Pubblicato in: n. 11 Misura /

La misura dei luoghi

di Massimo Rossi

Michel de Certeau vent’anni fa ci ricordava che in Atene i trasporti pubblici si chiamano metaphorai; quindi per andare a casa o al lavoro si prende una metafora. Anche le cartografie potrebbero adottare questo nome, perché sono figure retoriche, persuasive, una narrazione sociale per immagini e, come l’etimo di metaphora, trasportano, attraversano, congiungono luoghi. Ogni carta è un viaggio, una rappresentazione, una modalità di accesso agli oggetti naturali e artificiali del mondo. Per secoli vi è stata una doppia e coesistente modalità di descrivere i luoghi, sostanzialmente attraverso due diversi punti di vista: l’‘icnografico’ e lo ‘scenografico’. Il primo è lo sguardo dall’alto, quello della divinità che dal cielo guarda la Terra attraverso le nuvole, ben esemplificato dal Typus orbis terrarum del geografo di Anversa Abramo Ortelio, pubblicato nel primo atlante corografico europeo (Theatrum orbis terrarum, Anversa 1570). Il secondo è un punto di vista umano, orizzontale, piano-prospettico e rimanda alla rappresentazione teatrale, alla visione frontale e coinvolta da parte dello spettatore, una modalità che ha fatto a lungo parte della descrizione cartografica dei luoghi, perché derivante dalla loro frequentazione diretta o simbolica. La summa delle conoscenze geo-umanistiche medievali può essere rappresentata dal mappamondo del monaco camaldolese fra’ Mauro, che unì sincreticamente i due sguardi geografici, l’icnografico e lo scenografico, realizzando a metà del XV secolo il grande planisfero che porta il suo nome: esso mostrava l’orbe terracqueo nella sua interezza e, al contempo, dettagliava i luoghi con centinaia di vignette prospettiche e li narrava in altrettante centinaia di cartigli. Sempre a titolo esemplificativo, possiamo evocare almeno altri due straordinari fenomeni editoriali che contribuirono enormemente alla formazione dell’immaginario collettivo europeo in rapporto ai luoghi. Vale a dire, il Liber Chronicarum del medico umanista Hartmann Schedel, stampato a Norimberga da Anton Koberger nel 1493 con circa ottanta riproduzioni scenografiche di insiemi urbani, simbolici o verosimili; e le Civitates orbis terrarum di Georg Braun e Frans Hogenberg, edite a partire dal 1572, che rappresentarono la continuazione, in scala di dettaglio, dell’operazione umanistica orteliana codificando in una sorta di canone l’immagine della città. Gli oggetti sono stati dunque a lungo rappresentati sia planimetricamente, sia prospetticamente nella medesima cartografia, comprendendo nell’unità documentale anche il racconto di quanto raffigurato con un testo sul verso del disegno, oppure in una memoria allegata o ancora in cartigli, legende, riquadri. Questa modalità grafico-testuale di restituire i luoghi includeva la categoria del tempo, mitico o quotidiano, a seconda che si trattasse dell’illustrazione di luoghi biblici, fantastici, oppure di città o interi territori con le proprie storie fondative, usi e costumi, o ancora per affrontare problematiche particolari di gestione territoriale amministrativa, militare, idraulica, ecc.
Tra la seconda metà del XVIII secolo e il primo decennio del XIX il pensiero dell’età dei Lumi influenzò la riforma della cartografia, vista ora in termini prettamente scientifici e da intendersi come ritratto fedele dei luoghi reali. Nel giugno del 1792 gli astronomi Jean-Baptiste-Joseph Delambre e Pierre-François-André Méchain partirono da Parigi con il compito di misurare l’arco di meridiano compreso tra Dunkerque e Barcellona: l’intento era di fissare una nuova unità di misura, il metro, applicando concretamente il principio rivoluzionario dell’uguaglianza per consegnare all’umanità un sistema universale e naturale di determinazione della grandezza, ricavato dalla Terra stessa. Nella voce ‘Carte’ dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, pubblicata nel primo tomo del 1751, si avverte l’illuministica fiducia nella scienza con la quale l’estensore del testo chiarisce e puntualizza le procedure necessarie alla costruzione di «une bonne carte», resa alfine «parfaite» se conformata geodeticamente alle coordinate geografiche. Ma il radicale processo di revisione della topografia raggiunse il culmine nel 1802 con l’iniziativa del Dépôt de la Guerre di Parigi, massimo riferimento istituzionale per i vari uffici cartografici sparsi nell’Europa controllata dalle armate francesi, presso il quale operavano i tecnici savantes, tra cui gli ingegneri geografi. Dal 15 settembre al 15 novembre del 1802, il generale Nicolas-Antoine Sanson, direttore del Dépôt, riunì nella sede di Parigi una Commission di ventuno esperti per codificare e rifondare la scienza topografica, in piena sintonia con lo spirito illuminista e rivoluzionario, esprimendo una forte volontà politica orientata a «radunare le menti ai frutti della Rivoluzione francese per un’universale fede nel progresso dello spirito umano e per costruire uno schema normativo della natura». Le decisioni derivate dai lavori della commissione furono pubblicate sull’organo del Dépôt, il «Mémorial topographique et militaire» (V tomo, 1803) e riguardarono la riduzione delle carte a scale predeterminate, l’uniformazione dei segni convenzionali, l’adozione del sistema metrico decimale e delle curve di livello, e la sparizione di qualsiasi altro tipo di rappresentazione diversa da quella planimetrica. La cartografia, nelle parole di Louis-Albert Guislaine Bacler D’Albe, autorevole membro della commissione, diveniva «un’arte d’imitazione, un nuovo genere di pittura geometrica». Dunque i luoghi dovevano essere codificati, misurati e saldamente imbrigliati all’interno del reticolo geografico.
