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Vecchi a ‘perdere’, vecchi da ritrovare

di Maria Cristina Novelli

Le strutture residenziali socio-assistenziali per anziani trovano oggi giustificazione etico-istituzionale in quanto ritenute risposte insostituibili a una molteplicità di problemi quali l’aumentata speranza di vita delle persone ultra sessantacinquenni (con il conseguente rischio di accrescimento di polipatologie cronico-degenerative nelle età avanzate), le limitate risposte terapeutiche in malattie cronico-invalidanti (ad esempio le malattie osteoarticolari, cardiopatie, cancro, diabete, malattie dementigene come la malattia di Alzheimer), le situazioni di dipendenza nelle azioni di vita quotidiana e le difficoltà delle famiglie a prenderne carico, gli impedimenti degli anziani soli a restare nella propria abitazione.

Ciò su cui però ancor poco si discute è se queste risposte siano un efficace ed appropriato strumento di protezione e di miglioramento della qualità della vita per gli anziani in difficoltà e, ancor meno, se sono da loro gradite.

Un servizio, infatti, dovrebbe potersi giustificare non solo per quello che produce e per come lo produce ma anche per l’impatto che ha su chi ne usufruisce: se è inefficace o inadeguato rispetto ai bisogni dei suoi destinatari, esso diventa inutile e perfino dannoso.

Se tale ragionamento vale anche per le case di riposo, allora sorgono spontanee alcune domande: perché ben 77.000 persone, su un totale di 228.000 accolte in Italia nelle strutture per anziani, sono autosufficienti? Perché le condizioni di salute deteriorano sensibilmente dopo l’ingresso in casa di riposo ed aumenta il rischio di contrarre malattie ed infortuni (come lesioni da decubito, cadute, fratture di femore…)? Perché oltre il 30-40% delle persone istituzionalizzate soffre di stati depressivi e i tassi di suicidio sono così elevati? Perché i tassi di mortalità degli ospiti sono così alti? Perché vengono usate frequentemente forme di contenzione e molti sono i casi di maltrattamento? Perché, a parità di tipologia di utenza e di prestazioni, le strutture hanno rette così differenziate e non è inusuale il caso che per prestazioni essenziali, quali ad esempio imboccare gli ospiti, vengano richieste quote aggiuntive? Perché non esiste una corretta e comparabile informazione sui servizi offerti?

Insomma, esiste una corrispondenza reale tra i diritti sanciti, le aspettative legittime dei vecchi e le risposte che le strutture residenziali offrono?

È doveroso rispondere a tali interrogativi anche in considerazione del fatto che, a fronte di rette mensili molto elevate (in media sui 1.700 euro), oltre il 65% dei costi è a totale carico dell’anziano e della famiglia. Gli anziani infatti che beneficiano gratuitamente di questi servizi sono meno del 5% del totale. Un secolo fa, quando in Italia nasceva il welfare, la richiesta che la comunità faceva alle case di riposo, e che le stesse assumevano come finalità, era quella di assicurare a mendicanti, nullatenenti, poveri… un luogo isolato che garantisse un riparo e un ristoro. Alle persone accolte venivano accordate poche cose: un letto, dei pasti e, alle volte, dei poveri vestiari. In quel contesto storico la casa di riposo rispondeva non solo alle esigenze del proprio territorio ed ai suoi problemi ma era anche in sintonia con i valori del tempo e dunque con le priorità che la comunità sociale le richiedeva.

Le domande che provengono dal mondo dei vecchi e i valori che le società economicamente avanzate di oggi esprimono sono profondamente cambiati e, con essi, l’idea stessa di esigibilità dei diritti. Se è vero che oltre il 56% degli ospiti nelle case di riposo soffre di patologie dementigene e che la metà di queste demenze è considerata molto grave, e valutando anche i rischi cui queste persone possono andare incontro, sorge spontaneo domandarsi se i servizi che queste strutture garantiscono siano adatti.

Forse la ragione principale dell’enorme divario tra il dire e il fare è che la nostra società, proprio per gli impegni che il rispetto di tali diritti richiederebbe, è nei fatti restia ad affrontare con determinazione questi problemi (che, peraltro, esigerebbero precise priorità allocative delle risorse) e ci rassicura proponendo un’immagine ufficiale e semplificata della vecchiaia attraverso la lente dei numeri. Questo non significa che non esistano delle verità in tali riproduzioni, ma è certo che tali immagini tratteggiano solo una parte della realtà.

I dati hanno la capacità di confortare in forza della loro presunta asetticità, della loro unanimità aritmetica, della loro apparente ragionevolezza tecnica, ma il linguaggio dei numeri quasi nulla ci dice della soggettività di questi vecchi che etichettiamo come non autosufficienti, delle loro sofferenze, delle speranze, dei desideri. Ciò che percepiamo e facilmente accettiamo nel momento in cui la vecchiaia diventa dipendenza e chiede aiuto, è dunque quello che ci viene rappresentato, e ciò che non ci viene mostrato è spesso quello che inconsciamente ci porta, per difesa, o scarso senso di responsabilità, a non voler sapere. Le differenze spaventano e le uniformità tranquillizzano, sicché il nostro modo di pensare e di giudicare la realtà appare in definitiva decisamente meno elastico e libero di quanto ci piacerebbe che fosse.

