Pubblicato in: n. 06 Uguale / uguale /

Uguaglianza – esclusione nei processi di globalizzazione

di Pierluigi Di Piazza

Affermare l’uguaglianza, la pari dignità, gli stessi diritti di ogni persona e comunità, di ciascun popolo esige una collocazione di parte, uno sguardo parziale, preferenziale; il superamento definitivo di una illusoria neutralità.

Un necessario sguardo parziale sul mondo
Nel novembre 2005 mi sono incontrato in Salvador con persone e comunità per la celebrazione dell’anniversario del martirio dei sei padri Gesuiti massacrati, insieme ad una donna e alla sua giovane figlia, il 16 novembre 1986 all’UCA (Università del Centro America) dall’esercito e dalla guardia nazionale. L’atrocità della morte inflitta ha voluto essere, nell’intenzione dei carnefici, proporzionale alla profondità spirituale, culturale, teologica e al cammino con i poveri, delle vittime.

Ho incontrato il teologo della liberazione Jon Sobrino.
Nel dialogo ha ripreso un’affermazione esclusiva ed escludente della Chiesa: «Al di fuori della Chiesa non c’è salvezza», per trasformarla in una constatazione, in un coinvolgimento e in una prassi: «Al di fuori dei poveri non ci può essere salvezza per l’umanità e per l’eco-sistema». Senza cioè condividere la condizione, le privazioni, le sofferenze, le utopie, le speranze, la fede, la creatività, la dedizione dei poveri guarderemo il mondo con gli occhi presuntuosi della nostra centralità, della nostra inaccettabile superiorità.
Non si tratta dell’assolutizzazione dei poveri, della copertura di loro atteggiamenti meno umani, favoriti anche dalle loro storie di vita, ma della condivisione della loro condizione, causata dall’ingiustizia strutturale, da situazioni di sfruttamento e violenza.
E questo sguardo deriva dalla condivisione di situazioni nelle nostre comunità locali e in simultanea di quelle di tutto il pianeta.

E guardando con i loro occhi la vita, le relazioni, il denaro, il potere, le armi, le istituzioni, la politica, le fedi religiose, la chiesa, siamo chiamati alla denuncia di tutte le situazioni disumane e alla progettualità, già coinvolgente nell’impegno, per un altro mondo più giusto e umano.
Questo sguardo individua un criterio di giudizio…

E ancora riascolto e comunico un’altra affermazione di Jon Sobrino ripresa dal suo confratello e profondo amico padre Ignacio Ellacuria, basco come lui, filosofo e teologo, rettore di quella Università, martire con gli altri cinque fratelli e le due donne amiche.
Un filosofo e un teologo di profondità e di elaborazione del tutto speciali: agli inizi degli anni ’80, considerando la condizione dei salvadoregni e quella di gran parte dell’umanità, affermava che: «Se la civilizzazione della ricchezza ha prodotto e continua a produrre l’ingiustizia strutturale che rende vittime così tanti popoli, solo l’alternativa di una civilizzazione della povertà potrà poco a poco, ma in modo deciso, operare un cambiamento significativo».
Civilizzazione della povertà come lotta alla miseria, come garanzia a tutte le persone della terra dell’indispensabile per vivere con dignità: cibo, acqua, salute, istruzione, lavoro, casa, relazioni umane dignitose e possibilmente serene.

Con questo criterio dirimente, la lettura della realtà porta a denunciare le questioni decisive per la vita dell’umanità e di tutti gli esseri viventi: l’ingiustizia strutturale del mondo; la legge del mercato come legge assoluta e suprema che decide sulle persone, sulle comunità, sull’ambiente vitale.

Nel mondo vige un’economia di morte che produce morte, che si alimenta di morte: uccisioni per fame, sete, malattie endemiche e curabili; sfruttamento delle persone, bambini e donne soprattutto; diverse forme di schiavitù e di sfruttamento.
La massimizzazione dei profitti riduce tutto e tutti a merce, a cose; umili e ricatta la politica; riduce a formalismo le democrazie; infrange l’etica; relativizza l’importanza della cultura, della spiritualità, delle relazioni.

