Pubblicato in: n. 11 Misura /

Sviluppo sostenibile, un ossimoro. L’incommensurabilità delle forme della vita

di Paolo Cacciari

L’introduzione del termine ‘sviluppo’ (e del suo corollario: ‘sottosviluppo’) nel linguaggio politico corrente – come riconosciuto unanimemente dagli storici – avviene ad opera del presidente degli Stati Uniti Harry Truman nel discorso inaugurale del Congresso il 20 gennaio 1949. Quindi, un’acquisizione relativamente recente, ma tanto potente da diventare un vero e proprio totem. Il «mito fondativo» della nostra società, secondo Gilbert Rist (Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, 1997). D’accordo è Franco Cassano che individua nel «nucleo mitologico costitutivo della modernità occidentale» l’individualismo proprietario, l’arricchimento egoistico, la competitività, il produttivismo, la brama del possesso, il dominio assoluto del denaro, del valore di scambio sull’utilità effettiva delle cose (L’umiltà del male, 2011). Un po’ quello che pensava lo stesso John Maynard Keynes: «Il progresso economico si ottiene solo impegnando le possenti spinte umane di egoismo. L’economia moderna è guidata da una frenesia di avidità e indulge in una orgia di invidia; queste non sono caratteristiche casuali, ma le vere e proprie cause della sua espansione e del suo successo», come riporta Ernst Friedrich Schumacher in Piccolo è bello (2010; traduzione italiana di Small is Beautiful, 1972). Insomma, lo sviluppo concepito come concatenazione di crescita dell’aggregato monetario del valore delle merci (PIL), progresso tecnico nell’intensificazione delle capacità trasformative della megamacchina industriale, espansione a macchia d’olio dei rapporti sociali di produzione e di consumo capitalistici, benessere sociale, felicità individuale, progresso generale. Le raffinate distinzioni tra growth e development verranno solo dopo. All’epoca di Truman con ‘sviluppo’ si vuole indicare un processo di espansione lineare e illimitato, esponenziale, che avanza per imitazione, per contagio, e grazie agli aiuti economici internazionali (Banca Mondiale, Fondo monetario, WTO, ecc.). Il termine è attinto dalla biologia (peraltro, a sproposito: in natura, infatti, solo le cellule cancerogene hanno una crescita esponenziale). Quasi a voler «naturalizzare la storia», come bene rileva Marco Aime nella prefazione al volume di Serge Latouche e Didier Harpagès Il tempo della decrescita (2011), per conferire all’ordine sociale capitalista una indiscutibile evoluzione sulle forme precedenti e su quelle concorrenti. È un modello che punta sulla superiorità del sistema di mercato liberale democratico nel creare e distribuire ricchezza. Chi avesse voluto agganciarsi a questa locomotiva (quante volte abbiamo sentito questa metafora!) avrebbe potuto farlo liberamente, uscendo tanto dalle dominazioni coloniali d’un tempo, quanto dal blocco comunista incombente. Da qui la minaccia: i popoli che non lo faranno si condanneranno a rimanere nel ‘sottosviluppo’. Fin dall’inizio, quindi, sviluppo e crescita economica, nel discorso politico corrente e nell’immaginario collettivo occidentali, sono legati a doppio filo. E così è effettivamente accaduto. Per i ‘trenta anni gloriosi’ (1945-1975) e oltre, l’espansione dei sistemi produttivi industriali e dei modelli di consumo di massa non ha conosciuto limiti. In quarant’anni il PIL si è raddoppiato, la produttività del lavoro decuplicata. Ad un certo punto, però, il miracolo di una crescita infinita in un mondo finito ha cominciato a vacillare, come hanno dimostrato i fondatori della bioeconomia: Nicholas Georgescu-Roegen (autore di The Entropy Law and the Economic Process, 1971; Energia e miti economici, 1998; Bioeconomia, 2003), Kenneth Boulding ed Herman Daly. Le diseconomie, le ‘esternalità negative’, gli effetti controproduttivi hanno cominciato a prevalere sui vantaggi della crescita. Si suole affermare che il punto di svolta nella presa di coscienza dei problemi ambientali provocati dall’economia della crescita sia avvenuto con la pubblicazione del primo Rapporto del Club di Roma, I limiti dello sviluppo, nel 1972. Erano gli anni della prima grande crisi petrolifera e della Conferenza di Stoccolma, che diede i natali all’agenzia ONU per l’ambiente (UNEP). La rarefazione e il degrado delle risorse naturali prelevabili a basso costo fecero emergere la necessità della loro preservazione. «L’uomo – si