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Asterischi

di Sergio Polano

* è un segno grafico che (a differenza di quelli alfabetici delle lettere) non ‘sta per’ un suono più o meno univoco, cioè non rappresenta visivamente un’emissione fonetica, ma (ancora a differenza delle lettere) assomiglia a qualcosa: a una piccola stella, in genere con 6 raggi.

* rimanda all’ottavo dei cieli, serbando nel suo etimo un’eco siderale: il suo nome viene dal greco asterìskos, ripreso nel latino tardo asterìscus e in quello medievale asterìcolum; ma era anche una breviatura scrittoria latina per il molto terrestre e discutibilmente inodoro denarius, adottata dagli amanuensi (in altra accezione) per le genealogie.

* compendia (come altri segni chirografici, riversatisi nei glifi delle polizze dei tipi da stampa) ciò a cui non sappiamo dar miglior nome di idea (parola nel cui etimo si intrecciano vista, conoscenza e immagine) e irradia senza imbarazzi un cluster di significati differenti, circondati da un alone sfumato e mutevole.

* è memoria visibile del perenne impegno tachigrafico nella conservazione e trasmissione del sapere, in quanto abbrevia o, meglio, contrae in uno il molteplice: la mano deve scorrere rapida sul foglio, perché il pensiero vola.

* è, si parva licet, documento, perché insegna che una sensibile linea di faglia separa le civiltà ideografiche e quelle alfabetiche, e assieme monumento, perché ammonisce che l’inizio della storia (un plurale, in realtà: memoria e ricerca, per il suo fondatore) coincise con il formarsi delle scritture, sovvertendo per sempre l’ecologia culturale dell’oralità primaria, in cui la specie umana era immersa da tempi immemorati.

* ha forme relativamente variabili ma in genere è di corpo minuto e in apice, ad esponente, per quanto anche il suo posizionamento non sia univoco; di norma, uno spazio (bianco) lo segue ma non lo precede – e non è raro come ornamento tipografico, con illustri esempi.

* si presenta anche in triplette, a forma di triangolo equilatero: è l’asterismo, ormai di uso rarissimo in letteratura (specie teatrale), quale simbolo di pausa, equivalente al punto fermo ***

* è d’uso comune nei linguaggi artificiali e in altre, meno astratte, notazioni convenzionali di qualità/prestazione.

* è nel gergo giornalistico, spiega la Treccani, un articoletto contenente per lo più una notizia di cronaca o di argomento leggero, così detto in quanto è di solito sormontato da un vero e proprio asterisco o da una stelletta (e allora vien chiamato stelloncino).

* in ambito anglosassone è spesso misspelled come ‘asterick’; ma non manca nel mondo chi – forse ignaro che c’è un buon motivo per farlo – lo pronuncia ‘asterix’, come Astérix le gaulois (figlio di Astronomix e Praline) di Goscinny e Uderzo.

* sta comunque per qualcos’altro, anche nel linguaggio naturale: per solida consuetudine, collega, marcando un rinvio semplice (come una nota al piede o al margine, che sua volta inizia con *); al contempo, taglia, indicando un’assenza, più precisamente un’omissione significativa, talora per una qualche pudica (auto)censura o per religiosa reverenza (il nome di D*o non si pronuncia e non si scrive, in alcune culture), talaltra per preservare la privacy o stemperare l’anonimato.

* è un segno positivamente ambiguo e felicemente contraddittorio, in conclusione, poiché condivide la natura polisemica di quel fenomeno potente ma elusivo che è l’immagine.

© Riproduzione riservata

Sergio Polano

Sergio Polano, architetto e designer, ha interrotto la carriera universitaria di professore ordinario di storia dell’arte contemporanea presso l’Università IUAV di Venezia, per godere gli 'otia' nei colli aviti del Friuli.

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