Pubblicato in: n. 07 Corpo /

Il corpo normato

di Tamar Pitch

I nostri corpi sono un misto inscindibile di natura e cultura, biologia e storia. Ogni antropologa ha imparato che ciò che con i corpi si fa, o si può fare, dipende in gran parte dalla cultura e dalla società in cui si nasce e si cresce, e in cui si sviluppano certe capacità piuttosto che altre. Ciò d’altra parte significa che, viceversa, altre capacità vengono inibite.

Ogni studiosa delle diverse modalità in cui si dispiega il controllo sociale sa che esse intervengono in primo luogo sul corpo. Chiunque abbia letto qualcosa di Michel Foucault ricorda che la nozione di disciplina ricomprende sapere, potere e corpi.
Potrei fermarmi qui: tutti i corpi, in ogni società e in ogni epoca, sono normati e disciplinati.

Il femminismo aggiunge: i corpi delle donne lo sono di più. Almeno nella nostra società, il corpo femminile si presenta, dice Barbara Duden, come corpo ‘pubblico’, ossia come corpo più intensamente normato di quello maschile, e non solo socialmente e culturalmente, ma anche dal punto di vista giuridico. Uno sguardo veloce ad altre società contemporanee ci rivela che è così anche altrove. E la storia, non solo la ‘nostra’, ci dice la stessa cosa.

Il corpo femminile è fertile, annuncia il futuro. Per questo esso viene costruito come il depositario della tradizione, dell’etnia, della nazione, del ‘popolo’ e, ciò che più importa, della continuità di tutte queste cose. Si capisce allora quanto minacciose possano sembrare la libertà sessuale e la libertà riproduttiva delle donne. Tuttavia, complementarmente, quella disciplina impersonale che, dice Foucault, nella modernità costruisce corpi docili e, insieme, soggettività (e libertà) maschile, meno si è esercitata sulle donne, controllate tradizionalmente in maniera piuttosto personale, in contesti privati, con la conseguenza che quella libertà e quella soggettività sono rimaste loro precluse.

Certamente la medicina ha un ruolo fondamentale nella normazione del corpo, delle donne in particolare, e oggi questa normatività si dispiega a fondo attraverso l’imperativo della prevenzione.
Un imperativo non nuovo, ma che ora si diffonde a tutti i livelli con grande intensità, e che impone stili di vita, consumi, comportamenti. Rispetto a qualche tempo addietro, questo imperativo si declina in maniera più individualizzata e privatizzata, ossia è diventato qualcosa di cui ciascuno di noi, individualmente, deve farsi carico, accedendo in larga misura alle risorse del mercato privato. Con la conseguenza che si è trasformato in un imperativo di natura morale, la cui trasgressione o non ottemperanza genera sensi di colpa, e con l’ulteriore esito di tracciare nuove disuguaglianze, precisamente tra chi ha il tempo, le conoscenze e le risorse per obbedirvi, e chi non ce l’ha.

L’imperativo della prevenzione non riguarda solo le malattie, la vecchiaia, la morte. Qui, però, mi concentro proprio su questi aspetti perché toccano più direttamente ciò che possiamo o dobbiamo fare (e non fare) con e dei nostri corpi. I quali, oltre che sani, devono essere sempre ‘in forma’, secondo i modelli di volta in volta correnti, che significa bere e mangiare certe cose e non altre (quali siano queste cose cambia periodicamente, il che rende ancora più difficile obbedire all’imperativo), fare qualche tipo di sport, non fumare tabacco né far uso di altre ‘droghe’. Ma, per essere sani o, meglio, per non ammalarsi troppo gravemente, dobbiamo ovviamente sottoporci a esami diagnostici periodici, obbligo particolarmente forte per le donne, il cui corpo è più intensamente patologizzato, e dunque medicalizzato, di quello degli uomini. Devono essere sani anche i feti, il che configura uno stile di vita assai regolamentato per le donne incinte, fino agli estremi della criminalizzazione e conseguente presa in custodia di donne gravide ‘a rischio’, come in alcuni casi negli USA. Tutto ciò ha la connotazione di un imperativo morale: non fare qualcuna di queste cose, o fare quelle proibite o sconsigliate, provoca sensi di colpa. E chi per qualche ragione non può seguire uno stile di vita così disciplinato – deve lavorare, ha altri figli e figlie cui badare – non potrà che vivere assai male la gravidanza.

