Pubblicato in: corpo / n. 07 Corpo /

Tra razzismo e paranoia bianca: il pericolo di chi mette in pericolo

di Judith Butler

Nel caso di Rodney King l’avvocato della polizia ha sostenuto la tesi che i poliziotti fossero in pericolo e che la fonte di quel pericolo fosse Rodney King. Tale tesi si fondava su diverse basi: su commenti che Rodney aveva fatto, su atti che gli era stato ordinato di compiere e che si era rifiutato di compiere, e soprattutto sulla registrazione video che era stata fatta sul luogo dell’accaduto e che era passata più volte in televisione prima del processo e poi durante il suo svolgimento. In particolare, durante il processo, il video fu mandato in onda proprio mentre la difesa stava esprimendo un proprio commento, e questo ci lascia presumere che una certa convergenza tra le parole e le immagini produsse quella che la giuria considerò come prova per il giudizio su questo caso. Il video mostra un uomo che viene brutalmente e ripetutamente picchiato senza opporre evidente resistenza. Quindi la domanda a questo punto è: come si è potuto usare questo video come prova che il corpo che veniva picchiato era esso stesso fonte di pericolo e minaccia di violenza e che anzi, ancora peggio, che il corpo picchiato di Rodney King portasse con sé l’intenzione di ‘ferire’ e di ‘ferire’ proprio quei poliziotti che in cerchio attorno a lui gli stavano usando contro il manganello? Nel tribunale della Simi Valley quella che molti considerarono come una prova incontrovertibile contro la polizia fu presentata, al contrario, proprio per stabilire la vulnerabilità della polizia, ovvero per sostenere la tesi che Rodney King aveva messo in pericolo la polizia. In seguito una giurata avrebbe detto di credere che Rodney King aveva la situazione ‘completamente sotto controllo’. Come è stato possibile arrivare a questa interpretazione? […]

Qui sopra ho scritto, senza esitazione, che «il video mostra un uomo che viene brutalmente e ripetutamente picchiato». Eppure sembra che la giuria della Simi Valley abbia dichiarato che quello che aveva ‘visto’ era un corpo che minacciava la polizia e che aveva ritenuto ragionevoli gli atti della polizia come legittima difesa. Da queste due interpretazioni, dunque, emerge un confronto con il campo visivo, una crisi della certezza di ciò che è visibile che è prodotta attraverso la saturazione e la schematizzazione del campo visivo stesso con le proiezioni invertite della paranoia bianca. La rappresentazione visiva del corpo maschile nero picchiato per strada dai poliziotti e dai loro manganelli venne assunta in quella cornice interpretativa razzista per fare di King un agente di violenza, la cui capacità di agire è l’implicazione fantasmatica di tutto ciò che, in quanto narrazione, è precedente e antecedente alle cornici che vengono mostrate. Nel guardare King, la paranoia bianca costruisce una sequenza di intelleggibilità narrativa che consolida la figura razzista dell’uomo di colore: «Li ha minacciati, e ora viene giustamente tenuto a freno», «Se avessero smesso di picchiarlo, avrebbe dato sfogo alla sua violenza, e ora viene giustamente tenuto a freno». Il palmo della mano di King alzato sopra la testa e girato a difendere il suo corpo viene letto non come gesto di auto-protezione, ma come il momento iniziale di una minaccia fisica.

Come possiamo dare conto del rovesciamento di quel gesto e di quell’intenzione nei termini di una schematizzazione razziale del campo del visibile? Si tratta di un travisamento della capacità di agire che è tipico di un’episteme razzializzata? La possibilità di tale rovesciamento ci costringe a chiederci se ciò che viene ‘visto’ non sia già sempre in parte una questione di ciò che certa episteme razzista produce come visibile. Perché, se i/le componenti della giuria arrivarono a vedere nel corpo di Rodney King un pericolo per la legge, questo ‘vedere’ deve essere letto come quello che è stato messo insieme, coltivato, regolato nel corso del processo. […]

Ciò che il processo e le orribili conclusioni cui giunse rivelano è che non esiste un semplice ricorrere al visibile, all’evidenza visiva, che questa chiede sempre e continuamente di essere letta, che essa è già una lettura e che per definire l’offesa sulla base di un’evidenza visiva è necessario mettere in atto una lettura aggressiva di quella stessa evidenza.

Non si tratta, allora, di negoziare tra, da una parte, ciò che viene ‘visto’ e, dall’altra parte, una ‘lettura’ che viene imposta all’evidenza visiva. In un certo senso il problema è ancora più grave: nella misura in cui esiste un’organizzazione, una disposizione razzista del visibile, questa funzionerà circoscrivendo ciò che si qualifica come evidenza visiva, tanto che in alcuni casi è impossibile stabilire la brutalità della violenza razzista attraverso il ricorso all’evidenza visiva. Perché quando il visivo è completamente schematizzato dal razzismo, l’evidenza visiva cui ci si riferisce potrà confutare sempre e solo conclusioni basate sul razzismo stesso; perché all’interno dell’episteme razzista non è possibile che una persona di colore possa ricorrere al visibile come fondamento certo dell’evidenza. Basti pensare che è stato veramente possibile tracciare una linea di inferenza che è partita dal corpo maschile nero immobile picchiato per strada ed è arrivata alla conclusione che quello stesso corpo aveva il ‘controllo totale’ ed era pieno di ‘intenzioni pericolose’. […]

Per opporsi a questa lettura è necessario mettere in atto una contro-lettura aggressiva, proprio quella che i pubblici ministeri hanno mancato di mettere in atto, quella che avrebbe potuto esporre, attraverso un diverso tipo di reiterazione, ciò che Frantz Fanon ha definito come ‘lo schema storico-razziale’ attraverso cui ha luogo l’atto di ‘vedere’ la razza ‘nera’. In altre parole, è necessario leggere non solo in funzione dell’‘evento’ della violenza, ma anche in funzione dello schema razzista che orchestra e interpreta l’evento, il quale espunge l’intenzione violenta dal corpo che la esercita e la attribuisce al corpo che la riceve.

