Pubblicato in: n. 07 Corpo /

Basic ‘instincts’. Noi e il nostro corpo

di Giorgio Manzi

Il corpo, il nostro corpo, quello di ciascuno e quello di tutti gli altri, il corpo dell’uomo e quello della donna, il corpo… nudo (e di questa parola io quasi mi vergogno) è di certo una fra le più remote forme di conoscenza per noi Homo sapiens.

Anche se, in origine, possiamo pensare a qualcosa di simile a un’atavica ‘percezione’ più che a un quadro ordinato di nozioni, si tratta di qualcosa di fondamentale: il riconoscimento delle caratteristiche somatiche della specie, o fenotipo (come direbbero i ben informati). Esse assumono un significato anche – e, per certi versi, soprattutto – in virtù della consapevolezza che ognuno di noi ne ha: dai tratti del volto alla mimica facciale, dalla silhouette del profilo corporeo al modo di camminare, dai dettagli del palmo della mano a tutto il resto.

Su questa consapevolezza – che è in parte innata, ma viene anche acquisita nelle prime fasi della vita attraverso il rapporto con la madre, con le altre figure parentali e con la propria stessa persona – si basano la nostra identità e la percezione di essere parte di una comunità riproduttiva. Uno dei criteri identificativi delle specie in zoologia, il Recognition Concept of Species, considera infatti fondamentale proprio il riconoscimento intra-specifico fra gli individui. I mammiferi in particolare, e l’uomo fra essi, vengono in questo modo a riconoscersi attraverso il ‘sistema di fertilizzazione’ che contraddistingue ciascuna specie. Questo, a sua volta, si fonda su un insieme di segnali scambievoli tra i due sessi che vengono manifestati dai comportamenti e dall’aspetto esteriore (odori inclusi) degli individui: il fenotipo, appunto.
Per quanto inconsapevolmente, dunque, anche noi umani acquisiamo presto una conoscenza profonda del nostro corpo e, per estensione, delle caratteristiche somatiche proprie dei nostri simili, particolarmente riguardo ai marcatori di dimorfismo sessuale.

Un esempio piuttosto eloquente può essere rappresentato da una fra le più antiche raffigurazioni antropomorfe, ancora visibile sulla parete di un riparo sotto-roccia nel Sahara centrale. Siamo nel Tadrart Acacus, il massiccio di arenaria che si erge tra le dune del deserto sud-occidentale della Libia, noto da tempo agli archeologi e ora anche ai turisti, spesso più vandali che turisti. È una raffigurazione di arte rupestre della fase stilistica cosiddetta delle Teste Rotonde: due profili umani disegnati a tratto continuo, in rosso cupo. Le due figure di Ghrub I (così si chiama il sito) sono dipinte con semplicità e con delle vistose semplificazioni: la testa rotonda e quasi surreale, le dita in negativo, ecc. Eppure, riconosciamo immediatamente che si tratta di un uomo e di una donna. All’artista preistorico è bastato accennare al diverso sviluppo delle spalle e alla differente rotondità dei fianchi nei due soggetti, per farci capire esattamente chi stava rappresentando, senza ricorrere a dettagli anatomici più espliciti, ma anche, in qualche modo, facendoci sapere che sapeva.

È di tutta evidenza, dunque, che fra le più remote forme di conoscenza degli esseri umani vi sia stato il corpo, proprio e altrui, soprattutto in rapporto al sesso, ovvero alla funzione riproduttiva. Ed è proprio qui che incontriamo un’altra importante fonte di consapevolezza del corpo da parte dell’uomo o, per meglio dire, da parte soprattutto della donna: il parto. Non abbiamo testimonianze dirette di ciò nella preistoria più antica, ma possiamo dedurne l’importanza in base ad alcune considerazioni comparative. È probabile, infatti, che sin dall’acquisizione della postura eretta e della locomozione bipede fra gli ominidi, intorno a 5 milioni di anni fa, e ancor di più dopo la comparsa sulla scena del genere Homo, intorno a 2,5 milioni di anni fa, il parto abbia iniziato a rappresentare (paradossalmente) un serio problema per la sopravvivenza sia della madre che del nascituro e, dunque, un momento di intensa pressione selettiva.

