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Corpi di guerra

di Marco Deriu

Negli ultimi anni la trasformazione delle guerre ha portato a offuscare la loro materialità e corporeità. Da una parte, la mediatizzazione e l’appiattimento sullo schermo televisivo hanno determinato una virtualizzazione della violenza, dall’altra la tecnicizzazione e la professionalizzazione hanno portato ad aumentare la lontananza fisica, psicologica e cognitiva dalla guerra e dalle sue brutalità.

Eppure ancora oggi, in un’epoca che qualcuno ha definito ‘post-eroica’, le guerre continuano a chiamare in causa i corpi. I corpi dei feriti, degli ostaggi, delle vittime civili. Ma anche i corpi dei soldati, dei generali, dei politici e degli strateghi. È necessario ricordare che siamo fatti di corpi e che il materiale e l’obiettivo ultimo della guerra sono i corpi. Non esiste una guerra chirurgica, pulita, una guerra che non distrugga, che non infierisca sui corpi.

Allo stesso tempo non basta ricordare genericamente la corporeità della guerra. Anche volendo tenere presente i corpi, volendo parlare del rapporto tra corpi e guerra, si tratta poi di vedere di che corpi stiamo parlando: corpi maschili o corpi femminili, per esempio? Si tratta allora di riconoscere che la guerra è una faccenda che mette in gioco anche le identità sessuali.

La questione della pluralità è centrale nel fenomeno della guerra. Ritengo, anzi, che non si possa comprendere quasi nulla degli eventi bellici se non ci si dispone a interrogare anche la dimensione sessuale che li fonda e li attraversa.

Se si tiene conto della differenza sessuale, infatti, la prospettiva cambia non poco. Cambia se pensiamo ai soggetti che fanno la guerra – che storicamente sono principalmente (anche se non esclusivamente) uomini –, se pensiamo al rapporto tra i sessi nella violenza, ai valori, al significato e all’immaginario di cui si nutrono i fenomeni bellici.

La pratica di stuprare o rapire le donne come bottino affonda nelle origini stesse della guerra. Come sappiamo, poi, nei conflitti più recenti lo stupro è diventato una vera e propria arma di guerra – per la prima volta condannata ufficialmente come tale dalla Risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Lo stupro è, peraltro, solo il più ricorrente degli attacchi verso l’altro sesso. In molti conflitti le donne sono state rapite e costrette a sposarsi, a servire o a prostituirsi, sono state imprigionate, violentate, inseminate, seviziate, sfigurate, mutilate e uccise.

Ma l’aspetto che forse non tutti conoscono e sul quale non c’è stata ancora un’adeguata riflessione è che questo tipo di violenza è diffuso in ogni direzione e scompagina le categorie tradizionali con cui leggiamo la guerra. Prendiamo, ad esempio, quella classica tradizione filosofica che, a partire da Carl Schmitt, individua quale fondamento della politica l’antitesi amico/nemico. Questa opposizione costituirebbe l’essenza stessa del conflitto. Tuttavia, per quanto riguarda la violenza di guerra, l’opposizione tra amici e nemici offusca il fatto che la violenza maschile contro le donne attraversi trasversalmente entrambi i fronti della guerra.

In primo luogo registriamo, infatti, una violenza rivolta contro i civili e, in particolare, contro le donne appartenenti alla parte avversaria o, come si dice, al ‘nemico’. Abbiamo avuto crimini generalizzati di questo tipo durante la Seconda guerra mondiale, da entrambe le parti: dai tedeschi nei Paesi occupati e nei campi di concentramento, dai giapponesi contro le donne cinesi, coreane e filippine, dai francesi contro le donne italiane e tedesche, dai russi contro le donne tedesche. Gli americani commisero stupri indistintamente contro le giapponesi, le tedesche, le italiane e perfino contro le inglesi e le francesi. Lo stupro come arma di guerra lo ritroviamo tra l’altro nel conflitto tra Bangladesh e Pakistan, durante l’occupazione indonesiana di Timor Est, nella guerra civile in Myanmar e in Sri Lanka, durante l’invasione del Kuwait, nella guerra in Sierra Leone, in quella in Congo e in Afghanistan e poi nei casi più emblematici della guerra nella ex-Jugoslavia e del genocidio ruandese del 1994.

In secondo luogo, questo tipo particolare di violenza rivolta contro i corpi delle donne è stata spesso usata anche contro l’opposizione politica interna. In alcuni Paesi gli stupri sono stati una forma di violenza e terrore di Stato contro una parte della popolazione sgradita o un modo per colpire movimenti di resistenza: in Turchia contro le donne curde; in Perù, in Guatemala, nel Kashmir, in Algeria e ad Haiti come strumento di terrore politico contro famiglie accusate di far parte dell’opposizione; in Algeria le donne si sono addirittura trovate sotto la violenza incrociata dei gruppi fondamentalisti islamici e del terrore di Stato.