Allo stesso tempo, e complementarmente, si assiste oggi a una sorta di scomparsa del corpo, se intendiamo il nostro corpo come un inscindibile mix di natura e cultura, biologia e storia. Questo corpo scompare in molti modi: nella comunicazione virtuale; nella decostruzione attivata dalle tecnologie della sorveglianza, dove ciò che conta sono le tracce, i segnali; nella scomposizione e ricomposizione effettuata dai trapianti di organi (compreso ormai il viso); nella procreazione medicalmente assistita, dove scompaiono sessualità e relazione; nelle ricerche genetiche, e così via. Insomma, i processi che portano alla scomparsa dei corpi sono di due tipi: per un verso, l’estrema denaturalizzazione che avviene con le tecnologie della comunicazione; per altro verso, l’estrema rinaturalizzazione, la riduzione al puro dato biologico che avviene con i trapianti, le tecnologie di indagine genetica e la retorica che le accompagna.

Non è in contraddizione con questo l’attenzione ossessiva che ci viene predicata nei confronti del corpo, mediante diete, ginnastiche, interventi di chirurgia plastica, cosmesi preventiva e curativa, esami diagnostici, tutte cose che fanno perdere al corpo la funzione di luogo della ‘suità’ storica e sociale, psicologica e carnale, per fargli assumere quella di semplice luogo di interventi continui finalizzati a modificarlo, plasmarlo attraverso la sua scomposizione in zone, pezzi, frammenti, fino alla sua invenzione continua resa possibile dalle nuove tecnologie della comunicazione virtuale. L’imperativo è: puoi essere ciò che vuoi, puoi diventare come ti pare.

L’insistenza attuale sulla responsabilità individuale si estende fino alla responsabilità di scegliere la propria identità fisica, di mutarla incessantemente, di plasmare il proprio corpo in funzione di imperativi di salute ed estetici che assumono le caratteristiche di veri e propri imperativi morali. Vi è qui una pressione all’indipendenza, il cui corollario è la colpevolizzazione. Se si può essere come si vuole, non si può non sentirsi in colpa se si è troppo grassi o troppo magri, brutti secondo i canoni estetici dominanti, se ci ammaliamo, se facciamo o non facciamo figli, se i nostri figli, e soprattutto figlie, non sono ‘belli’, sani di corpo e di mente. Naturalmente non si può essere come si vuole, salvo che nella realtà virtuale e dunque il senso di inadeguatezza e perfino di colpa è assai diffuso, mentre si moltiplicano i tentativi di cambiare se stessi e i propri cari con tutti i mezzi a disposizione. L’incertezza, l’insicurezza invadono dunque anche, se non soprattutto, quel senso di sé che è legato alla propria corporeità. L’imperativo alla competenza si volge in sentimento di inadeguatezza, le interazioni con gli altri sono segnate, prima ancora che dalla diffidenza verso di loro, dalla diffidenza verso di sé.

