Pubblicato in: n. 06 Uguale /

Tal quale, se non uguale…

di Sergio Polano

Come sempre nelle scienze (esatte o meno), bisogna innanzitutto intendersi. Almeno provvisoriamente e localmente, circa ciò di cui si scrive e si leggerà. Ben sapendo che i significati son molti e le definizioni diverse. Anche questo numero di «Multiverso» è infatti dedicato a esplorare le plurali accezioni e le feconde ambiguità di un tema, che nello specifico è l’uguale: all’egida dello spirito filologico che anima la rivista, in senso proprio, di amore per il ‘discorso’, in stretta parentela sia con l’ésprit philosophique, sia con la precisione di accenti che non solo chiedon le scienze ma le arti tutte.

Perciò, mi limito, come d’abitudine, a sfogliare prima i dizionari attuali e poi a consultare il buon vecchio Tommaseo, per capire e convenirne almeno uno, di significati. «Uguale, 1, agg., che non differisce da altro o da altri in tutto o per determinate caratteristiche» – recita in prima accezione il De Mauro. Mentre Nicolò precisa nel Nuovo Dizionario de’ Sinonimi della lingua italiana: «3399. Eguali, due oggetti corrispondenti pienamente, o quasi, tra loro, o nell’essenza o nella qualità o nella quantità […] 3409. Eguale, riguarda e la quantità e la qualità; simile, la qualità […] Eguaglianza è somiglianza perfetta d’ogni parte […]. Tal quale denota somiglianza prossima quasi a eguaglianza […] non […] che le due cose siano veramente eguali; ma […] ben più che mera somiglianza […]. Simile, di tutte quante le qualità; somigliante, delle più appariscenti». Conforta il gradiente esplicito di non coincidenza assoluta, posto che la corrispondenza dev’esser piena, ‘o quasi’, e i termini dell’uguale non differiscono ‘in tutto o per determinate caratteristiche’. Non è identità, né idem né =, un uguale, nel senso comune – come siam tutti noi umani; piuttosto, uguale è perfetta somiglianza, inferisco.

Il problema che ci si è posti è: l’uguale, quale significato e ruolo ha in architettura?
Una constatazione è ovvia: esistono molti edifici uguali, con temperature di somiglianza variabili. Limitandosi a esiti contemporanei, abbondano le costruzioni pensate e fatte in serie, specialmente nel settore abitativo di massa, iterate sino a farsi città-dormitorio industriali, ad esempio, dal Regno Unito della prima era della meccanizzazione agli Stati Uniti del New Deal, alla Germania di Weimar o all’Unione Sovietica dei piani quinquennali, con strascichi successivi e attuali: basti guardare alle tante Coree delle nostre città. Il livellamento egualitario, come prova l’idea stessa di existenz-minimum, era il sogno di parte delle ‘avanguardie’ del secolo scorso (e di alcuni conclamati maestri dell’architettura – salvo non abitarci affatto di persona). In molti casi, il sogno dell’uguale si è fatto mostro e incubo (in particolare, con la prefabbricazione pesante, dura necessità storica ma necessità); in altri rappresenta ancora un modello, criticabile, ma pur sempre agibile – con intelligenza degli errori passati –, laddove vi sia necessità di nuova edificazione o di sostituzione del patrimonio abitativo. Per non parlare di alcune tipologie costruttive intrinsecamente inclini all’uguale: uno per tutti, il capannone; o altri tipi di costruzioni, più ingegneristiche forse, in primis quelle legate alle infrastrutture e ai trasporti: strade, ferrovie, vie d’acqua.

L’aspetto più interessante del tema è – a mio avviso – legato piuttosto alla intrinseca ripetibilità dell’architettura, a certe condizioni, anche a prescindere dalla contemporaneità. Se si conviene che si tratti di arte differita, in cui l’esecuzione/costruzione consegue alla scrittura/disegno di un progetto – ossia che è interpretazione di uno spartito, per usare un’immagine musicale –, si dovrebbe ammettere che la ripetibilità ossia la ‘costruzione uguale’ è virtualità propria ed appropriata all’architettura. Per essere più chiari: se (ma solo se) si è in possesso di tutta la documentazione grafica di progetto necessaria (nonché delle altre informazioni utili al processo costruttivo), perché pensare che una costruzione replicata (con gli stessi materiali forme collocazione), di solito a seguito di distruzione della prima realizzazione, sia una copia o, comunque, un’opera in alcunché inferiore? Ad esempio, l’attuale padiglione di Mies van der Rohe a Barcellona (costruzione 1928-29, demolizione 1930, ricostruzione 1986) è qualcosa di meno o è uguale, rispetto a quello della fine degli anni ’20? Non è forse una forma di feticistico attaccamento (proprio dell’Occidente, in specie, e delle culture litiche in generale, sia detto per inciso) a quelle parti di materia con cui era stato costruito, parti che oggettivamente non ci son più, ciò che ci limita nel giudizio e nell’esperienza?

D’altra parte, la pressoché integrale trasformazione degli strumenti grafici di progetto (non di quelli mental-concettivi, ça va sans dire) dovuta all’informatizzazione, ossia alla riduzione al puro numerico, al digital, ha fatto sì che il problema dell’originale e della copia – in questo e in ogni ambito numerizzato – si sia letteralmente dissolto: un file è uguale identico a un file, i bits sono bits.

Certamente (seppur si tratti di problema collaterale), il ‘dov’era, com’era’ va adottato con scrupolo e giudizio, giacché talvolta ha impedito, per motivi di sentimento e non di raziocinio, l’adozione di soluzioni più coraggiose, se non più consone ai tempi, di cui siamo testimoni anche in anni recenti. Agli architetti spetta (o, meglio, spetterebbe) il compito arduo di rispondere alle sfide costruttive di ogni presente, con mezzi e concezioni coerenti e conformi ai problemi, soprattutto in ambito storico: la città non è corpse, corpo cadaverico, da imbalsamare.

Di contro, tutta una serie di opere di grande rilievo storico, perché non dovrebbero essere costruite uguali, con le cautele sopra espresse e in presenza di ragioni che ne giustifichino la nuova erezione? Estendendo l’ipotesi al limite, perché – dopo opportuni rilievi scientifici e approfondite analisi interpretative – non potremmo costruire uguali anche alcuni dei monumenti maggiori del passato (molti ridotti a ruderi ma integralmente rilevabili e trascrivibili in forma di progetto)? Soltanto perché siam timorati dai limiti della nostra cultura? La civiltà, nella misura in cui è stratificazione di memoria e pluralità di culture, ha continuo bisogno – vorrei ancor credere – del loro etimologico ammonimento, del consiglio severo e autorevole di cui sono forma costruita.

Se non uguali, almeno tal quali…

© Riproduzione riservata

Sergio Polano

Sergio Polano, architetto e designer, ha interrotto la carriera universitaria di professore ordinario di storia dell’arte contemporanea presso l’Università IUAV di Venezia, per godere gli 'otia' nei colli aviti del Friuli.

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