Ci sembra pertinente, a questo punto, evocare Martin Heidegger a proposito del rapporto tra luogo e spazio, categorie emblematiche anche per la cartografia. Nella conferenza Tempo e essere del 1962 il filosofo tedesco precisava: «Non si dà tempo senza l’uomo»; e in Costruire abitare pensare affermava: «Non ci sono uomini e inoltre spazio». Per il filosofo tedesco lo spazio non contiene luoghi e dunque nemmeno uomini; al contrario, lo spazio può esistere solo se inteso come estensione, intervallo misurabile tra i luoghi. Proseguendo nel ragionamento e applicandolo alla redazione cartografica, possiamo argomentare che quando il luogo diventa spazio, quando la carta finisce per esprimere graficamente solo lo spazio, allora essa si smaterializza e perde vita. Ancora, nel 1801, nella Descrizione militare che accompagna una sezione della Kriegskarte del Ducato di Venezia, il topografo austriaco primo tenente Birnstiel precisava: «Il Bosco di Montello ha otto ore di estensione». A seguito dei lavori della Commission francese, i manuali per i topografi codificheranno le nuove modalità per trascrivere gli oggetti del mondo sulle carte con specifiche norme operative; ad esempio, nelle Istruzioni (1811) per i geometri censuari che dovevano redigere le mappe catastali, al capitolo 38 si legge: «Nelle mappe tanto delle città che dei villaggi il geometra ometterà di delineare le parti dell’interna architettura dei palazzi, delle chiese, dei teatri, ed altri edifici»; e nella Raccolta metodica delle leggi, decreti […] concernenti il catasto della Francia (1831), adottato in vari Stati preunitari italiani, troviamo: «Il geometra non è obbligato a levare, o disegnare nella sua pianta i dettagli dei archi e giardini circondati da siepi, muri o fossi». Dopo essere stati fedelmente ritratti nelle carte pregeodetiche, Ancien Régime, i ‘dettagli’ iniziano ad essere sistematicamente sostituiti da simboli, i luoghi perdono i loro legami temporali e non vengono più narrati, il topografo cede la responsabilità del rilievo prima all’Istituzione militare e poi a quella civile, e gradualmente il colore lascia il posto al bianco e nero. I luoghi subiscono un processo di geometrizzazione e, già da trent’anni, le Carte Tecniche Regionali non fanno altro che stenografare e ‘balbettare’ la presenza degli oggetti geografici all’interno di uno spazio ormai totalmente geometrico, procedendo in piena sintonia con la mutata percezione collettiva nei confronti del territorio raffigurato. Ma, per definizione, i luoghi non sono riducibili a spazio, pena la loro irrimediabile scomparsa, come ci ricordava Heidegger. In Voglia di comunità il sociologo Zygmunt Baumann lega il concetto di luogo a quello di comunità dimostrandone la mutua interdipendenza. La perdita di identità dei luoghi è direttamente conseguente al loro processo di smaterializzazione ben visibile nel documento cartografico, in quanto ‘esito grafico’ del pensiero sociale collettivo in rapporto al territorio.
I luoghi generati dalle comunità nel tempo non sono più visibili nelle carte attuali perché queste non sono più in grado di restituire una lettura complessa dei legami storici territoriali; e ancor meno lo sono le ortofotocarte realizzate a intervalli sempre più brevi per cogliere le trasformazioni in tempo reale: una sorta di instant movie, un eterno presente, per tentare di realizzare il paradosso del mondo in scala 1:1 evocato dal celebre racconto di Jorge Luis Borges. Il tempo è uscito dalle carte e con esso la presenza umana: «Non si vive in uno spazio neutro e bianco; non si vive, non si muore, non si ama in un rettangolo di un foglio di carta», ci ricordava Michel Foucault. Per ritrovare la dimensione temporale occorre riconnettere la cartografia dello spazio, disumanizzante, alla percezione sociale dei luoghi e riannodare i punti di vista icnografico e scenografico. Occorre studiare le carte storiche perché conservano la memoria delle nostre cognizioni territoriali precedenti, ed è necessario che il topografo, colui che disegna i luoghi, torni ad essere il ‘biografo dei territori’, il loro narratore insider. Abbiamo ancora bisogno, infatti, di comprendere i segni del mondo, magari esercitando l’unica geografia possibile, quella dei punti di vista, dei luoghi intesi come soggetti culturali irriducibili a qualsiasi forma di globalizzazione e geometrizzazione perché esito di una inesausta dinamica storica e sociale.