Tuttavia, ci sono almeno due corpi che non solo resistono ma vengono percepiti, nella nostra società, soprattutto come tali, nonché minacciosi: il corpo femminile e il corpo del migrante. Tutti e due vengono connotati da una sessualità vorace e aggressiva, che è necessario tenere a bada e fare in modo che non si eserciti. Il corpo del migrante, inoltre, è aggressivo non solo dal punto di vista sessuale, giacché ai migranti è imputata la potenzialità intrinseca di ogni violenza. Ovvero: quando i corpi ci sono, sembrano pericolosi. Meglio: chi è percepito come un corpo, è vissuto per questo come pericoloso. Il pericolo di questi corpi sta proprio nel fatto che essi vengono connotati come immutabili, pesanti, totalmente condizionanti motivazioni e scelte. L’immutabilità e la pesantezza del corpo sono un ingrediente non tanto della diversità, come si dice, ma della disuguaglianza: si è inferiori perché si è corpi, l’essere corporeizzati giustifica la disuguaglianza. Di qui l’idea di una parte del femminismo che la liberazione dal corpo sia un requisito della libertà femminile. Ma questa liberazione non può che passare attraverso modalità e tecniche che impongono, viceversa, una fissazione su (parti del) proprio corpo e una disciplina strenua che poco hanno a che vedere con la libertà. Il paradosso è che la possibilità di scelta si basa su una intensa e crescente medicalizzazione del corpo femminile e delle sue funzioni, dunque su una accentuata dipendenza non solo dai medici e dalla medicina, ma anche da canoni estetici e di salute, propria e degli eventuali figli, imposti dall’esterno. Dice Fatima Mernissi che la taglia 42 è il burka delle occidentali: giacché il burka è, perlopiù, imposto e la taglia 42 è, viceversa, una ‘libera’ scelta, questa affermazione sembra esagerata, però si moltiplicano le operazioni di chirurgia estetica su donne giovanissime…

Ciò che più importa, tuttavia, non è tanto la fatica che liberarsi dal corpo femminile sembra comportare, ma le norme cui invece si sottostà: il fatto è che questa ‘liberazione’ non prelude affatto alla libertà, la quale invece ha bisogno di concretezza e corporeità.

La questione dell’agire politico e del senso stesso della politica è qui posta in rilievo. Per quanto lasciato fuori dalla porta della politica (maschile) fin dalle origini, il dissolvimento odierno del corpo segna la fine di questa stessa politica. Giacché ai corpi pur si ritornava, una volta lasciate le cure della polis, e i corpi stessi segnalavano quell’al di là della politica che ad essa era necessario per definirsi tale, mentre adesso il dissolvimento dei corpi annuncia che il ritorno è impossibile. La politica dei nuovi attori di oggi non a caso parte dal corpo e nel corpo vuole situarsi. Parlo della politica inaugurata con il femminismo, inimmaginabile senza il suo situarsi nel corpo sessuato.

Tornando alla prevenzione, e alla sua vocazione odierna alla scomposizione e al dissezionamento dei corpi, nonché alla loro vanificazione dentro le reti della sorveglianza elettronica, ebbene questa prevenzione non è solo il contrario della politica, ma una forma di disciplinamento e auto-disciplinamento che pretende di fare a meno della politica, di sostituirla, di renderla un accessorio inutile o una pura merce, di costruirla e presentarla al massimo come la scelta professionale di alcuni. La cosiddetta antipolitica si nutre di molte cose: una di queste, appunto, è l’imperativo generalizzato alla prevenzione, la scomparsa dei corpi cui la prevenzione presiede.

Dicevo prima che sono soprattutto due i corpi minacciosi: i corpi delle donne e i corpi dei migranti. Con loro, si può dire che i corpi rimasti nella loro interezza, natura e cultura, biologia e storia, sociale e individuale, nella loro inevitabilità e impossibilità di liberarsene sono quelli segnati dalla ‘diversità’.

Quanto alla disuguaglianza, non è l’essere identificate/i come possessori di un corpo, o come corpi tout court, che la produce, ma il contrario: i disuguali sono visti come corpi, e quasi esclusivamente come tali, o ridotti ad essi. I/le migranti, i barboni, i tossici, i malati di mente, i senza casa delle nostre città compaiono tutti come le principali figure della paura e dell’insicurezza urbana nei diversi sondaggi, e vi compaiono, si può sostenere, perché ‘corporeizzati’, visibili come corpi, connotati da tutto ciò che va ridotto e disciplinato nella vita ‘normale’: la sporcizia, il disordine, gli odori. I/le migranti sono corpi perché come tali sono percepiti in prima istanza, nelle differenze di atteggiamento, vestiario, colore della pelle, odori che li caratterizzano. Se sono maschi, il loro corpo è doppiamente minaccioso, connotato da violenza (i migranti sono ‘criminali’) e ipersessualità (i migranti sono stupratori). Se sono femmine, partecipano della minaccia di tutte le femmine, la sessualità, nonché, in quanto femmine, di una sessualità ancora più dirompente (sono prostitute – a meno che non si riesca a ridurle al ruolo di ‘vittime’). E gli uni e le altre hanno corpi pericolosi perché fonti di contagio, portatori di devastanti e misteriose malattie, non solo fisiche.

