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Consumo solidale e lavoro. Due misure per ora disgiunte di benessere

di Giorgio Osti

Nell’ultimo decennio sono fiorite interessanti iniziative di commercio alternative ai circuiti tradizionali: si tratta dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS). Partite in maniera informale, si stanno ora consolidando. Questo fenomeno conferma, da un lato, il bisogno di modificare una situazione economica ritenuta insoddisfacente e, dall’altro, la convinzione che cambiare si può, che il cambiamento è alla portata di semplici cittadini. L’affermazione di queste esperienze ci spinge a interrogarci sulla loro progressione sia in termini quantitativi che qualitativi, ovvero a ‘misurarle’ sotto diversi parametri con un triplice obiettivo: cogliere la loro evoluzione nel tempo e nello spazio per monitorarne il cambiamento; cogliere i nessi e le relazioni fra ambiti diversi, in particolare fra consumo e lavoro; cogliere la loro portata politica, in quello strano gioco semantico per cui ‘misura’ è sinonimo di policy.
Se i GAS e le istituzioni che li sostengono sbagliano una o tutte queste valutazioni, vi è il forte rischio che si trasformino in una nicchia isolata che non contamina il commercio nel suo complesso e non intacca un problema ulteriore, molto connesso al consumo, quello del lavoro e della sua scarsità cronica nell’economia capitalistica.
La soluzione, o meglio, la ‘misura’ che intendiamo indagare è quella della crescita di scala delle esperienze dei GAS, senza la quale appare velleitaria quella voglia di cambiamento prima citata. Per arrivare a tale meta è necessario analizzare: in primo luogo, le principali caratteristiche di base dei Gruppi di Acquisto Solidale; quindi, i loro punti di forza e di debolezza; infine, come viene incluso il lavoro in essi.

Gli elementi distintivi dei Gruppi di Acquisto Solidale
I Gruppi di Acquisto sono un fenomeno che ha ormai una decina di anni. Si differenziano dalle vecchie cooperative di consumo forse solo per ragioni contingenti: sono appunto nuovi, sono piccoli, sono collocati in contesti urbani; sono quindi diversi, per intenderci, dalla Coop o dalle esperienze di consumo cooperativo che si trovano in aree rurali e montane (il Sait in Trentino, ad esempio). Li distingue la storia dunque, e un po’ la geografia nel senso che la cooperazione al consumo esiste da oltre un secolo e si è mantenuta maggiormente in certe aree del Paese (le ex aree ‘bianche’ e ‘rosse’). Essi nascono solitamente in ambiente urbano, generati da una richiesta di moralizzare l’economia che si intreccia idealmente con l’affermarsi della cooperazione sociale a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. Il richiamo alla storia fa capire che non siamo di fronte ad una novità assoluta. I tentativi di mitigare gli effetti dirompenti dell’economia capitalistica erano cominciati già a fine Ottocento. Da quella storia abbiamo molto da imparare. Una ricognizione della cooperazione al consumo ‘storica’, fatta senza toni apologetici, sarebbe molto utile per capire i destini degli odierni GAS. Questi gruppi sono quasi sempre svincolati da grandi organizzazioni nazionali, con qualche eccezione (ad esempio, le ACLI hanno una propria rete); nascono spontaneamente e si danno come proprio compito la ricerca di produttori di beni