In Italia, ad esempio, esistono moltissimi rapporti ufficiali che descrivono la condizione degli anziani. L’ISTAT, attraverso i censimenti, gli annuari statistici, le rilevazioni delle condizioni di salute e di vita degli italiani, ci offre periodicamente uno spaccato di questa ‘realtà’ ma queste informazioni si basano esclusivamente su universi o campioni di persone ultra65enni che vivono a casa loro, falsando considerevolmente i risultati. Non esiste insomma, a livello nazionale, indagine istituzionale che includa, ad esempio, le persone anziane che vivono nelle case di riposo o che sono ricoverate in ospedale. Se dunque le riflessioni sulla condizione delle persone anziane si fanno esclusivamente in base a questi studi, le argomentazioni che se ne traggono sono falsate dal fatto che i vecchi più in difficoltà – e cioè quelli che vivono nelle istituzioni – ne sono sistematicamente esclusi. Nella costruzione e definizione delle categorie sociali, quale ad esempio quella dei non autosufficienti, esistono dunque delle forti distorsioni ed imprecisioni che alimentano le conoscenze, plasmano la percezione e la sensibilità sociale e di fatto contribuiscono a sostenere organizzazioni e regole, sia nel campo sociale che sanitario, con scarsa capacità di adattamento e su posizioni di salvaguardia di interessi acquisiti.

Mentre dunque tutto il sistema sociale si evolve e, con esso, anche la realtà della vecchiaia, i sistemi di protezione sociale non paiono in sintonia con queste straordinarie trasformazioni né in termini di innovazione né di qualità nelle risposte assicurate.

Non è una riflessione oziosa se solo si pensa che, all’inizio del 2004, le persone ultra65enni assistite in Italia nei presidi residenziali socio-assistenziali erano 228.000 e che, rispetto al 1991, gli ospiti sono aumentati di 48.000 unità. Le donne rappresentano il 77% del totale. L’esorbitante numero di donne istituzionalizzate viene, in parte, giustificato dal fatto che i maschi vivono prevalentemente in convivenza per motivi di cura fin oltre la soglia degli ottant’anni, ma ciò non spiega perché le donne non possano continuare vivere a casa loro quando, esse stesse, si trovano in difficoltà. Il risultato è che tra le donne ultra75enni sole, circa una su due vive in casa di riposo. È un dato sconcertante, ma non stupisce se si considera che il 52% delle donne ultra85enni vive in famiglie unipersonali. Le dichiarazioni di principio quali il mantenere l’anziano nel proprio contesto familiare e sociale, disincentivando il ricorso a forme di istituzionalizzazione, sono enunciati ricorrenti in qualsiasi documento di programmazione e di intenti, ma i fatti sembrano smentire queste affermazioni. In Italia, i presidi residenziali per anziani hanno avuto un’enorme espansione, specialmente per l’apporto del settore privato. Dalle 3.600 strutture dei primi anni Novanta si è passati alle 4.500 e, in soli cinque anni, le persone istituzionalizzate sono aumentate di quasi 5.000 unità; parallelamente è aumentato il numero di operatori senza qualifica.

Che cosa sappiamo realmente di questi vecchi e della loro vecchiaia?

Se parlassimo con i diretti interessati dei problemi, delle difficoltà, ma anche delle possibili strategie per far fronte ai problemi delle disabilità e della non autonomia, o semplicemente ponessimo maggiore attenzione al loro punto di vista, scaturirebbero osservazioni e soluzioni completamente diverse da quelle che abitualmente supportano e giustificano le filosofie di intervento in campo di welfare. I politici, gli amministratori e gli operatori, al di là delle enunciazioni di principio, sembrano più ossessionati dai dati quantitativi del fenomeno e dai costi paventati da molti come insostenibili, che dai risvolti umani che tale fenomeno sta generando.

Ma siamo sicuri che non dovremmo spendere di più per difendere il diritto delle persone di scegliere se andare o no in casa di riposo? Per assicurare agli ospiti una maggiore considerazione per la loro vita privata e per la loro intimità? Per ottenere un comportamento meno confidenziale e più rispettoso da parte degli operatori? Per ridurre i tempi di attesa quando il vecchio chiama dal proprio letto e per garantirgli la libertà di poter decidere quando alzarsi e quando andare a dormire? Perché sono queste le cose che, in definitiva e semplicemente, chiedono le persone, e chi lavora in queste strutture lo sa benissimo. Uno studio olandese conferma che i vecchi nelle case di riposo vorrebbero poter disporre di stanze più grandi e non essere obbligati a convivere con persone sconosciute (oltre il 75% non dispone di una stanza propria).

Desideri e diritti ovvi, quasi banali, per la maggior parte di chi, fortunatamente, oggi non vive in queste realtà, eppure così difficili, nei fatti, da accettare e far rispettare.

Ci hanno insegnato che la vera democrazia deve tener conto delle obiezioni e del punto di vista degli altri; ma la dignità, l’autodeterminazione, la libertà, il rispetto della vita, il diritto all’informazione e a scelte responsabili non possono essere prerogative solo di alcune categorie di persone: sono diritti non negoziabili e devono valere per tutti, anche per chi non ha potere contrattuale, come i vecchi nelle case di riposo.

© Riproduzione riservata

Maria Cristina Novelli

Maria Cristina Novelli, sociologa, è responsabile del Servizio comunicazione dell’Azienda per i Servizi Sanitari n. 4 'Medio Friuli'. Esperta di politiche socio-sanitarie per gli anziani, collabora con l’Università di Udine in attività di docenza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia e quella di Scienze della Formazione.

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