Non è un caso che le maggiori insofferenze da parte degli autoctoni emergano quando i/le migranti escono dalle case, dalle fabbriche, dai posti di lavoro, e si radunano e si incontrano in qualche luogo della città, davanti alla stazione, in una piazza, nei pressi di una chiesa. Parlano e non capiamo che cosa dicono. Ci sembra che le loro voci siano troppo alte, i loro gesti e atteggiamenti troppo enfatici, i cibi che cucinano troppo profumati. Fanno rumore, sporcizia, disordine. In una parola sono invasori di quello spazio urbano che noi rivendichiamo come nostro, anche se magari non lo frequentiamo più, chiusi nelle piazze virtuali di internet o nei sicuri e sorvegliati grandi centri commerciali: uno spazio segnato dai nostri simboli, le nostre pratiche, memorie, esperienze, che ora ci appare contaminato, ‘impuro’, di una ‘impurità’ che attiene a corpi complessi, troppo corporei. Questi corpi sono visti come ‘iperdeterminati’, di un determinismo sia biologico che culturale, o meglio, biologico e culturale sono visti come strettamente implicantisi: la nozione di etnia, non a caso utilizzata solo per i non autoctoni ossia i non bianchi (cibi etnici, vestiti etnici, e così via), rimpiazza l’ormai impronunciabile (se non da sprovveduti o leghisti e simili) nozione di razza, ma di questa conserva quasi tutto. Essa infatti rimanda, sia nel senso comune che nei discorsi pubblici, a una naturalizzazione delle tradizioni e dei modelli culturali che conduce a considerare i corpi stranieri come contaminanti e pericolosi di per sé, portatori insieme di malattie biologiche e devianze sociali e culturali.

Contatto, contagio: la sterilizzazione dei corpi e degli ambienti procede di pari passo con la disciplina, la selezione, l’etichettamento, fino alla degradazione e alla sterilizzazione definitiva, la morte. La guerra preventiva, su cui non posso dilungarmi qui, si avvale degli stessi dispositivi, sia per giustificarsi sia nelle pratiche effettive, di cui la tortura non è che un aspetto.

La diversità è prima inscritta nei corpi stessi, laddove non sia immediatamente visibile, poi fissata nell’eternità di una cultura ‘biologizzata’ attraverso il ricorso al termine di etnia, infine annientata in quanto diversità contagiosa e contaminante. La pulizia etnica ripete la Shoah e questa stessa porta all’estremo le pratiche di selezione, etichettamento, stigmatizzazione della modernità: in esse, e nella loro giustificazione, non sono implicati soltanto gli Stati nazione, o le ‘etnie’ che aspirano a diventarlo, ma anche gli individui singoli, ciascuno e ciascuna di noi, seguendo l’imperativo interiorizzato della cura di sé e poi della presa di distanza dalla diversità – insieme, per niente paradossalmente, alla moltiplicazione della diversità stessa, addirittura alla sua rivendicazione e invenzione, mosse che separano distinguendo, cercando di imporre limiti e confini a ciò che rischia invece di essere confuso.

© Riproduzione riservata

Tamar Pitch

Tamar Pitch insegna Filosofia del diritto presso l’Università di Perugia. Si è occupata di problemi relativi alla giustizia penale e al rapporto tra genere e diritto. Tra le sue ultime pubblicazioni 'Diritti fondamentali: disuguaglianze sociali, differenze culturali, differenza sessuale' (Torino, Giappichelli 2004) e 'La società della prevenzione' (Roma, Carocci 2006).

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