Pubblicato in: n. 03 Vecchio_nuovo /

Tutto è relativo, anche l’età pensionabile

di Gustavo De Santis

Un’attenzione a corrente alternata
Nel nostro paese è tornata in questi giorni di attualità la questione previdenziale, per varie ragioni. La prima è che si avvicina il 2008, anno di prevista discontinuità con il passato, a causa dell’introduzione del cosiddetto ‘scalone’, ovvero di un ostacolo nell’accesso alle pensioni di anzianità, quelle che si possono conseguire dopo un certo numero di anni di lavoro. In prospettiva, l’obiettivo è giungere a una loro abolizione, per lasciare in piedi le sole pensioni di vecchiaia, legate all’età anagrafica. La tappa del 2008, inoltre, avrebbe dovuto essere preceduta da una serie di verifiche sul funzionamento della riforma Dini, introdotta nel 1995, e da una revisione (decennale) dei parametri che, se attuata, porterebbe a una riduzione dell’importo pensionistico a causa dell’allungamento della durata media della vita, e quindi del numero di anni durante i quali si percepisce la pensione. Ma le verifiche e le revisioni del 2005, politicamente delicate, sono state per il momento accantonate.

La seconda ragione per questo ritorno di interesse previdenziale è che, con il cambio della maggioranza governativa, fioccano le polemiche incrociate sui meriti e i demeriti del governo passato, che si incentrano anche sulla questione della spesa pubblica e, al suo interno, della spesa previdenziale.

La terza ragione, infine, è più generale: il nostro paese sta vivendo una fase storica nuova, di accelerato invecchiamento, benché sul senso della parola ‘accelerato’ dovremo presto tornare. Gli effetti dell’invecchiamento sono progressivi, ma l’attenzione del pubblico segue apparentemente fasi cicliche, per cui problemi vecchi, e più o meno sempre presenti, tornano ogni tanto con forza alla ribalta, e possono apparire nuovi ai non ‘addetti ai lavori’.

Verso l’infinito, e oltre
Cerchiamo di inquadrare il binomio invecchiamento-previdenza nella sua corretta dimensione storica, temporale e culturale, svincolandolo dalle passioni correnti. Per farlo si può forse partire dalla barzelletta del comune mortale che, ammesso alla presenza di Dio, ma incapace di comprenderne la grandezza e il diverso modo di ragionare, si sente infine dire, a mo’ di spiegazione conclusiva : «Qui da noi, per fartela breve, un soldino equivale a migliaia di miliardi della vostra moneta, e un secondo a secoli e secoli del vostro tempo». Al che, l’astuto mortale chiede : «Potrei per favore avere un soldino in prestito?», e Dio, magnanimo:  «Certo, aspetta un secondo».

Ecco, il sistema previdenziale è un patto tra generazioni presenti e future garantito dallo Stato, che muove enormi somme di denaro, e i cui tempi di maturazione e di funzionamento trascendono di gran lunga la dimensione entro cui siamo abituati a ragionare, perché il sistema nasce per tutelare anche chi si affaccia solo oggi sul mercato del lavoro: un quindicenne, ad esempio, che potrebbe anche morire tra un centinaio di anni. Nel frattempo, però, altre generazioni di lavoratori e pensionati si saranno succedute, in un ciclo continuo di entrate e di uscite. In breve, conviene pensare al meccanismo previdenziale come a un sistema infinito, le cui regole dovrebbero idealmente valere fino alla notte dei tempi. Ma com’è possibile fissare regole eterne in un contesto che muta continuamente? Anche solo sotto il profilo demografico, la popolazione certamente invecchierà, ma i ritmi sono poco prevedibili, perché a questo concorrono il calo delle nascite, l’allungamento della durata media della vita e i movimenti migratori internazionali, e il futuro di tutti e tre questi fenomeni è circondato da incertezza.

Chi fa da sé fa per tre
Limitiamoci qui, per semplicità, a considerare un solo fattore di invecchiamento, che incidentalmente è anche il più importante, l’allungamento della durata media della vita, e passiamo in rassegna i possibili modi di contrastarne gli effetti di natura previdenziale. Immaginiamo, sempre per semplicità, che esista un unico individuo, che comincia a lavorare a 20 anni, va in pensione a 60, e muore a 80 anni. Supponiamo, inoltre, che questo signore guadagni 1 per ogni anno di lavoro, e che possa liberamente decidere quanto risparmiare nelle età adulte, per pagarsi la pensione in vecchiaia. Semplifichiamoci al massimo la vita: in questo mondo non ci sono né incertezza, né inflazione, né tassi di interesse, né costi di gestione, né variabilità tra individui, ad esempio di redditi o di durata della vita. Per giunta, immaginiamo che gli adulti coincidano con i lavoratori, e che alle esigenze di consumo dei ragazzi fino a 20 anni pensino i genitori.

Ebbene, in questo mondo semplificato, il nostro uomo guadagna 40 nell’arco di tutta la vita (1 per 40 anni di lavoro) e deve distribuirlo su 60 anni di ‘autonomia’, dal ventesimo all’ottantesimo compleanno. La soluzione più semplice, tra le infinite possibili, è quella di ripartire i consumi uniformemente su questi 60 anni, e quindi consumare 40/60 = 0,67 in ogni anno. Ma questo equivale a ‘tassare’ per un terzo il guadagno degli anni lavorativi, al fine di costituire il capitale per la pensione: il prelievo contributivo è dunque 0,33 per ogni anno, e la pensione, identica al salario netto, è di 0,67.