Il capitalismo ha bisogno del militarismo, delle armi, delle guerre da attuare nelle diverse forme. La denuncia assieme agli impoveriti della produzione, del commercio, dell’uso delle armi è appassionata: gli investimenti negli armamenti sono una sottrazione, un furto agli impoveriti del mondo e a coloro che vivono condizioni di fatica nella nostra società.
La guerra in questi ultimi due decenni ha ritrovato legittimazione; è diventata uno strumento necessario e si è diffusa una accettazione fatalistica di questa situazione.
Poco o nulla si dice della riconversione dell’industria bellica. Le armi di Aviano o di Vicenza o di Ghedi sono le stesse che si usano in Irak, le stesse che si usano in Colombia: hanno la stessa matrice, sono dentro la stessa logica.

Una denuncia riguarda le diverse forme di xenofobia e di razzismo; di pregiudizio e di esclusione nei confronti della diversità dell’altro con una logica di identità che pretende superiorità, che decreta inferiorità ed erige muri visibili o invisibili di demarcazione e separazione.
Un’altra denuncia riguarda la riduzione della terra, dell’acqua, delle montagne, delle foreste, delle miniere a oggetto di dominio, di usurpazione, di sfruttamento da parte dell’uomo con uccisione di specie viventi, con danni irreversibili per l’oggi e soprattutto per le future generazioni.
Un’altra denuncia ancora, con lo sguardo degli impoveriti e la responsabilità della civilizzazione della povertà, riguarda il materialismo assoluto, invadente che determina e suscita bisogni artificiali, separa, isola, porta a dimenticare dimensioni fondamentali della vita: la profondità dell’essere, il silenzio, la spiritualità, la cultura, la contemplazione, la lettura, il dialogo, la creatività, l’espressività artistica, la poesia.
Come si può intuire e, poi, come si può essere coinvolti nel necessario e doveroso cambiamento, come si può esser disponibili ad agire con decisione personale, in relazione e in rete con gli altri? Da dove l’intuizione, la convinzione e le decisioni?

Per un’etica mondiale
In una situazione in cui il pianeta e tutto l’eco-sistema sono sempre più interdipendenti è indispensabile formarsi antropologicamente ad un ethos comune, cioè ad un modo comune di sentire le situazioni per decidere un’etica mondiale fondata su alcuni principi e criteri condivisi da tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a cui contribuiscano le diverse ispirazioni culturali e religiose. Un’etica mondiale che, appunto, dovrà partire dai poveri e dalla civilizzazione della povertà. Essa coinvolge subito un’altra visione dell’economia, cioè della norma che regola la casa comune, superando una concezione finanziaria ed economicista del denaro che crea denaro.

In una concezione globale delle diverse sensibilità, dimensioni e attitudini dell’essere umano l’economia assume un’ampiezza straordinaria nel suo significato e nelle sue effettive dinamiche e riguarda tutte quelle dimensioni che favoriscono e realizzano una umanizzazione della storia. L’economia assume il cuore e la ragione; la disponibilità, la competenza, l’impegno, la gratuità; riguarda le energie positive, le culture, le diverse espressioni artistiche, le fedi religiose; attinge alle memorie; mette in relazione persone e comunità; ideali, progetti, resistenze, cooperazione; valorizza in modo significativo le diverse dimensioni, i diversi contributi umani, professionali, produttivi, finanziari.