Se il gesto di alzare la mano sopra la testa può essere letto come prova che conferma la tesi che Rodney King aveva ‘il controllo totale’ di tutta la scena, davvero come prova delle sue intenzioni minacciose, allora si produce, in modo fantasmatico, un circuito in cui King è l’origine, l’intenzione e l’oggetto della medesima brutalità. In altre parole, se è la sua violenza che mette in atto la sequenza causale ed è il suo corpo che riceve le offese, allora in effetti è lui che colpisce se stesso: è lui l’inizio e la fine della violenza, è lui che porta la violenza su di sé. Ma se la brutalità che si dice lui incarni o che lo schema razziale fabbrica in modo rituale come incipiente e inevitabile ‘intenzione’ del suo corpo, se questa brutalità è quella della polizia bianca, allora questa è una brutalità che la polizia mette in atto e disloca allo stesso tempo. E Rodney King, che alla polizia appare come l’origine e lo strumento potenziale di ogni pericolo in quella scena, viene ridotto a un fantasma dell’aggressione bianca razzista come figura esternalizzata della propria distorsione. In questo schema egli diventa lo spazio all’interno del quale la violenza razzista teme, e al contempo colpisce, lo spettro della sua stessa rabbia. In questo senso il circuito della violenza attribuito a Rodney King è lo stesso circuito della violenza razzista bianca che violentemente si dissocia da se stessa solo per brutalizzare lo spettro che incarna la sua stessa intenzione. Questo è il fantasma che esso produce nel luogo dell’altro razializzato.

È proprio perché questo corpo maschile nero è alla base di tutto che si intensificano i colpi contro di esso? Perché, se la paranoia bianca è anche, a un certo livello, omofobia, allora questa non è una brutalizzazione compiuta come desessualizzazione, o, piuttosto, come punizione per un’aggressione sessuale congetturata o desiderata? L’immagine dei poliziotti che stanno attorno a Rodney King con i loro manganelli può essere letta come una degradazione sessuale che finisce per mimare e invertire la scena immaginata della violazione sessuale che sembra desiderare; la polizia, perciò, impiega i ‘supporti’ e le ‘posizioni’ di quella scena per servire la causa della sua negazione aggressiva. […]

Il fatto che la lettura che la giuria diede di quel video rimise in atto la scena fantasmatica del crimine, reiterando e ri-occupando lo status già sempre in pericolo della persona bianca per strada, e il fatto che la risposta a quella lettura, ora inscritta come verdetto, fu quella di ri-citare l’accusa e rimettere in atto e ingrandire la misura del crimine, dipesero dalla trasposizione e dalla fabbricazione di intenzioni pericolose. Questa non è neanche lontanamente una spiegazione esaustiva delle cause della violenza razzista, ma forse davvero costituisce un momento della produzione di quest’ultima. Probabilmente tutto ciò può essere descritto come una forma di paranoia bianca che proietta l’intenzione di offendere che essa stessa mette in atto, e poi ripete quella proiezione su sempre più larga scala – una modalità sociale specifica di ripetizione compulsiva che dobbiamo ancora imparare a leggere e che, in quanto ‘lettura’ messa in atto in nome della legge, ha effetti e conseguenze che possiamo vedere molto chiaramente.

Estratto da Endangered/Endangering: Schematic Racism and White Paranoia, in Robert Gooding-Williams (ed.), Reading Rodney King/Reading Urban Uprising, Routledge, London-New York 1993, pp. 15-22.

[Traduzione di Sergia Adamo]

© Riproduzione riservata

Judith Butler

Judith Butler insegna al Dipartimento di Retorica e letterature comparate dell’Università della California di Berkeley. Nota in tutto il mondo per il contributo decisivo che ha dato al pensiero femminista, lavora al confine fra filosofia politica, psicoanalisi ed etica. Tra le sue pubblicazioni tradotte in italiano 'Vite precarie' (Meltemi, Roma 2004), 'La vita psichica del potere' (Meltemi, Roma 2005), 'La disfatta del genere' (Meltemi, Roma 2006), 'Critica della violenza etica' (Feltrinelli, Milano 2006), 'Soggetti di desiderio' (Laterza, Roma-Bari 2009), 'Parole che provocano. Per una politica del performativo' (Raffaello Cortina, Milano 2010).

Commenta

La tua email non sarà pubblicata né diffusa. I campi obbligatori sono segnalati da *




saperi e pratiche si incrociano
per conoscere
nella pluralità
di pensieri
contro dogmi
e universalismi
multidisciplinare
multilinguaggio
multistile
multiverso

Forum Editrice Universitaria Udinese Università degli Studi di Udine in collaborazione con cdm associati - comunicazione e visual design in collaborazione con Altreforme - ricerca / web&multimedia / formazione
Privacy Policy