrare inconcepibile, ma lo penso tuttavia possibile, poiché lo vedo come la nostra unica speranza e poiché, dopo tutto, dovrebbe essere nell’interesse dei governi servire gli interessi comuni della gente, ed ‘è’ nell’interesse sia dell’individuo che della comunità diventare ‘nessuno’.

Quindi è compito dei governi preoccuparsi di creare le condizioni affinché le persone imparino ad identificarsi con la sostanza dell’essere e non con le sue caratteristiche contingenti.

Come quando, secondo Omero, Odisseo divenne troppo adirato e arrogante per continuare a sostenere la sua identità di ‘nessuno’ e mise in pericolo la sua vita, così noi ci attiriamo le disgrazie se ci identifichiamo troppo rigidamente con il nostro nome e la nostra fama. È stato in un attacco di disposizione patriarcale che Odisseo tentò di ferire i ciclopi confidando nel suo nome – un gesto trionfalistico paragonabile a quello di un campione che pianta una bandiera sulla cima di una montagna o di un conquistatore che erige un monumento alla sua gloria nel territorio conquistato. Ed è lo spirito patriarcale, eccessivamente eroico, combattivo ed egemonico che ci mette nei guai, sia nella famiglia che nella comunità allargata, e nel mondo delle relazioni internazionali.

È come se un padre autoritario dentro di noi avesse reso schiavi l’aspetto materno e nutrice della nostra natura e la spontaneità del nostro bambino interiore e se, allo stesso tempo, queste nostre svalutate e inibite sub-personalità si fossero ribellate diventando disfunzionali, così che la naturale democrazia di padre-madre-bambino nelle azioni dei nostri tre cervelli ne sia stata distrutta.

Ritengo che la difficoltà a guarire dalla condizione patriarcale possa essere evitata attraverso l’educazione e, possibilmente, attraverso un modo di amarsi più consapevole e un’educazione più adeguata; e che non ci sia niente di più importante da raggiungere per i governi che mettere in moto questo processo. Così penso che Lao Tzu avesse ragione e che spetti a noi creare un modo di educare che non trascuri la nostra necessità di imparare a ‘scomparire’. Perché niente come il rinunciare alla nostra rigida adesione a quello che crediamo di essere può essere un antidoto efficace alla hybris patriarcale, e perché morire a noi stessi può essere il punto di partenza verso un equilibrio democratico ed eterarchico tra il padre-madre-bambino che risiedono nella nostra anima.

 

[Traduzione di Paola Zamparo]

© Riproduzione riservata

Claudio Naranjo

Claudio Naranjo ha insegnato Religioni comparate, Psicologia dell’arte, Psichiatria sociale e Psicologia umanistica in molte università americane. È autore di numerose opere tra cui 'La via del silenzio e la via delle parole' (Astrolabio, Roma 1999), 'Cambiare l’educazione per cambiare il mondo' (Forum, Udine 2006) e 'Per una gestalt viva' (Astrolabio, Roma 2009).

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