Pubblicato in: n. 08 09 Crac /

Caos e dinamiche nell’evoluzione. Qualche idea sul ‘tecnotopo’ in cui viviamo

di Olaf Breidbach

Per decenni abbiamo creduto che la vera evoluzione si rivelasse attraverso l’andamento dell’economia. Abbiamo assistito ad uno sviluppo e ad una crescita costanti che, almeno per le economie europee, sembravano poter durare per sempre. Questa illusione si è recentemente infranta. I sistemi economici hanno dimostrato di dipendere da risorse che non potevano avvalersi solo di presunte opzioni virtuali, ma dovevano basarsi anche su fatti. L’evoluzione ha così dimostrato, anche in questo caso, che non può svilupparsi dal nulla: essa dipende, infatti, da guadagni non solo virtuali ma anche concreti. Tuttavia, questi nuovi sviluppi non hanno eliminato nelle menti dei nostri politici i vecchi concetti di una crescita culturale ed economica costante, ma li hanno resi solo diversi. Secondo i politici, va semplicemente rivista l’idea del ritmo e delle modalità di evoluzione economica, ma non la visione fondamentale che prevede, comunque, un’espansione ed un guadagno crescenti e costanti.

Per avviare dunque un cambiamento, un buon suggerimento sarebbe quello di gestire l’economia con principi naturalistici, non ritornando, però, indietro all’agricoltura ma ipotizzando una nuova nicchia in cui si utilizzano eco-tecnologie. Ciò potrebbe consentire nuove prospettive per garantire una crescita economica più duratura, poiché ci si avvarrebbe di un contesto che sino ad oggi non è ancora saturato dall’eccessiva concorrenza. In questo ambito, dunque, l’idea di un’espansione futura potrebbe realizzarsi. Basterebbe promuovere questa nuova prospettiva per controbilanciare le carenze presenti in altre aree economiche. L’idea è semplice: passare da un’area all’altra, cercare luoghi ad oggi non ancora utilizzati per assicurare un’espansione costante. Del resto, è un po’ come la strategia delle cavallette nomadi che individuano aree inesplorate e cercano di insediarvisi fino a quando non subentra un’altra popolazione. L’economista, dunque, dovrebbe comportarsi come un darwinista pratico. Tuttavia, agire secondo questa semplice idea di evoluzione sarebbe un po’ ingenuo, poiché la tattica consisterebbe solo nel cercare nicchie non occupate, per poi stabilirvisi ed espandersi. L’ecologia teorica conosce già queste strategie e le descrive come rischiose. La biologia di popolazione le considera, infatti, come non-strategie. Funzionano molto bene solo in habitat estremi.

Tuttavia, questa nuova idea dimostra come una delle principali conoscenze sulle dinamiche evolutive risulti chiaramente ovvia in economia. Vale a dire: l’evoluzione non è un movimento compatto, ma un qualcosa di discontinuo. Quindi, anche in questo caso la dinamica evolutiva non funziona lungo una linea definita, ma attraverso un caos di dinamiche locali intrecciate. L’economia ha compreso l’esistenza di zone adattative ed il ruolo dell’interazione tra effetti locali e globali. Abbiamo discusso le tecnologie chiave in precedenza, e di come la politica abbia cercato di garantirsi posizioni economiche e culturali investendo su di esse. Adesso, queste stesse tecnologie chiave sono un qualcosa che abbiamo per contraddistinguere le società europee nell’interazione globale delle economie. Questo, però, potrebbe funzionare se questa società fosse costituita da una serie di sottopopolazioni appartenenti a varie zone di sviluppo da gestire in parallelo. Ciò nonostante, anche in base a questa ipotesi, il vecchio concetto di crescita costante dell’economia non è cambiato. Questo pensiero, secondo cui viviamo e ci circondiamo principalmente di risorse illimitate, doveva però cambiare, non solo guardando indietro ai segnali ricevuti decenni fa, ma anche rispetto alla nostra idea di strumenti di controllo per affrontare tali situazioni dinamiche nell’ambito delle ristrette capacità di un sistema. Ovvero, dovevamo formulare nuove concezioni non solo per comprendere, ma anche per gestire le risorse grazie a cui viviamo. A mio parere, tale nuovo approccio può essere accolto solo in seguito al recepimento di prospettive evoluzionistiche all’interno della nostra sfera di controllo e di gestione degli scenari impiegati per trattare situazioni complesse. In questo ambito, i modelli della fisica, che permettono una corretta definizione delle linee di causalità, si sono dimostrati insufficienti. Dobbiamo imparare che gli effetti locali e le loro interrelazioni possono essere studiati solo se siamo consapevoli del fatto che, in fase di sviluppo, qualsiasi situazione di partenza già rimanda ad un passato che si era sbarazzato delle capacità potenziali di risposta. Queste non devono essere valide in una singola serie causale studiata dall’analista, ma possono anche provocare effetti a lungo termine nel sistema preso in considerazione, soprattutto quando alcuni sviluppi si sovrappongono.

