Pubblicato in: n. 04 Colore /

L’azzurro del cielo

di Nicola Gasbarro

L’‘azzurro’ rinvia sempre al cielo, ed è in ogni senso ‘celeste’. In una possibile cosmologia dei colori indica l’alto, il distinto da tutto il resto, il sopra che illumina e dà valore, come nei disegni dei bambini e nell’immaginario della mitologia. Di più: al fascino della verticalità impercettibile e sublime, sempre in qualche modo opposta all’orizzontalità sperimentale e multicolore dei rapporti terreni, aggiunge la seduzione dell’universalità e della regolarità. Senza l’azzurro del cielo è difficile pensare l’ordine di un mondo a colori e persino immaginare l’unità del genere umano: proprio perché viviamo tutti naturalmente sotto lo stesso cielo, guardiamo in alto per orientarci nel viaggio culturale e sociale della vita. A pensarci bene, almeno in termini strettamente razionali e scientifici, l’azzurro del cielo trascende ogni opposizione antropo-logica ed esistenziale: mette insieme e cerca di rendere compatibili la libertà del volo e la necessità dell’ordine, l’immaginazione fantascientifica e il determinismo cosmico, il racconto di altri mondi possibili e l’entropia, l’eternità quasi indifferente degli astri e la loro ciclicità temporale, il big bang delle origini e l’angoscia della fine, il mistero della creazione e quello più angoscioso dell’apocalisse, i limiti della condizione umana e gli inevitabili processi di trascendimento nel valore, l’universale della natura e la varietà delle culture, gli dei delle società politeistiche come forme del mondo e la trascendenza del vero ed unico Dio delle religioni monoteistiche. E tutto questo ‘nel’ e ‘sotto’ lo stesso cielo, mentre le stelle stanno a guardare e noi in questo sguardo scopriamo la luce di una legge morale universale e interiore, per adeguare trascendentalmente a qualche orizzonte ‘celeste’ la nostra vita sulla terra.

Non a caso la fenomenologia ha trovato in questa ricchezza di immaginario culturale le coordinate simboliche dell’esperienza religiosa intesa come fondamento della filosofia della coscienza: l’appercezione del cielo, fenomeno imprescindibile della condizione umana, è ebbrezza coscienziale dinanzi al sublime della natura, sacralità in azione grazie al fascinans e al tremendum del mistero ‘celeste’, e quindi ierofania del possibile e del pensabile come necessaria pre-figurazione dell’eterno ritorno narrato dal mito. «Il Cielo – scrive Mircea Eliade – rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa… Il Cielo si rivela quel che è in realtà: infinito, trascendente. La volta celeste è per eccellenza ‘cosa del tutto diversa’ dalla pochezza dell’uomo e del suo spazio vitale. Il simbolismo della sua trascendenza si deduce, diremmo, semplicemente dalla constatazione della sua infinita altezza. L’‘altissimo’ diventa, nel modo più naturale, un attributo della divinità. Le regioni superiori inaccessibili all’uomo, le zone sideree, acquistano i prestigi divini del trascendente, della realtà assoluta, della perennità». Conseguentemente il cielo – che in Eliade è sempre il Cielo – nasconde e rivela contemporaneamente il fascinans del mistero e della continuità incontornabile ed il tremendum della superiorità e del potere di senso di una legge cosmica intrasformabile: in definitiva la seduzione dell’azzurro è continuamente anche il timore del suo nascondimento che ci fa sempre precipitare nell’oscurità della vita e/o nell’abisso del nonsenso.