Le modificazioni a cui è andato incontro lo scheletro dei primi ominidi in rapporto al bipedismo – modello di locomozione piuttosto insolito per la scimmia che eravamo – hanno avuto come fulcro le ossa del bacino, che più di altri elementi scheletrici hanno ‘dovuto’ assumere un nuovo assetto tridimensionale. Senza entrare in dettagli, il bacino umano è più corto, più largo e più compatto rispetto a quello delle scimmie antropomorfe, nostri parenti più prossimi; inoltre, ha acquisito un diverso orientamento rispetto alla colonna vertebrale, da un lato, e agli organi interni dell’apparato riproduttivo femminile, dall’altro. Per questo insieme di fattori – unitamente alle formidabili dimensioni del nostro cervello e, dunque, del cranio, che si sono via via accresciute in rapporto al fenomeno noto come ‘encefalizzazione’ – il feto a termine deve subire una doppia rotazione e una brusca flessione della nuca e del tronco, in modo da impegnare il canale del parto, seguire la traiettoria angolata disegnata dalle ossa pelviche e venire alla luce. A questo punto, il parto nella nostra specie è di norma ‘ventrale’ (mentre nei nostri parenti antropomorfi è ‘dorsale’), ovvero con la faccia del neonato che guarda in direzione opposta a quella della madre. Tutto ciò comporta che il parto per noi Homo sapiens sia un evento delicato, difficile e molto doloroso.
Sta scritto nella Bibbia: «[…] partorirai con dolore […]» (Genesi, 3:16).

È stata più volte richiamata l’attenzione su questi aspetti e sui cambiamenti anche a livello di interazione sociale che tale condizione ha comportato nella storia umana. Fra i primati non-umani, la madre scimpanzé, ad esempio, può aiutare a nascere il proprio figlio: data la posizione dorsale di presentazione del neonato, può vedere il volto del piccolo mentre viene al mondo e aiutarlo a respirare, pulendogli il naso e la bocca; può anche intervenire agevolmente per recidere il cordone ombelicale. Il parto in questa specie non è un evento traumatico e può essere (e difatti è) un’esperienza solitaria.

Il nostro caso è ben diverso e in tutte le culture umane le donne hanno bisogno di aiuto nel momento del parto: per noi Homo sapiens il parto è diventato un fatto ‘sociale’ e comporta un’assistenza attiva da parte di altri individui, tale da richiedere una conoscenza intima del corpo proprio e di quello altrui.

Con altrettanta probabilità, un’ulteriore conoscenza atavica del corpo umano riguarda la consapevolezza che abbiamo maturato rispetto ai nostri limiti biologici. Come primati di foresta, dobbiamo aver avuto le nostre difficoltà ad adattarci a contesti ambientali più aperti, come la savana, dovendo affrontare prima questo nuovo habitat e dopo – passati i 2 milioni di anni fa, quando iniziammo a diffonderci anche fuori dal continente africano – altri ambienti e altri ancora, fino a lambire le immani distese di ghiaccio prodotte dalle ricorrenti glaciazioni quaternarie. Nel frattempo, questo difficile confronto con l’ambiente si era arricchito, e complicato, con l’acquisizione di una nicchia ecologica anch’essa del tutto nuova per l’originario primate di foresta che eravamo, abituato a nutrirsi perlopiù di foglie e frutta. Una nicchia, in primo luogo trofica (come direbbero i ben informati di prima), sempre più dipendente dal progressivo incremento del contenuto in proteine animali nella dieta.

La carne: alimento nobile, ottenuto attraverso lo sciacallaggio, prima, e con strategie di caccia e pesca, poi. Sembra ragionevole pensare che la consapevolezza dei limiti strettamente biologici abbia giocato un ruolo attivo nel momento in cui l’uomo si è provvisto di ‘protesi’ per procacciarsi il cibo, come pure (più in generale) di una sorta di diaframma artificiale frapposto tra sé e l’ambiente e mediato dalla propria cultura.

Oggetti naturali e manufatti sempre più elaborati vengono da allora utilizzati per fronteggiare un ambiente spesso difficile e per assolvere al ruolo nella catena alimentare che a un certo punto ci siamo conquistati. È così che abbiamo appreso a costruire e utilizzare strumenti in pietra, in legno o in osso, oppure (e non sappiamo bene da quando) a coprirci il corpo semi-glabro con pelli di animali o, anche, a trasformare il freddo e il buio che c’è intorno, accendendo un fuoco caldo e luminoso all’imboccatura di una grotta.
E via di questo passo…

© Riproduzione riservata

Giorgio Manzi

Giorgio Manzi è docente di Biologia evoluzionistica e di paleontologia ed evoluzione umana presso l'Università La Sapienza di Roma ed è direttore del Museo di antropologia 'Giuseppe Sergi'. Fra le sue ultime pubblicazioni, 'Homo sapiens. Breve storia naturale della nostra specie' (Il Mulino, Bologna 2006), 'L'evoluzione umana. Ominidi e uomini prima di Homo sapiens' (Il Mulino, Bologna 2007) e 'Uomini e ambienti' (con A. Vienna, Il Mulino, Bologna 2009).

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