Come descritto a grandi linee nella recente discussione sui cambiamenti climatici, ci troviamo di fronte ad una serie di problemi quando abbiamo a che fare con tali sviluppi all’interno di un sistema multicomplesso. La questione è: come valutare in quale luogo è situato un sistema nel momento presente? L’idea di osservare semplicemente le condizioni naturali e descrivere gli effetti degli esseri umani quali artefici di distruzioni in tali ambiti è semplicistica. Ciò significa che quando abbiamo compreso quali sono le condizioni naturali, dobbiamo poi solo riadattare il sistema alla condizione naturale precedente per svincolarci dalle interferenze degli esseri umani. Sembra dunque semplice, almeno in linea di massima. Il problema è che non ci sono comunque condizioni naturali immutabili.

La nostra formazione tecnica ci induce invece a pensare che esistano. Abbiamo ritenuto di poterci tenere aggrappati alle condizioni ideali precedenti per risistemare la situazione momentanea facendo ricorso allo standard naturale perduto. In base a ciò, nell’agricoltura moderna, abbiamo geneticamente modificato le piante coltivate al fine di renderle adatte alle situazioni climatiche più estreme. Nel caso specifico del riso, il seme geneticamente migliorato ha sostituito varietà locali che avrebbero assicurato una più ampia variabilità. Questo programma di ottimizzazione si è ora rivelato rischioso, poiché la capacità di adattamento di queste nuove varietà sembrerebbe essere troppo esigua per permettere una risposta ad ampio spettro dei nuovi semi nel quadro di condizioni climatiche variabili.

Il clima, come qualsiasi condizione di un ecosistema, non è una variabile statica ma dinamica. Quindi, i nostri impatti tecnologici sul clima e sugli ecosistemi non si aggiungono ad una condizione naturale statica, ma s’impongono entro un sistema in evoluzione. Pertanto, non possono essere corretti in maniera da ristabilire la situazione pre-umana precedente: queste condizioni passate non possono essere recuperate. I nostri impatti hanno mascherato una condizione altamente dinamica che non manifesta né gradualità né utilità. Dato che in un sistema dinamico non sappiamo quali siano i fattori che interagiscono e in quale modo operino, l’idea di controllare la situazione presente attraverso il tentativo di risistemarla come se fosse in un lontano passato risulta problematica.

Possiamo vederlo tutti, ad esempio nelle Alpi, nell’area del ‘Dachstein’ in Austria, dove sono state costruite delle miniere ad un’altitudine tale che è stato possibile risanarle solo recentemente. Gallerie a 1800 e 2200 metri al di sopra del livello del mare sono state abbandonate nel quindicesimo secolo quando il gelo, il ghiaccio e la neve avevano reso quelle zone impraticabili. Oggi, il cambiamento climatico le rende nuovamente accessibili. Ciò non dovrebbe suggerire che possiamo tollerare gli impatti da noi creati sul mondo naturale, ma indicare la difficoltà di stabilire fattori e punti di riferimento attraverso i quali riuscire a valutare prospettive di sviluppi recenti e ancor meglio gli effetti a lunga durata messi in atto.