Questa etica mondiale e questa concezione dell’economia ci portano a decidere l’impegno per la giustizia, la legalità, la sobrietà della vita; esperienze di finanza etica; bilanci di giustizia, commercio equo e solidale; lo sviluppo e la cooperazione internazionale liberati da ogni atteggiamento di superiorità, di paternalismo, di assistenzialismo, di elegante, camuffato neocolonialismo; l’accoglienza dell’altro, di ogni altro, con attenzione a chi fa più fatica a vivere in questa società; agli stranieri presenti fra noi, con un percorso di reciprocità e di cittadinanza.
La relazione con gli stranieri riguarda in modo del tutto profondo ed evidente la questione dell’uguaglianza e della diversità, meglio dell’uguaglianza nella diversità.

La concretezza delle scelte politiche e legislative, delle condizioni lavorative, scolastiche e di assistenza sanitaria, chiede una opzione culturale di fondo. La liberazione dalla considerazione che l’altro è inferiore in quanto diverso è quanto mai urgente e necessaria, proprio per il suo profondo radicamento e le sue tragiche attuazioni nella storia.

L’altro, nessun altro, è inferiore; è diverso, così come noi lo siamo. La liberazione dal tentativo di omologazione dell’altro in quanto diverso è continuamente doverosa, proprio nell’intento di salvaguardare la sua diversità; in caso contrario la forzata rinuncia a vivere e ad esprimere le diversità conduce all’uniformità decisa ed attuata dal pensiero forte che pretende di appiattire per affermare la propria supremazia.

C’è un’unica possibilità degna dell’uomo, la cui attuazione contribuisce alla costruzione della convivenza pacifica fra le differenze: quella di affermare e praticare la pari dignità, l’autentica uguaglianza di ogni persona, comunità e popolo; e questo senza distinguo, alibi, parentesi; nello stesso tempo quella di considerare la diversità dell’altro come una possibilità di crescita umana, culturale, spirituale. Le diversità che si comunicano nella reciprocità diventano un arricchimento per entrambi i soggetti, per le tante e diverse culture e fedi religiose.

Un nuovo mondo di uguaglianza è possibile
Nuovo
rispetto all’attuale; nuovo nel significato pregnante di un futuro umano che comincia nelle scelte dell’oggi; nuovo nel senso di profondamente nuovo, non aggiustamento e correzione di facciata di un presente disumano che comunque continuerebbe aggravandosi, appunto, con qualche correttivo per la sua accettabilità; il mondo inteso non come oggetto di studio, di sperimentazione, di utilizzo, di sfruttamento: il mondo come eco-sistema di relazioni fra tutti gli esseri viventi, fra cui l’essere umano; fra le diverse forme di energie, in cooperazione pluralistica fra di loro.

Possibile: con l’attenzione a liberarci dalla dose di fatalismo, di riduzione minimale di questa indicazione; con l’attivazione invece di tutte le potenzialità e possibilità ancora inedite e così spesso costrette e impedite da una visione dell’essere umano, della vita e della storia di per sé chiusa, ripiegata.

Di uguaglianza: nel quale le dichiarazioni siano sempre seguite da scelte e da pratiche coerenti personali e comunitarie, culturali, etiche, politiche, legislative.

Personalmente avverto in tutta la sua forza il significato del termine ‘utopia’, troppo spesso dichiarata come illusione, come impossibilità.
Assumiamolo invece nella sua etimologia di luogo non ancora abitato ma intravisto, abitabile, verso cui muoversi insieme per poterlo abitare. Anche se non ci arriveremo e ci arriveranno altri compagni e compagne di viaggio è importante il tratto di strada percorso da ciascuna/o di noi e percorso insieme.

© Riproduzione riservata

Pierluigi Di Piazza

Pierluigi Di Piazza è parroco di Zugliano, frazione di Pozzuolo del Friuli, dove, nel 1989, ha fondato il Centro di accoglienza per stranieri e di promozione culturale intitolato a padre Ernesto Balducci. Collabora con giornali e riviste ed è autore di diversi libri, fra i quali 'In cammino con le tribù della terra' (2002), Prendere a cuore (2004), 'Nel cuore dell’umanità' (2006) e 'Accoglienza giustizia pace' (2008), editi dall’Associazione 'Centro Ernesto Balducci'.

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