di base con i quali stabilire un rapporto fiduciario per la consegna e il pagamento. La gamma dei beni oggetto di un simile patto non è molto ampia; si tratta soprattutto di generi alimentari, anche se vi sono GAS specializzati su altri beni, come il vestiario, per arrivare ai servizi più sofisticati come la telefonia e le assicurazioni. Quello della gamma dei prodotti e del livello di sofisticazione del bene/servizio sarà un ulteriore elemento dirimente nell’analisi. Gli obiettivi di queste aggregazioni spontanee di consumatori sono molteplici. Possiamo raggrupparli in quattro tipi: quelli relativi al benessere individuale/familiare del consumatore, ovvero risparmiare sui costi e avere prodotti salutari; quelli relativi all’ambiente, ossia reindirizzare e ridurre i consumi al fine di salvaguardare i beni comuni; quelli di carattere economico che riguardano la possibilità di condizionare produttori e intermediari affinché riducano i cartelli, le produzioni moralmente dubbie e i trattamenti iniqui dei lavoratori; infine, quelli di natura squisitamente sociale, ossia la possibilità di solidarizzare fra consumatori e con i produttori. Mancherebbero, a rigor di logica, gli obiettivi di natura politica. Essi, in effetti, appaiono conseguenze secondarie dell’azione dei GAS, nel senso che diventano ex post obiettivi inseriti nell’agenda di talune istituzioni pubbliche. In primis, i GAS sono esperienze economiche e nascono nel libero mercato. La politica, se vogliamo, appare come un meta-obiettivo. Un elemento che nasce dopo un deliberato percorso di sviluppo dei GAS stessi o di organismi politici, siano questi i partiti o le amministrazioni locali.
I GAS hanno un’accentuata natura pulviscolare. Non mancano però forme di coordinamento. In genere, sono di due tipi: la forma locale, che può prevedere anche una qualche divisione dei compiti interna; vi sono, ad esempio, località in cui esiste un ‘meta-GAS’ che provvede ad alcuni acquisti comuni, magari attraverso persone che ricevono una remunerazione per il lavoro di raccordo/trasporto. Vi è poi il coordinamento nazionale, che consiste in una più blanda raccolta in convegni o momenti di formazione, senza una formalizzazione ufficiale della comune appartenenza in un’associazione o altra forma giuridica. Fanno eccezione rispetto a questo quadro, da un lato, i tentativi di creare un’associazione formalmente riconosciuta che provveda a regolare l’acquisto collettivo di energia elettrica verde, dall’altro, il coordinamento assicurato dal sito web www.retegas.org. Entrambe le eccezioni, però, confermano la tendenza a mantenere una fisionomia pulviscolare. L’associazione su scala nazionale per l’acquisto di energia verde per ben due volte ha dovuto registrare il fallimento di accordi con ditte per la fornitura di tale servizio. Dal canto suo, l’integrazione via web ha caratteri di forte informalità, la registrazione o partecipazione alla Rete nazionale dei GAS, come ad altri network, non vincola alcuno ad agire in senso convergente né implica un’autorità centrale. Vi sono, in genere, degli ‘amministratori’ che aggiornano i siti e vigilano sul rispetto di alcune elementari regole di comunicazione. Alcuni di questi siti si propongono anche come reti di vendita dedicata, una sorta di e-commerce equo e solidale. La loro rilevanza e fortuna non appaiono elevate.

