Pubblicato in: n. 03 Vecchio_nuovo /

L’invecchiamento della memoria monumentale

di Marco Francini

[…] la vecchiaia sorprende gli uomini
quando, nello spirito,
non sono ancora cresciuti,
e li coglie impreparati e inermi;
non l’avevano previsto infatti;
e ci si trovano dentro
da un momento all’altro,
senza aspettarselo:
non si rendevano conto
che la vecchiaia
si avvicinava un po’ tutti i giorni

Lucio Anneo Seneca

Vardo ’na strada de la mia zità,
che ghe sarò passado mile volte,
e no’ par de averla vista mai

Virgilio Giotti

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo tace

Ada Negri

Le seguenti considerazioni derivano da un’osservazione: alle commemorazioni, che si svolgono con cadenza periodica presso i monumenti (di solito condannati a passare inosservati nell’indifferenza generale e innalzati per celebrare a lungo, se non per sempre, avvenimenti o personaggi memorabili), la presenza di persone anziane è di gran lunga prevalente. Gli anziani nelle società sviluppate del mondo contemporaneo, a differenza di quanto accadeva nel medioevo, non sono considerati utili portatori di memoria. Viene da chiedersi se anche i monumenti e tutti gli altri ‘segni edificati’ (compresi quelli scritti), che possiedono una propria, per quanto limitata, valenza narrativa, vivono, nella loro fase senile, l’abbandono e la solitudine di cui soffrono gli anziani (per lo più, oggi, inascoltati dai giovani). Senza dubbio c’è un’affinità e una sorta di empatia tra gli anziani – con il loro (a volte ossessivo) guardare indietro, con il loro cercare conforto nel passato attraverso i ricordi – e la monumentalistica.

Un deficit di memoria negli anziani, a mano a mano che si inoltrano nella ‘terza età’, è un dato certo; ma benché la memoria – insieme delle tracce di ‘vissuto’ e ‘conosciuto’ – nel periodo della vecchiaia sia un campo di studi piuttosto recente, la psicologia sperimentale non ha riscontrato che gli anziani, così disponibili a rievocare le loro esperienze, vivano nel passato, a differenza di quanto comunemente si ritiene. D’altro canto il passato non è fissato in modo stabile nella memoria; anzi, vi si sedimentano lacune, intermittenze, deformazioni, dissoluzioni, cancellazioni. Questo accade in misura maggiore in chi ha trascorso la propria vita in tempi di straordinari, improvvisi, drammatici avvenimenti e cambiamenti. La memoria individuale dunque, piuttosto che rappresentare un deposito immutabile di esperienze, è un’attività in dinamico equilibrio con l’oblio. Anche la memoria collettiva, che riguarda gruppi omogenei di individui, seleziona gli eventi del passato ed è soggetta a manipolazioni. Di conseguenza, come verifica il ricercatore che indaga sulle testimonianze orali, la memoria (individuale e collettiva) tanto più perde in attendibilità quanto più gli avvenimenti si allontanano nel tempo, e tende a cristallizzarsi, a monumentalizzarsi (come è rilevabile, per esempio, nel caso dei reduci delle imprese garibaldine, degli ex combattenti, dei partigiani…).

La memoria monumentalizzata è una forma della memoria collettiva, in cui quest’ultima trova raffigurazione, e ha avuto nell’Otto-Novecento (specialmente in Italia, dove si è andata a sommare a un patrimonio risalente all’antichità classica) un’incredibile espansione, dando origine a una specie di gigantesco museo all’aperto. Il punto di incontro tra memoria individuale e collettiva si colloca là dove, trasfigurandosi nel tempo fermato e immobile dei monumenti, il ‘ricordo edificato’ acquista un senso di sacralità e rende possibile rammemorare ‘insieme’ con gli altri, ossia ‘commemorare’. Tuttavia, come l’esperienza delle celebrazioni e delle cerimonie ufficiali dimostra, la memoria monumentale non è risultata vitale nel lungo periodo, ha subito un processo di lenta consunzione o è scomparsa dalle piazze al cambiamento di fase storico-politica, e in definitiva ha fallito le sue originarie funzioni nella prospettiva della costruzione di una coscienza nazionale, rimanendo ‘viva’ soltanto nel cuore dei protagonisti e dei testimoni.

L’attendibilità storica dei monumenti ‘sopravvissuti’ al susseguirsi degli eventi è ovviamente molto parziale, ma a poco a poco, con il sopraggiungere di sempre nuove vicende, essi si trasformano in fonte documentaria per il lavoro degli storici: questo è accaduto per il periodo post-unitario (specificamente il Vittoriano), per quello successivo alla Grande Guerra (in particolare il Milite Ignoto e l’Altare della Patria), per il ventennio fascista e la breve stagione resistenziale, così che gli studi sulla monumentalistica hanno coperto l’intero arco dal primo al secondo Risorgimento. I monumenti, presi separatamente, presentano ciascuno una propria storia (artistica, sociale, politica); considerati in serie possono costituire database per studi quantitativi, comparazioni e collegamenti. Il processo di invecchiamento dei ‘segni’ della memoria, in definitiva, siano essi costruiti in pietra e bronzo o rappresentati dalle testimonianze orali e scritte, li rende materiali da archiviare nella memoria collettiva, utili per la ricerca storica e didattica rivolta ai giovani: il che fa sì che essi acquisiscano nuove ragioni di vita e allontanino da sé la morte.

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Marco Francini

Marco Francini svolge attività di ricerca occupandosi di storia locale (politica e amministrativa), del movimento cooperativo e sindacale, del fascismo e della Resistenza, di demografia e di didattica della storia.

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