In terzo luogo – e qui emerge ancora più chiaramente la particolarità di questa violenza –, si sono registrate anche violenze contro le donne della propria comunità. Durante la Seconda guerra mondiale i soldati sovietici violentarono non solo le donne tedesche, ma le stesse donne sovietiche man mano che le liberavano dai campi di concentramento. In Palestina, durante il periodo della seconda Intifada, le donne dovettero affrontare non soltanto la violenza delle truppe di occupazione israeliane, ma anche una crescita della violenza domestica. Alcune fonti sostengono che negli anni successivi alla Guerra del Golfo del 1991 non meno di 60.000 donne-soldato statunitensi sarebbero state vittime di stupro o di aggressione sessuale durante il servizio militare. Anche durante la guerra in Iraq del 2003 i casi di violenza sulle donne all’interno delle forze armate statunitensi sarebbero stati numerosi, e hanno portato a denunce giornalistiche e all’apertura di diverse inchieste ufficiali. Anche sull’altro fronte le donne irachene sono state vittime di violenza durante la guerra da parte dei propri stessi concittadini.

Ma le sorprese non finiscono qui. Questo tipo di violenza contro le donne, che trova ampio impiego durante la guerra, sembra continuare anche dopo la cessazione delle ostilità, quando i soldati ritornano a casa. Per esempio, nell’ambito di una ricerca condotta in Bosnia-Erzegovina dopo la fine della guerra, il 24% delle donne intervistate dichiarava di aver subito violenze per diverso tempo e che questa violenza era cresciuta dopo il 1996 con la fine del conflitto. Perfino in zone non direttamente teatro di guerra si registra un aumento delle violenze con il ritorno a casa dei soldati. Anche Amnesty International, basandosi su dati del 2003, ha sottolineato che «negli Stati Uniti la violenza domestica e gli omicidi da parte dei soldati reduci di guerra sta assumendo proporzioni preoccupanti. Uno studio condotto dall’esercito degli Stati Uniti, ha riscontrato un’incidenza di ‘gravi aggressioni’ nei confronti delle mogli tre volte maggiore nelle famiglie di militari che in quelle di civili» (Amnesty International, Mai più! Fermiamo la violenza sulle donne, 2004).

Per completare il quadro resta da segnalare un ulteriore scenario, ovvero i reati commessi durante le missioni di pace e le missioni umanitarie. Esistono, per esempio, casi documentati di violenza contro le donne in Kosovo relativi alla missione dell’Onu (UNMIK) e al dispiegamento della forza internazionale di pace guidata dalla Nato (KFOR) dal 1999 ad oggi. Episodi di sfruttamento e di violenze sessuali sarebbero accaduti con le truppe italiane durante la missione di pace in Somalia nel 1993-’94. Violenze sessuali si registrarono da parte del contingente di pace italiano in Mozambico, nel 1994. Sono infine trapelate notizie di violenze anche durante l’ultima missione italiana in Libano. Insomma, questa pace che le truppe dovrebbero portare o mantenere non è pace per le donne.

Come si può capire da questo rapido elenco, la violenza maschile in guerra colpisce le donne di ogni fronte e di ogni appartenenza.

C’è, dunque, una continuità di modelli di relazione e di forme simboliche tra tempo di guerra e tempo di pace, tra uno schieramento e l’altro, tra teatro di guerra e ambiente domestico. Sembra proprio che la ‘guerra’ possa essere letta come la forma assoluta o il modello ‘paradigmatico’ di uno schema di rapporti tra uomini e tra uomini e donne.

Il dispositivo militare, la muta, l’esercito, sono sentiti come un corpo collettivo che rafforza il senso di idoneità maschile. La guerra rappresenta da questo punto di vista un percorso di negazione di un certo tipo di relazioni sociali e di ricostituzione di altre forme di rapporti. I soldati rinunciano a, o dimenticano, le relazioni sociali tradizionali (nella misura in cui le hanno sperimentate) ed entrano in un nuovo contesto in cui il legame con il proprio sesso è allo stesso tempo di tipo tendenzialmente cameratesco (verso i commilitoni) e radicalmente competitivo (verso i nemici).