Punti di forza e di debolezza
Vi sono nei GAS molti elementi di forza. I principali, come detto, paiono essere la volontà e la possibilità di cambiare la propria vita in un senso più rispettoso per sé e per gli altri.
I gruppi poi alimentano in modo assai concreto una rete di persone dotate di grande senso civico; avvicinano molti all’impegno. Insomma, si può parlare di un bilancio educativo estremamente positivo. Le persone – vedendo appunto che riescono a modificare lo status quo – assumono atteggiamenti e comportamenti virtuosi rispetto a diversi commons.
In qualche caso, vi è anche un impatto economico, nel senso che alcune aziende si sostengono fornendo ai soli GAS i propri beni. Imprese insediate in aree problematiche (povere o controllate dalla criminalità organizzata) possono avere un sostegno vitale proprio dai GAS. In fondo, è lo stesso meccanismo del commercio equo e solidale: aziende meritorie site in aree disagiate possono contare su un canale privilegiato di diffusione dei loro prodotti e così sopravvivere economicamente. I motivi di debolezza derivano dal fatto che i GAS operano in un’economia di mercato, il cui carattere saliente è la libertà di produrre e di comprare da chi si desidera. Un primo punto riguarda pertanto la cosiddetta esclusiva: i singoli membri dei GAS non sono tenuti a comprare sempre e solo da quel fornitore, messo a disposizione dal gruppo. Un altro aspetto problematico è quello della standardizzazione. Il GAS deve conciliare i desiderata dei consumatori e le capacità di soddisfarli da parte dei produttori. Dato che le esigenze dei consumatori sono molto varie per gusti e quantità, non è facile farle combaciare con un produttore rispetto al quale vi sono molte restrizioni: spesso lo si vuole biologico e vicino (‘km zero’). In genere, si riesce a soddisfare la varietà attraverso un’ampia domanda e un’ampia offerta. In altre parole, se si creano economie di scala; quindi con imprese di grandi dimensioni che movimentano grandi quantità di beni. Il problema diventa poi molto concreto. Ad esempio, se si desidera avere un’arancia biologica, varietà ‘moro’, è preferibile avere un buon numero di acquirenti e anche un produttore che ne garantisca elevate quantità; in tal caso, lo scambio può consentire costi contenuti di trasporto e consegna. Se invece il consumatore accetta un prodotto molto standardizzato e il produttore ha un solo tipo di arancia, la questione non si pone. L’elevata capacità discriminatoria del consumatore e la sua volubilità rendono pertanto lo scambio su piccoli numeri e con pochi produttori piuttosto problematico. Il bene non è sempre all’altezza, non arriva quando lo si vuole. Per questa ragione i GAS in genere operano su pochi prodotti e chi partecipa rinuncia, almeno in parte, ai suoi diritti di scelta. Il problema dell’elevata standardizzazione dei beni scambiati nei GAS fa anche capire perché sia nato il commerciante professionista e come in molti casi ‘comandi’ su produttori e consumatori. Il mediatore, piccolo o grande che sia, è in grado di accontentare ora il produttore (smerciandogli il bene), ora il consumatore (offrendogli proprio ciò che vuole nel momento in cui egli lo desidera). Questa sua capacità di cogliere esigenze disparate richiede per un verso una certa competenza, per un altro una grande quantità di tempo. Da ciò si forma il commercio professionale che, in molti casi e sempre più di frequente, è incarnato da grandi strutture addirittura multinazionali. La cosiddetta Grande Distribuzione Organizzata (GDO), infatti, ha per lo più soppiantato i vecchi mediatori che giravano per le campagne o che albergavano nei magazzini generali. La mediazione, ormai in grande stile, assorbe poi molte risorse, diventa poco trasparente, agisce con logiche dettate dalla finanza. Assume, insomma, tutti i difetti di mercati capitalistici degenerati, dominati cioè da forze che hanno poco a che spartire con una sana opera di mediazione commerciale. Anche per questi motivi sono nati i GAS; è importante però saper distinguere fra una mediazione basata su competenza, dedizione di tempo e passione da una mediazione ormai ipertrofica, opaca, dominata dalla finanza.
La professionalizzazione del commercio emerge anche nei GAS, allorquando decidono di incaricare qualcuno e di remunerarlo, perché il tempo da dedicare alla raccolta e alla distribuzione dei beni di consumo è superiore alle disponibilità del gruppo dei volontari. Inoltre, serve una conoscenza dei processi e dei produttori che il volontario può acquisire o meno. Dipende molto dalle qualità personali, dalla condizione lavorativa dei volontari e dall’orientamento culturale del GAS. Un GAS può riscontrare che esiste un problema di professionalità al proprio interno, ma decidere di ‘accontentarsi’ di una semplice autogestione. È difficile stabilire una regola generale, pur sapendo che i GAS con personale remunerato sono un’esigua minoranza.
Il fatto di avere del personale, o comunque di pagare la mediazione, implica un diverso equilibrio nella distribuzione dei compiti all’interno del GAS. In quelli gestiti completamente in modo volontario il lavoro di mediazione viene in genere eseguito da pochi membri più attivi. Questo, a lungo andare, può anche logorare il GAS, soprattutto quando lo sbilanciamento non viene esplicitato in nessun modo. L’assunzione di un lavoratore può servire a superare tali tensioni. Il commercio professionale e ancor più la Grande Distribuzione Organizzata hanno esasperato questo aspetto, provocando una netta separazione fra il lavoratore e il consumatore. La GDO ha accentuato anche la distanza fra lavoratori e manager, creando una forte gerarchia interna, cui si affianca la dotazione di mezzi di trasporto ad alta capacità e di ampie superfici di vendita: un sistema che si regge grazie alla disponibilità di grandi masse di capitali o il facile accesso ad essi. Non è un caso che, tradizionalmente, la piccola cooperazione di consumo avesse una elevata sottocapitalizzazione delle proprie società: pochi mezzi, pochi uomini, poca liquidità.