Bisogna prendere atto che la situazione tipica della Terra non è facilmente ripristinabile e che ben difficilmente si può porre rimedio a tutti i danni che hanno alterato il nostro ecosistema. Il punto è che ogni evento da noi provocato ha cambiato la rete dei fattori che sono essenziali nel definirla. Quindi è abbastanza ovvio che non disponiamo di nessuna natura naturans, ma solo di un ‘tecnotopo’ più o meno determinato dai nostri impatti sul flusso di energia delle reti alimentari e dei riassestamenti biogeografici. Accanto alla Grande Rete Mondiale, abbiamo adesso una grande rete mondiale di distribuzione di forme di vita dovuta alla globalizzazione delle industrie turistiche e dell’economia. A tutt’oggi, la crescita recente della coccinella giapponese è infatti un altro esempio della globalizzazione biologica, che sappiamo essere non solo un evento gradito, come si vorrebbe in un giardino botanico, ma un fardello, come abbiamo già visto sulla scorta della nostra esperienza con la sifilide nel quindicesimo e sedicesimo secolo.

Perciò dobbiamo non solo considerare il problema delle risorse limitate, peraltro già evidenziato dal Club di Roma molto tempo fa. Viviamo in una condizione costituita dalle nostre tecnologie, ma che interagisce con un qualcosa che non è né comprensibile né finito. La natura non è un meccanismo tecnologico. Così come non si deve considerare semplicemente il pianeta Terra senza la presenza degli esseri umani (e della loro cultura). Non possiamo proporre un ‘romanticismo ecologico’ del ventunesimo secolo. Dobbiamo cimentarci con una rete di complesse relazioni/interferenze tra cultura, non-cultura, tecnologie e natura, che hanno fatto dell’Antartide un ‘tecnotopo’, così come delle foreste dell’Europa (sin dai tempi in cui le persone hanno iniziato a parlare dei lupi e degli orsi nelle storie e nelle favole). Eppure non è stata solo l’industria delle balene a rendere aree perdute come l’Antartide un ‘tecnotopo’. Vanno considerati anche gli effetti complessi dell’inquinamento industriale, l’emissione di vari gas e il trasferimento di organismi dovuti a navi e aeroplani che fanno di questi biotopi estremi più o meno dei ‘culturatopi’ o meglio, per l’appunto, dei ‘tecnotopi’. Pertanto, non possiamo adesso metterci in disparte, sostenendo che ora permetteremo alla natura di seguire nuovamente il proprio corso. Una natura di questo tipo capace di guarire le ferite dell’ecosistema terrestre non esiste più. E questo è solo uno degli argomenti relativi a una serie di difficoltà che dobbiamo affrontare quando riflettiamo su come controllare il caos da noi generato negli ultimi secoli all’interno dell’ecosistema chiamato Terra.

Ci dobbiamo poi rendere conto di un altro punto fondamentale. Non c’è stata un’età dell’oro alla quale dobbiamo adesso far ritorno. Non è mai esistita. È esistita invece una condizione in cui ogni cosa sembrava incline all’adattamento. Ciò è avvenuto solo sulla base del meccanismo fondamentale dell’evoluzione che produceva adattamenti locali e temporali prendendoli in considerazione solo in un dato momento, ed esclusivamente per quel dato momento. Una volta trascorso, si passava ad un’altra successiva considerazione dei meccanismi evolutivi, procedendo nello stesso modo, ma sulla base di caratteristiche diverse. Perciò non esiste una valutazione standard, poiché essa stessa cambiava anche nel tempo.