Le forme di relazione che si creano nella truppa e nel contesto militare sono fortemente improntate da uno spirito cameratesco maschile, contrapposto alle relazioni tra donne e molto spesso affetto da chiara misoginia. La dimensione di unità integrata tra diversi uomini che si sperimenta in un plotone o in un esercito, e che assume l’immagine di un unico corpo collettivo maschile, ha sempre funzionato come elemento rassicurante rispetto a una virilità maschile costantemente sentita come precaria. La vita e l’impresa militare creano legami molto forti tra gli uomini e, d’altra parte, contribuiscono a definire e a legittimare una determinata gerarchia e distribuzione del potere. La guerra e l’opposizione contro un ‘nemico’ esterno potrebbero avere, dunque, anche questa doppia funzione di rafforzare il senso di unità tra i maschi adulti che compongono una comunità o un Paese e di limitare la competizione tra uomini – che è invece generalmente molto forte in tempo di pace – spostandola verso l’esterno. L’onore militare maschile serve a definire uno status pubblico riconosciuto, ovvero stabilisce una gerarchia tra uomini e un potere nelle relazioni con l’altro sesso. Le donne vengono sottoposte agli uomini nella doppia forma della protezione e della conquista violenta.

Di fatto, come ha scritto Barbara Ehrenreich sottolineando la logica circolare che lega virilità e guerra, «gli uomini fanno la guerra (anche) perché la guerra li rende uomini» o in altri termini «la guerra e la virilità aggressiva sono due istanze culturali che si rinforzano a vicenda: per fare la guerra occorrono dei guerrieri, cioè ‘veri uomini’, e per fare dei guerrieri occorre la guerra» (Ehrenreich, Riti di sangue. All’origine della passione della guerra, 1998).

Ciò chiarisce la peculiarità ‘storica’ della guerra rispetto ai due sessi. Per quanto le donne possano prendervi parte (come oggi sempre più spesso avviene), da un punto di vista antropologico e identitario la guerra non ha lo stesso significato per gli uomini e per le donne. Essa è stata vissuta e celebrata come elemento costitutivo e addirittura discriminante della identità maschile. Soltanto in guerra si dimostrerebbe di essere uomini e insieme si mostrerebbe la potenza del maschile. Da questo punto di vista c’è stato anche chi ha suggerito che l’esperienza della guerra, ovvero il potere di uccidere e distruggere, costituisca un’‘iniziazione al potere di vita e di morte’, ovvero un equivalente maschile della potenza generativa femminile.

In fondo, che cosa rappresentano le donne agli occhi di questi soldati e aguzzini? Forse la potenza generativa e la possibilità di mettere al mondo la vita, da cui come uomini si è costitutivamente esclusi e che si cerca in qualche modo di porre sotto il proprio controllo. Forse il senso di fragilità che si è già ucciso e violentato più volte dentro di sé. Forse la bellezza e l’alterità incolmabile di cui, nella propria vita quotidiana, si ha timore. E, d’altra parte, dobbiamo interrogarci sulla concezione miserabile del proprio corpo (e della propria sessualità) che possiedono tutti questi uomini, visto che lo trasformano con tale facilità in uno strumento di violenza sistematica, in una vera e propria arma di guerra.
Non c’è dubbio che qui ci avviciniamo alla radice di un conflitto storico e culturale tra i sessi rispetto al quale gli uomini devono ancora maturare una reale consapevolezza.

© Riproduzione riservata

Marco Deriu

Marco Deriu è ricercatore e docente in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Parma e docente di Economia, società e geopolitica in una prospettiva di lungo periodo presso l’Università della Calabria. Tra le sue ultime pubblicazioni 'La fragilità dei padri' (Unicopli, Milano 2004), 'Dizionario critico delle nuove guerre' (Emi, Bologna 2005) e 'Acqua e conflitti' (Emi, Bologna 2007).

Un commento a “Corpi di guerra”

  • stefano scrive:

    ma si considera il fatto che esiste una legge che obbliga gli uomini a fare una guerra anche se “come nella maggioranza dei casi questa è stata voluta da altre persone ,donne comprese .non si considera la violenza esercitata sugli uomini che devono subirla , dunque è normale che si sviluppi un odio contro tutti i nemici e nemiche pensando allo stress continuo .non sento mai dire poveri ragazzi sradicati dalla loro vita per ritrovarsi in una caserma trattati come bestie sottoposti agli ordini di pazzi che li considerano carne da macello.certamente le loro reazioni saranno fuori del normale come del resto lo è il contesto stesso della guerra dove la violenza regna sovrana.perciò è perfettamente inutile incolpare i poveri soldatini alienati e storditi quando le vere colpe sono di tutti i cittadini che hanno permesso ai loro governanti di fare entrare in guerra la loro nazione

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