Il trait d’union consumo-lavoro
La storia dei GAS ci racconta, in ultima analisi, di un mondo che richiede in misura quasi esclusiva lavoro volontario. Esiste il lavoro remunerato in moneta, ma appartiene ad un altro regime, quello del contratto. Mentre quello volontario viene regolato dal principio della reciprocità. Il nodo che ha contrassegnato tutto il Novecento, ossia il rapporto fra capitale e lavoro, viene quasi completamente eluso nell’organizzazione dei GAS. Infatti, anche il mondo dei fornitori è in genere formato da coltivatori diretti, cooperative o piccole imprese con pochi dipendenti. Si tratta, in altri termini, di lavoro autogestito e quasi sempre autoremunerato. Dobbiamo dire, inoltre, che i GAS più attenti hanno tenuto in forte considerazione il tema della qualità del lavoro dei propri fornitori. Una certa propensione a escludere aziende che praticano il lavoro in nero, o che sfruttano indebitamente immigrati o minori, è chiaramente presente nel DNA dei ‘gasisti’. Le simpatie vanno sicuramente a quei fornitori organizzati in cooperativa che fanno del rispetto dei lavoratori un punto qualificante.Tuttavia, il centro dell’attenzione resta pur sempre il prodotto e non il lavoratore. Nessun ‘gasista’ mette in discussione il proprio ruolo di percettore di un reddito attraverso un lavoro nel momento in cui acquista attraverso il gruppo un bene. La sua fonte di reddito, che gli permette di accedere a quel bene, è fuori dall’orizzonte tematico del consumo critico. È possibile che, in taluni GAS più evoluti, quell’iniziale ‘S’ che sta per ‘Solidale’ indichi una compartecipazione reciproca, la presenza di una cassa comune da rimpinguare a seconda delle proprie possibilità. Questo andrebbe verificato sul campo. A intuito, appaiono pochi i GAS con un regime, diremo, ‘comunitario’. L’acquisto collettivo lascia totalmente fuori ogni condivisione del reddito e della sua fonte. Escludendo come fonte la rendita, resta il lavoro, il quale ha una spiccata dimensione individuale. In altri termini, ognuno lo svolge per sé, per una propria remunerazione individualizzata. Il lavoro autonomo, quello del libero professionista ma anche del dipendente, procura un beneficio di proprietà del singolo individuo. Ovviamente esiste una condivisione familiare del reddito da lavoro che si esercita in genere nei consumi. Questa è rigorosamente limitata alle pareti familiari. I GAS esercitano una pressione diretta sulla GDO e una pressione meno diretta e meno forte sull’organizzazione del lavoro. La prima è evidente e forse anche temuta, quindi efficace. Diventa una protesta contro la bassa remunerazione dei produttori, i costi parassitari dell’intermediazione, l’invadenza di mezzi di persuasione all’acquisto ritenuti subdoli.
Il lavoro resta sullo sfondo, riguarda solo il lavoro dei fornitori; mentre quello dei consumatori non viene neppure sfiorato. Eppure, vi sarebbero diversi motivi per farlo. Il primo è che appare sempre più una risorsa scarsa, tanta è la sproporzione fra chi lo domanda e chi lo offre. I tradizionali lavori nel pubblico impiego sono rari e anch’essi sono condizionati dalla brevità del contratto. Esistono forme di lavoro collettivo, quello delle cooperative più volte menzionato, e quello del lavoro associato. Entrambi sono criticati per diversi aspetti, non ultimo il fatto che si tratta spesso di una condivisione solo apparente. In realtà, o le gerarchie interne sono molto consolidate o il rapporto socio-dipendente è solo un modo per rendere più flessibile il lavoro (rapporti di sfruttamento mascherati). Vi sono poi delle forme indirette di controllo dei lavoratori sulle aziende, come avviene nel sistema tedesco o in certe grandi organizzazioni (ad esempio, ciò accadeva nella Banca Popolare di Milano). In questo caso, la critica si rivolge alla capacità delle rappresentanze dei lavoratori di garantire il benessere di tutti gli stakeholders dell’impresa, non ultimi i clienti e i cittadini. In conclusione, l’azione dei GAS dà un segnale forte all’intermediazione commerciale, un segnale di media intensità al sistema di produzione (non abbiamo parlato della sostenibilità ambientale) e un segnale molto debole sulla condivisione dei consumi, prima, e della loro fonte, dopo (il lavoro). Esso, assieme all’ambiente, appare una risorsa sempre più scarsa. Una qualche via di condivisione dovrà essere cercata andando oltre le forme storiche di cooperazione. Se il lavoro (di qualità, si intende) è scarso, è probabile lo si debba ridistribuire, abbassando i picchi di remunerazione e di ore-lavoro che conosciamo. Ciò avrebbe un impatto anche sui consumi, anch’essi bisognosi di essere ridistribuiti e ridotti allo stesso tempo. Non dimentichiamo che una maggiore condivisione delle risorse passa anche necessariamente per un loro uso più oculato, in fin dei conti più ridotto. È possibile che a breve assisteremo alla nascita dei GLAS, Gruppi di Lavoro e Acquisto Solidali, aggregazioni spontanee di persone che condividono non solo i principali acquisti, ma anche parte del tempo e alcune mansioni lavorative. Le forme storiche (ad esempio, le cooperative di produzione e lavoro o le stesse cooperative sociali di tipo B) verranno affiancate da gruppi polifunzionali e flessibili, ma soprattutto agganciate ai consumatori. È questo, in fin dei conti, ciò che c’è bisogno: una misura, una consapevolezza di quanto siano fra loro legati i destini dei produttori e dei consumatori. Su tale misura vi è ancora molto da pensare, ma soprattutto molto da fare.

© Riproduzione riservata

Giorgio Osti

Giorgio Osti è docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università di Trieste. La sua ultima pubblicazione è 'Sociologia del territorio', Il Mulino, Bologna 2010.

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