Come è ben noto, l’idea principale del darwinismo è l’opportunismo. Nell’ambito di una popolazione, ogni individuo agisce secondo le proprie possibilità genetiche, che gli consentono infine di formulare risposte diverse in base a tale patrimonio genetico. Ci sono risposte che sono meno dispendiose di altre e che permettono un orientamento migliore rispetto a quelle fornite da altri individui. Queste saranno favorite, così come quelle variazioni morfologiche all’interno dello schema di una specie che consentono alla stessa di evolversi. Potrebbero essere quelle che permettono una migliore consapevolezza relativamente al cibo, quelle che favoriscono peculiarità nell’aspetto esteriore tali da attrarre l’altro sesso, e così via. Gli individui che meglio riescono a sviluppare queste caratteristiche troveranno un partner più facilmente e sopravvivranno. In questo modo avranno più possibilità di trasmettere il loro genoma specifico alle generazioni successive. Di conseguenza tali forme ben adattate diventano gradualmente sempre più prominenti nel corso dello sviluppo di una popolazione. In questa versione semplificata si potrebbe comprendere, quantomeno di principio, come l’evoluzione dovesse funzionare secondo il pensiero di Darwin. Tuttavia, la situazione appare molto più complessa nei dettagli. Tanto per cominciare non c’è una popolazione, ma ne esistono diverse all’interno di un habitat. Alcune interagiscono direttamente fra loro, altre sono in relazione in quanto dipendono dalle stesse proprietà dei sistemi. Così la pura coesistenza varia i parametri del sistema nei quali una popolazione è situata. Normalmente essa può anche cambiare di sistema. Può costruire nuove nicchie, alterare il flusso di energia del sistema ed essere presente solo in alcune regioni dove occupa uno spazio che è successivamente indisponibile per qualcun’altro. Ciò significa che non si può semplicemente sommare le capacità adattative diverse di determinate popolazioni avendo in mente interazioni dirette, e mostrare così la relativa connessione di ogni singola popolazione all’interno della rete come se si trattasse della semplice somma delle prerogative delle varie popolazioni misurate sulla base di una ricognizione statistica delle prerogative dei singoli componenti. La situazione è più complessa, poiché la condizione in cui ognuna viene a trovarsi è di natura dinamica, laddove individualità differenti intervengono e producono effetti retroattivi sull’assetto provvisorio del sistema.

Ma questo è solo un aspetto della vicenda. L’altro è che, anche se queste interazioni altamente complesse non fossero considerate a livello individuale o di popolazione, occorrerebbe comunque capirne gli effetti a lungo termine. Lo studio non permette di anticipare eventuali sviluppi futuri, ma potrebbe forse consentire la comprensione di predisposizioni messe in atto nelle varie configurazioni genetiche all’interno di una popolazione. Ognuna ha avuto la sua storia; sin qui il loro genoma selezionato e rappresentato dagli attuali individui non è solo una risposta ad una condizione momentanea, che permette ad alcuni di produrre più prole di altri. Al contrario, le forme che sono ancora presenti hanno invece resistito ad una serie di condizioni momentanee. Sono state valutate come ottimali rispetto ad una serie di alternative disponibili nelle popolazioni precedenti. Tuttavia, come abbiamo osservato, questa condizione costante potrebbe non essere la regola ma un’eccezione. Di norma il sistema vive in un ambiente che si trasforma dinamicamente. La dinamica dello sviluppo di una popolazione è solo un aspetto, poiché sussiste una combinazione costituita da varie dinamiche locali. Fin qui, lo sviluppo visto nel suo insieme non deve essere necessariamente unidirezionale. Al contrario, può cambiare in continuazione il proprio orientamento. Pertanto sarebbe ottimale una costruzione che consenta di tollerare tali variazioni ad un livello più alto o che permetta di direzionare nuovamente l’intero sviluppo del sistema. Quest’ultimo è stato attuato dalla nostra specie, ma ad oggi l’effetto non può essere ancora stimato correttamente. Quindi, quando riflettiamo sulla gestione di una siffatta riconversione, ci confrontiamo con una situazione altamente complessa che ci spinge a rivedere i criteri d’azione e reazione su cui ci siamo basati.

