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I colori dell’altro

di Davide Zoletto

L’altro è sempre colorato. Siamo noi, di solito, a vederci come neutri, spesso bianchi, di certo mai di colore. Non a caso diciamo che le nostre società, le nostre scuole, le nostre classi diventano oggi colorate perché solo oggi vi arriverebbero persone diverse da noi. Come se quelle società, scuole, classi non fossero state già sempre segnate da volti e storie assai poco omogenei fra loro.

Serve a poco che psicologi e fisici ci ricordino che in realtà i colori non esistono, che sono tutti nel modo in cui i nostri organi di senso percepiscono il mondo, non sono nel mondo. Così come serve a poco che gli studiosi di genetica ci dicano che non esistono le razze. Di fatto, poi, noi vediamo il mondo a colori, e a colori vediamo anche gli altri. E se è vero che Momo, la bambina protagonista del romanzo di Michael Ende, è lì a ricordarci quanto sarebbe alienante un mondo tutto grigio, i tanti bambini stranieri delle nostre classi – così come tanti bambini meridionali – sono anche loro lì a ricordarci quanto male fa sentirsi colorati dagli altri. Sentirsi dare del ‘negro’ fa male. E fa male anche sentirsi dare del ‘nero’ o sentirsi dare semplicemente del ‘bambino di colore’: saranno anche parole politicamente più corrette, ma aggiungono allo stigma del colore quel tanto di buonismo che rende lo stigma ancora più doloroso. Tant’è che molta cultura nera, soprattutto molta cultura nera al femminile (e quindi due volte esclusa, fanno testo a questo proposito le pagine di un’autrice come bell hooks) rivendica provocatoriamente il suo essere ‘negra’.

Parlare oggi di ‘colori’ significa parlare delle ‘differenze’ che segnano le nostre società. Non si tratta allora tanto di decidere ‘se’ vediamo più o meno colorate le società, cioè ‘se’ riconosciamo o meno le differenze. Si tratta di decidere ‘come’ le vediamo colorate, ‘come’ vediamo il ‘rapporto’ fra i vari colori, cioè ‘come’ vediamo il ‘rapporto’ fra queste differenze. In poche parole: quando vediamo le nostre società, scuole, classi come colorate, vediamo un insieme di colori rigidamente delimitati, contornati, o vediamo piuttosto un continuum di sfumature, di colori che passano l’uno nell’altro? Tra un colore e l’altro ci sono linee o sfumature? Se ci sono linee, allora anche le tante politiche del riconoscimento, le tante politiche e pedagogie multiculturali e multiculturaliste, ci rinchiudono in tanti isolotti che nei casi migliori non si parlano, nei casi peggiori sono in lotta più o meno violenta fra loro. Senza contare che ciascuno di questi colori – così rigidamente distinti – viene immediatamente posizionato lungo una ‘linea del colore’ che va immancabilmente da un ‘meno’ di dignità e umanità (il ‘nero’) a un ‘più’ di integrità e umanità (il ‘bianco’). Ogni nuovo colore, ogni nuova persona o gruppo non sono semplicemente ‘gialli’, ‘rossi’ o ‘marroni’, ma sono anche più o meno ‘neri’ o ‘bianchi’, cioè più o meno ‘uomini’. Lo sapevano bene, ieri, gli italiani d’America, tanto più ‘neri’ (erano o non erano chiamati ‘guinea’?) di molti loro omologhi migranti europei. Lo sanno bene oggi quegli albanesi che probabilmente ci sembrano più ‘neri’ (cioè più minacciosi, più lontani da noi) di tanti ghanesi.

Ma come imparare a vedere sfumature e non linee fra i colori? Un filosofo come Henry Bergson ci invitava a guardare il giallo, l’arancione e il rosso come un continuum di sfumature e non come tre colori distinti. Purtroppo, e Bergson lo sapeva bene, il nostro pensiero tende sempre a ri-tracciare le linee. Perché sono più rassicuranti, più facili da gestire, rispetto alle sfumature. L’esercizio di imparare a vedere i colori sfumare l’uno nell’altro è un esercizio sempre in salita, a cui non dobbiamo smettere di allenarci. Non è mai troppo presto per iniziare. Nella scuola dell’infanzia i colori sono un ‘classico’ argomento su cui fare intercultura. Altrettanto ‘classico’, sempre nella scuola dell’infanzia, è partire da una delle belle filastrocche di Gianni Rodari. Si intitola Girotondo di tutto il mondo e inizia così: «Filastrocca per tutti i bambini, per gli italiani e per gli abissini, per i russi e per gli inglesi, per gli americani e i francesi, per quelli neri come il carbone, per quelli rossi come il mattone, per quelli gialli che stanno in Cina dove è sera se qui è mattina…». Fermarsi qui, e far notare ai bambini come tutti i bambini siano uguali anche se di colore diverso, è certo una cosa importante, ma ci allena ancora solo a vedere linee e non sfumature… Però in quella stessa filastrocca, nel finale, c’è un’idea che potrebbe aiutarci ad andare anche in un’altra direzione: «per i bambini di tutto il mondo, che fanno un grande girotondo, con le mani nelle mani, sui paralleli e sui meridiani». Ecco, questo girotondo finale potrebbe essere una delle occasioni in cui imparare, fin dalla scuola dell’infanzia, a guardare anche le sfumature. Basterebbe far notare ai bambini (e notare anche noi) come in un girotondo non ci si tenga solo per mano, ma si giri anche, e il più velocemente possibile. E quando si gira, come in una girandola o in una trottola colorate, i colori non riusciamo più a percepirli distinti. Vediamo solo sfumature.

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Davide Zoletto

Davide Zoletto è ricercatore di Pedagogia presso l’Università di Udine e redattore della rivista "aut-aut". La sua ultima pubblicazione è 'Il gioco duro dell'integrazione' (Raffaello Cortina, Milano 2010).

Un commento a “I colori dell’altro”

  • marilena scrive:

    Salve,
    sono una laureanda in Scienze della Formazione Primaria dell’Università deli Studi di Firenze. Sto scrivendo una tesi sulla gestione delle diversità a scuola primaria. Potreste gentilmente consigliarmi dei testi che trattano il periodo in cui la scuola italiana si è avvicinata per la prima volta a tale concetto?Io pensavo che uno dei precursori che ha ocnvogliato l’attenzione sulle differenze sia stato proprio don Milani.

    Grazie mille

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