Pubblicato in: n. 11 Misura /

Crescita in Cina: misura o dismisura?

di Guido Nassimbeni

L’antico primato
8.852 chilometri, 215 avanti Cristo: la lunghezza della Grande Muraglia e la data in cui viene collocato l’inizio della sua edificazione danno un’idea della scala spaziale e temporale necessaria per misurare la Cina. Un gigante geografico e demografico dove si è sviluppata probabilmente la più continua civiltà della storia. Intorno all’anno mille l’alta tecnologia comprendeva la carta e la stampa, la balestra e la polvere da sparo, l’aquilone e la bussola. Innovazioni ben conosciute in Cina e praticamente ignote altrove. Furono i cinesi a raggiungere per la prima volta le coste americane con una flotta composta da almeno cento navi, capolavoro di tecnica ad incastro, di molto più grandi delle caravelle che, qualche decennio più tardi, avrebbero raggiunto l’altra sponda del continente. Quel momento segnava la fase di massima prosperità dell’Impero Celeste: un’epoca di riforme, di aperture commerciali, di straordinarie realizzazioni civili. Accadde poi che la Grande Muraglia, incapace di fermare le invasioni straniere, assistette al declino di un popolo dilaniato da guerre e rivolte interne, e sempre più arroccato sotto i suoi pilastri millenari. Solo verso la fine del XX secolo, in uno di quei cambiamenti repentini che ne hanno caratterizzato la storia, il gigante asiatico decide di ritornare sulle rotte abbandonate tanto tempo prima.

Il risveglio del gigante
Oggi le navi portacontainer che salpano dai porti della Cina sono riempite dalla più grande industria manifatturiera del globo. Nelle stive custodiscono riserve monetarie per diversi trilioni di dollari, accumulate in decenni di avanzi commerciali e utilizzate per concedere credito ai clienti d’oltreoceano. La chiave dello sviluppo economico è stata quella di riaprire le porte della Grande Muraglia ai capitali e alla tecnologia provenienti dall’Occidente, con l’offerta immediata di forza lavoro a basso costo e con la prospettiva futura di un mercato di sbocco senza uguali. Si è così realizzata un’imponente ri-localizzazione della produzione che ha fatto della Cina, oltre che la ‘fabbrica del mondo’, il principale Paese esportatore. Le dimensioni della sua economia sono seconde solo agli Stati Uniti, ma se pensiamo alla sua forza finanziaria, corteggiata da tanti debiti sovrani, e al modo con cui il Beijing Consensus ha gradualmente sostituito quello di Washington in Africa e in altri Paesi, ci accorgiamo di come questo ‘secondo posto’ non racconti appieno il ruolo della Cina. Il gigante si è ripreso perentoriamente la posizione che ricopriva nella storia, spostando dall’Atlantico al Pacifico il baricentro geo-politico del globo.

Le contraddizioni
Questo prodigioso balzo in avanti ha generato o accentuato molte contraddizioni. Le disparità sociali e territoriali sono enormi. La disoccupazione o la sotto-occupazione sono aumentate, prima come conseguenza del processo di ristrutturazione delle società statali, in seguito per effetto della riconfigurazione di un sistema produttivo che ha dovuto anch’esso trasferire all’estero attività a forte intensità di lavoro. L’inflazione costituisce una preoccupazione, insieme al connesso abnorme sviluppo del settore immobiliare. In un Paese non nuovo alle rivoluzioni, la lievitazione dei prezzi si è dimostrata più volte un fattore di innesco del disagio sociale. Tra le cause dell’inflazione vi è anche l’incremento della domanda interna, che tuttavia non è ancora sufficiente per affrancare la Cina da un modello economico ancora largamente basato sulle esportazioni. Altri problemi rilevanti riguardano il sistema giuridico e quello bancario, l’irrigazione e potabilizzazione idrica, la corruzione. Probabilmente l’emergenza più critica è però quella ambientale: l’inquinamento dell’aria, della terra e dell’acqua, la desertificazione e la deforestazione hanno raggiunto livelli letali. L’apertura della Grande Muraglia ha sovvertito equilibri sedimentati nei secoli.