In ambito scientifico, l’ecologia si è resa conto che le teorie passate sono incapaci di aiutarci a capire l’evoluzione su scala più ampia. Siamo pertanto consapevoli del fatto che non possiamo circoscrivere il nostro approccio restringendolo nel quadro di una prospettiva tecnologica particolare, ma che dobbiamo promuovere l’integrazione di più visioni. Per avere almeno una comprensione di base della questione, dobbiamo incorporare prospettive diverse per affrontare problemi quali l’evoluzione delle specie e descrivere le stabilizzazioni delle popolazioni a livello microevolutivo. Le strutture che si rivelano efficaci nel processo evolutivo non possono essere semplicemente definite mettendo in risalto configurazioni di attributi statici determinati da analisi unidirezionali di cause ed effetti. Tali strutture devono essere osservate come il risultato di un’interazione complessa di varie entità, intrecciate in un paesaggio di entità che interagiscono tra loro e, al tempo stesso, che non si influenzano. È assai difficile descrivere in che cosa consiste questo risultato nei termini di tali risposte interattive. Come si è già accennato, la semplice idea di definire questi effetti attraverso la descrizione degli adattamenti e l’identificazione dei soggetti più efficaci nella rete di cause putative risulta difficile. In tale situazione, potrebbe essere ragionevole, ad esempio, chiedersi se una rete di interazioni preselezioni già determinati formalismi e strategie di modello. La rete che permette la strutturazione della dinamica interattiva non fornisce una risposta sufficiente in grado di descrivere le interazioni caotiche delle dinamiche evolutive. Può però evidenziare caratteristiche di prim’ordine che consentiranno infine di saggiare alcune idee a proposito degli effetti dipendenti da una certa costellazione di parametri. Perciò dobbiamo tener conto che il modello è uno strumento che ci consente di gestire i nostri dati e di elaborare alcune idee di partenza rispetto a ciò che sono le dinamiche e su come possano risultare efficaci.

Siamo ancora all’inizio della nostra indagine, alla ricerca di terminologie, modelli, formalismi e concetti. Un fatto interessante è che abbiamo mutuato l’idea di una dinamica continua dal nostro mondo tecnologico. Applicando questi concetti alla natura li abbiamo orientati verso determinati scopi che possiamo formulare solo all’interno delle nostre tecnologie ed economie. Questi scopi non sono nient’altro che il rapporto attraverso cui, e con cui, abbiamo formulato tali tecniche e le corrispondenti strategie. In natura, dobbiamo avere a che fare con una dinamica che non ha scopo, né direzione e nessun piano sotteso. C’è dunque una grande differenza tra un sistema tecnologico che, almeno di principio, è noto a priori quanto alle sue componenti, e la natura, nella quale le cose non vanno in questo modo. Un sistema tecnologico può già prefigurare la combinazione di vari elementi dinanzi a condizioni inaspettate. Qui si deve essere in grado di procedere, di creare delle condizioni estreme e formulare qualche modalità per far fronte alla situazione. I sistemi biologici, invece, sono differenti: non possiamo semplicemente trasferire le nostre strategie di gestione tecnologica all’interno dei loro ambiti, ed elaborare infine delle linee guida biotecnologiche complesse. In questo modo dimostreremmo di non essere consapevoli di una differenza fondamentale: e cioè che il caos da noi generato potrebbe risultare qualcosa di molto più complesso di un semplice insieme di elementi deterministici di ordine superiore, qualcosa di non più riconducibile, quantomeno in linea di principio, ad un livello di entità deterministiche più avanzato.

[Traduzione di Stefano Mercanti]

© Riproduzione riservata

Olaf Breidbach

Olaf Breidbach, filosofo, storico della scienza, biologo e neurobiologo, è direttore dell’Istituto per la storia delle scienze naturali 'Ernst-Haeckel-Haus' dell’Università di Jena in Germania. Autore di numerosissimi saggi e monografie, in italiano ha curato, tra l’altro, 'Scienza e filosofia nel positivismo italiano e tedesco' (con G.F. Frigo, Il Poligrafo, Padova 2005) e ha pubblicato 'Pensare per immagini. Tra scienza e arte' (con F. Vercellone, Bruno Mondadori, Milano 2010).

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