La realtà è certo più complessa: non c’è una sola persona, ma molti milioni; il sistema non è a capitalizzazione (cioè non si mette un capitale da parte), ma a ripartizione (gli adulti di oggi pagano le pensioni ai vecchi di oggi); e variabilità, incertezza, inflazione, interessi, e costi vari (di gestione, di monitoraggio, ecc.) sono la regola. Ma il problema fondamentale è lo stesso che abbiamo appena descritto: come ‘calibrare’ i contributi e le pensioni, in modo che alla fine della storia i conti tornino? E soprattutto, in una fase di invecchiamento, come assicurarsi che il sistema non vada fuori equilibrio?

Lunga vita al re!
Ecco, per esempio: che succede se la durata in vita del nostro protagonista si allunga, passando, per esempio, da 80 a 83 anni? Notiamo intanto un paradosso: tutti facciamo del nostro meglio per sopravvivere il più a lungo possibile, e per mantenere in vita i nostri cari. A livello aggregato, la durata media della vita è un importante indicatore di sviluppo, e il fatto che sia cresciuta dai circa 30 anni del 1861 ai circa 80 attuali (77 per gli uomini e 83 per le donne), sostanzialmente in linea, per livello e tendenze, con gli altri paesi sviluppati, è per il nostro paese fonte di orgoglio e di soddisfazione. E allora, com’è possibile che, in ambito previdenziale, questo elemento si trasformi da positivo a negativo? La risposta è che è sbagliato il meccanismo con cui ci si adegua alle mutate condizioni della sopravvivenza.

Dal punto di vista previdenziale, i possibili aggiustamenti a una più tarda età alla morte sono tre.

1. La prima scelta è quella di non fare nulla: quando il nostro uomo avrà raggiunto 80 anni, avrà esaurito tutte le risorse disponibili e, troppo vecchio per lavorare, dovrà mendicare per poter vivere. A quel punto, poco importa che a provvedere sia la carità dei privati o l’assistenza pubblica: in ogni caso, il costo dei tre anni di vita supplementari sarà stato scaricato completamente sulle generazioni future. Una scelta eticamente discutibile, ma politicamente molto comoda, perché consente di rinviare la soluzione dei problemi. Incidentalmente, almeno in parte, è proprio quello che stiamo facendo ora, adeguando i calcoli solo in ritardo (ogni 10 anni), e anzi non rispettando neppure questa scadenza decennale.

2. La seconda possibile soluzione al problema è ridurre il tenore di vita:
2.a) solo degli anni di lavoro, lasciando comunque 0,67 di consumo annuo per gli anni della pensione, ma innalzando i contributi;
2.b) solo degli anni della pensione, lasciando però 0,67 di consumo per gli anni di lavoro, e cioè lasciando invariata l’aliquota contributiva, oppure
2.c) di tutte le età, cioè distribuendo i sacrifici.

Nel primo caso, a conti fatti, occorre alzare i contributi fino a 0,38 (e lo stipendio netto si riduce allora a 0,62); nel secondo caso, bisogna abbassare le pensioni fino a 0,58. Nel terzo caso, infine, i sacrifici sono ripartiti: un po’ aumentano le aliquote contributive (a 0,37 circa), e un po’ si abbassa il tenore di vita di lavoratori e pensionati, fino a 0,63 circa. L’ultima scelta appare nel complesso la più ragionevole all’interno di questo blocco di opzioni ma, si noterà, non è quella della riforma Dini, che ha invece optato per la soluzione (2.b) – contributi costanti e pensioni più basse – anche se in pratica sta attuando la (1): non fare niente, e qualcuno pagherà.

3. Ma c’è forse qualcosa di meglio della (1) e della (2). La terza possibilità è quella di lavorare leggermente più a lungo, in modo che, lasciando invariata l’aliquota contributiva (a 0,33 nel nostro esempio), rimangano invariati anche il reddito netto da lavoro e la pensione (entrambi pari, in questo esempio, a 0,67) in un contesto di equilibrio dei conti previdenziali. Con i nostri numeri, l’età pensionabile deve salire da 60 a 62 anni. E non sono calcoli difficili: basta mantenere costanti, prima e dopo, le proporzioni tra vita lavorativa e vita pensionabile. Prima, il nostro uomo, su 60 anni di vita autonoma (dal ventesimo all’ottantesimo compleanno), passava 40 anni al lavoro, e cioè lavorava i due terzi di questo periodo. Ebbene, la stessa proporzione è quella che va applicata anche agli anni di vita aggiuntivi, che andranno quindi trascorsi per due terzi al lavoro e per un terzo in pensione. In questo esempio, poiché si sopravvive per tre anni di più, se ne devono lavorare anche due di più, e si allunga il periodo di quiescenza di un solo anno.

Concludendo
In estrema sintesi, dal punto di vista previdenziale, un allungamento della durata media della vita è un costo, perché si paga la pensione per un periodo più lungo, e per pagarlo ci sono soltanto le tre possibilità elencate sopra. Con la terza, si lavora un po’ di più, adeguando dinamicamente, anno per anno, l’età pensionabile; con la seconda si abbassa il tenore di vita della popolazione, o di tutta o solo di una parte di essa; e con la prima si scaricano i costi su qualcun altro – la generazione dei nostri figli –, che non si conosce, che verrà un giorno, ma che per il momento non è neppure qui per protestare.
Chissà quale strada sceglieremo noi?

© Riproduzione riservata

Gustavo De Santis

Gustavo De Santis è docente di Demografia presso l’Università di Firenze. Tra le sue pubblicazioni 'Population and poverty in the developing world' (Oxford University Press, Oxford 1999, con M. Livi Bacci), 'Demografia ed economia' (Il Mulino, Bologna 1997), 'Previdenza. A ciascuno il suo?' (Il Mulino, Bologna 2006) e 'Demografia' (Il Mulino, Bologna 2010).

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