Una crescita sostenibile?
La locomotiva cinese corre quindi lungo un crinale impervio, pressato da una parte dalle moltitudini di persone che ancora chiedono di partecipare alla nuova ricchezza, dall’altra dai vincoli di spazio e di risorse. Quanto sostenibile potrà essere questa corsa?
Alla corsa, ovvero alla crescita, è legata la stabilità sociale. L’establishment ha saputo finora governare la nuova grande marcia del popolo cinese grazie alla promessa di un benessere generalizzato. È questa promessa che ha mantenuto salda l’attuale inedita combinazione di autoritarismo politico e libero mercato, nonostante i fremiti sociali e la volontà di partecipazione che sono affiorati in questi anni e che non sorprendono in un popolo che ha cominciato a conoscere la libertà di intrapresa e la proprietà privata.
Ma sulla crescita incombono dubbi legati alla tenuta dei mercati di sbocco e alla disponibilità di risorse in ingresso. Sulla domanda estera soffiano venti di crisi e il serbatoio mondiale di acciaio, carbone, alluminio, rame, nickel, cereali – per indicare solo alcune delle risorse nelle quali la Cina detiene il primato del consumo – non è illimitato. L’impronta ecologica della Cina non ha eguali. Pressoché tutti questi problemi hanno espressione locale ma rilevanza globale: scavalcata la Grande Muraglia, il peso della pedina cinese ha incrinato lo scacchiere internazionale. E a questo punto l’interrogativo sulla sostenibilità della corsa cinese diventa una questione planetaria.

Il progetto di sviluppo
C’è un aspetto della crescita cinese sul quale è opportuno riflettere. Se guardiamo alla sequenza di riforme che hanno scandito la trasformazione del Paese, non possiamo non riconoscere le tracce di un disegno lungimirante. Inaugurata nel 1979 la politica delle ‘porte aperte’, lo Stato cinese ha previsto incentivi all’investimento estero, ponendo comunque condizioni di reciprocità per favorire l’industria locale. Ha sviluppato moderne piattaforme logistiche per facilitare i trasporti intercontinentali. Ha creato delle zone economiche speciali per sperimentare la transizione verso il libero mercato. Ha strappato a interlocutori esteri condizioni privilegiate all’ingresso nell’organizzazione per il commercio internazionale. Ha ancorato il tasso di cambio prima al dollaro e poi a un paniere di valute per mantenere competitività nelle esportazioni. Lo Stato cinese ha preparato con rigore lo sviluppo, regolandone velocità e traiettoria attraverso i piani quinquennali. La priorità delle prime decadi è stata quella di non ostacolare la crescita tumultuosa del sistema industriale. Ad essa sono stati sacrificati welfare e ambiente per non indebolire il principale vantaggio localizzativo: il basso costo delle produzioni. Su entrambi questi fronti il pianificatore cinese sta cambiando registro. L’attuale piano configura una Cina meno basata sulla manifattura e sulle esportazioni, e interviene sull’assistenza sanitaria e previdenziale per spostare il risparmio verso il consumo. Recupera forme di tutela ambientale, promuove l’efficienza energetica e potenzia il ricorso alle energie rinnovabili sulle quali la Cina è già il primo investitore al mondo. Inietta ulteriore linfa nel sistema universitario che, grazie anche ad un reticolo di collaborazioni con le più prestigiose istituzioni estere, forma ogni anno centinaia di migliaia di tecnici e scienziati.

La nuova frontiera
Pur tra molte ombre, la Cina ha un timone e una rotta. In questa capacità progettuale sta probabilmente la maggiore distanza tra questo Oriente e un Occidente che, con ipocrisia, denuncia l’impronta ecologica del Dragone ma aspetta che il suo mercato possa trainare le proprie economie stagnanti. Se la sostenibilità è un problema planetario, questo Oriente ha maggiore probabilità di trovare una risposta. Dinanzi a un mondo che cerca un modello di sviluppo diverso, non è un azzardo ipotizzare che il Paese che per primo ha inventato la bussola magnetica indichi in futuro le coordinate di un percorso sostenibile. Qui si addensano le contraddizioni della crescita ma anche le più innovative sperimentazioni. Qui si va concentrando la frontiera della ricerca sulle energie rinnovabili.
Erede di una civiltà millenaria, il popolo cinese sa di dover consegnare integra al futuro la Grande Muraglia.

© Riproduzione riservata

Guido Nassimbeni

Guido Nassimbeni è docente di Ingegneria economico-gestionale all’Università di Udine. È autore di numerose pubblicazioni sui temi dell’internazionalizzazione delle operations aziendali, delle reti di fornitura e dei processi innovativi nelle piccole imprese, tra cui ‘Approvvigionamenti in Cina’ (con M. Sartor, Il sole 24ore, Milano 2004) e ‘Le dimensioni della crescita aziendale’ (con R. Grandinetti, Franco Angeli, Milano 2007).

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