La fenomenologia religiosa è forse la prima forma di religiosità post-moderna proprio perché riesce a trascendentalizzare i grandi determinismi della natura, a sacralizzare le evidenze empiriche, a dare valore simbolico alle sensazioni immediate, a rendere ‘forme’ sostanziali della coscienza le modalità di relazione con l’esterno; conseguentemente essa è nello stesso tempo capace di immanentizzare il trascendente, di naturalizzare il divino e il suo potere di senso, di trasformare i rapporti tra gli uomini in una sorta di avventura ‘celeste’. Siamo così sempre sospesi tra una geografia e una religione, tra un ordine naturale e uno soprannaturale, tra una fisica macrocosmica e una metafisica elementare, tra la pochezza dell’uomo e la sua tensione verso la salvezza: in mezzo come elemento fondamentale di mediazione c’è sempre il cielo, quello reale ed empirico e quello simbolico e culturalmente costruito a nostra immagine e somiglianza… «Padre nostro che sei nei cieli… sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: dalle caratteristiche uraniche delle divinità pagane fino alla certezza delle cose sperate del Dio cristiano, le religioni trovano nel cielo un surplus di valore e di senso, fino a farne il luogo della salvezza e della beatitudine eterna. Si tratta di una necessaria ipersimbolizzazione della volta celeste, fino alla ‘rivelazione’ divina della legge e della sua necessità salvifica, o più concretamente di una geografia elementare che risponde all’esigenza umana di comprendere il mondo e di dargli un ordine distintivo e logicamente coerente? Se è vero che la visione del cielo è un’esperienza universale degli uomini, come si passa dalla constatazione empirica alla trasfigurazione simbolica e religiosa? È un problema anche per la nostra religione, dal momento che il cielo è anche il principio di ogni idolatria diabolica e quindi di ogni disordine esistenziale: il culto del Sole e della Luna, il senso ‘divino’ delle stelle, i rituali dei cicli stagionali, i calendari festivi e l’ordine che dallo spazio cosmico viene proiettato sul tempo sociale della storia.

Se le religioni, come dice Claude Lévi-Strauss, sono un’antropomorfizzazione della natura, le domande sul cielo sono molto più complesse e riguardano prima i processi di significazione umana e terrena e poi le connotazioni celestiali e paradisiache. Pur con invenzioni stravaganti come la divinazione e/o con un immaginario apparentemente illimitato come la mitologia, una cultura umana ha bisogno di caratterizzarsi come riduzione di complessità del mondo e quindi prima di tutto come cosmo-logia: lo fa a partire dal corpo umano e dalla sua posizione eretta (più che dall’albero cosmico e/o dal simbolismo universale della croce, come asse sostanziale che unisce il cielo e la terra), formalizzando strutture logiche elementari (alto/basso, destra/sinistra, ecc.) che applica ai vari ambiti della realtà che vuole spiegare: cielo/terra, est/ovest, ecc.: il simbolismo è sempre un mettere insieme più ordini distinti per esigenze sia di riduzione di complessità sia di libertà di immaginazione. Il cielo è essenziale rispetto alla terra quanto l’alto rispetto al basso e ogni codificazione successiva ha senso solo all’interno di questa logica della mente: non a caso è sufficiente guardare in alto per accorgersi della regolarità del sole e della luna, dei pianeti e delle stelle, dell’alternanza del giorno e della notte, in definitiva di un ordine del cielo che costringe il pensiero ad andare oltre l’opposizione logica e il calcolo sperimentale. I calendari delle civiltà antiche sono la formalizzazione sociale, e quindi anche simbolica, di un ordine spazio-temporale che ha origine da un’osservazione attenta del cielo, che non necessariamente mette in moto credenze di ordine religioso. Le conferme antropologiche sono tante e di ogni tipo: rinvio qui solo a due che possono essere considerate anche come limiti dell’immaginario celeste. Da un lato la sociologizzazione del cielo nella mitologia dei popoli senza scrittura: il codice cosmologico è solo una delle tante possibilità di comunicazione sociale, dal momento che il sole e la luna devono evitare l’incesto e le stelle osservare le regole sociali delle buone maniere per evitare disastri universali. Dall’altro una sorta di costrizione dell’ordine celeste sulla vita sociale, come nell’immaginario simbolico e politico dell’impero cinese: come si sono resi presto conto i Gesuiti del XVII secolo, il ‘mandato celeste’ non aveva a che fare con la religione perché il T’ien dei Cinesi era solo il cielo, e non il Signore del cielo.

Quando dalla ortodossia imposta delle religioni passiamo all’ortopratica ordinatrice delle civiltà, l’immaginario del cielo si allarga e le sue rappresentazioni si moltiplicano, fino ad invertire gerarchie di senso e prospettive esistenziali, senza necessariamente decostruire quelle più conosciute e per noi più familiari. Tutto dipende da come guardiamo il cielo e dal valore che vogliamo dare a quell’azzurro che dall’alto dà luce al chiaroscuro della nostra vita sulla terra.

© Riproduzione riservata

Nicola Gasbarro

Nicola Gasbarro è docente di Antropologia della multiculturalità, Antropologia culturale e Religioni dei popoli primitivi presso l’Università di Udine. È inoltre collaboratore scientifico del Centro Internazionale sul Plurilinguismo dell’Ateneo udinese.

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