Letture consigliate

K. Alder, La misura di tutte le cose, Rizzoli, Milano 2002.

Z. Baumann, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001.

M. de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001.

P. Falchetta, Fra Mauro’s world map, with a commentary and translations of the inscriptions, Brepols, Turnhout 2006.

F. Farinelli, Il globo, la mappa, le metafore, Relazione al seminario presso la Scuola Superiore di Studi umanistici dell’Università di Bologna, «Golem l’indispensabile», 6, giugno 2002.

M. Foucault, Utopie. Eterotopie, Cronopio, Napoli 2006.

A. Magnaghi, Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

M. Rossi, L’officina della Kriegskarte. Cartografie degli Stati veneti dalle campagne d’Italia al trattato di Presburgo (1796-1805), Fondazione Benetton Studi Ricerche/Grafiche V. Bernardi, Pieve di Soligo 2007.

© Riproduzione riservata

Massimo Rossi

Massimo Rossi, geografo storico, laureato in Lettere all’Università di Ferrara nel 1986, è stato vincitore di una borsa di studio presso il centro cartografico della Newberry Library di Chicago nel 1989. Ha coordinato l’Archivio storico della cartografia estense per l’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara e dal 1996 è responsabile della cartoteca della Fondazione Benetton Studi Ricerche. Per il Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici (CISGE) coordina la sezione di storia della cartografia.

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