legge nei documenti di Stoccolma – soggiace ad una solenne responsabilità di proteggere l’ambiente sia per le generazioni presenti sia per le generazioni future». Ma bisognerà attendere dieci anni, con il Rapporto Brundtland del 1983, per leggere per la prima volta in un documento ufficiale la formula «sviluppo sostenibile». Concetto meglio esplicitato nel testo dell’ONU Nostro Comune Futuro del 1987: «Sviluppo sostenibile è un processo nel quale l’uso delle risorse, la dimensione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti assieme ad accrescere la possibilità di rispondere ai bisogni della umanità non solo oggi ma anche in futuro». C’è chi ne ha visto un generoso tentativo di mettere in discussione l’egemonia culturale neoliberista trionfante – siamo negli anni della coppia Reagan-Thatcher. C’è chi, invece, ha pensato ad un mirabile quanto sterile tentativo di conciliare capre e cavoli, ovvero – come ripeterà più volte Serge Latouche – un ossimoro. Non basta ingentilire con qualche aggettivazione (durevole, armonico, equo… sostenibile) il sostantivo ‘sviluppo’ per renderlo meno velenoso, aggressivo e distruttivo. Possiamo ora affermare, senza timore di smentite, che la formula dello sviluppo sostenibile non è riuscita ad inverare nel contesto dell’economia di mercato le antiche virtù della temperanza, della misura, della moderazione e del senso del limite suggeriteci già dai filosofi greci, da Platone precisamente, sostenitore di ‘armonia e compostezza’, per evitare che «le energie economiche potessero espandersi a dismisura, squilibrando la polis e generando contraccolpi pericolosi, così come è effettivamente avvenuto in Occidente, in nome di una visione unilaterale sviluppista, i cui riferimenti moderni furono autori come F. Bacone e R. Cartesio», come ci ricorda Paolo Scroccaro dell’Associazione Eco-Filosofica nella relazione Dallo sviluppo sostenibile alla decrescita, tenuta ad Abano nel 2011. A vent’anni dal Summit di Rio de Janeiro (1992), in cui lo sviluppo sostenibile viene adottato ufficialmente nell’Agenda XXI, il fallimento è evidente: surriscaldamento globale, squilibri sociali, guerre commerciali e guerreggiate per l’accaparramento delle materie prime, prolungata ‘crisi sistemica’ del ‘primo mondo’. Né la più aggiornata formula della green economy sembra avere migliore fortuna. Forse perché, semplicemente, il benessere esistenziale di ogni individuo del genere umano così come dell’intera biosfera non è riconducibile alla sola dimensione economica. I ‘servizi ecosistemici’, così come i beni relazionali (pensiamo al lavoro domestico, agli scambi non mercantili, all’accesso ai beni comuni naturali e cognitivi) non sono quantificabili; per quante enclosures il diritto proprietario possa inventare e i governi decretare. Non è vero che il valore di ogni cosa è pari a quanto un individuo è disposto a pagare, cioè pari al beneficio economico che ne ricava, come ci spiegano ogni giorno politici ed economisti secondo la teoria della preference satisfaction. Vi sono beni e servizi che hanno un valore per la loro stessa esistenza, a prescindere dal loro utilizzo.
Con quali e quante unità di misura si stabilisce il valore di un albero, ad esempio?
E sulla base di quali gerarchie di valori multicriteriali si dovrebbero ordinare le diverse misure? Dalla quantità di frutti che produce, dalla legna che se ne può ricavare, dall’anidride carbonica che assimila e dall’ossigeno che restituisce, dal numero di uccelli che nidificano e degli insetti che ospita, dall’ombra che proietta e dall’humus che le sue foglie produce al suolo, dal vento che riduce, dal paesaggio che forma…?
E se fosse l’ultimo albero della foresta o l’ultimo della sua specie? Come si vede, il suo valore è di una grandezza indeterminabile e incommensurabile.
Se invece, come oggi avviene, prevale il riduzionismo economico, il denaro come equivalente universale, totalizzante, la mercificazione della vita, la cremistica, allora sarà semplicemente distruzione e morte. Infatti, come afferma la scuola di economia ecologica di Joan Martínez Alier (Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale, 2009), nessuna compensazione reale è possibile quando si tratta di beni irriproducibili e insostituibili.

© Riproduzione riservata

Paolo Cacciari

Paolo Cacciari, giornalista, ha collaborato con numerose testate, tra cui «L’Unità». È stato assessore e vicesindaco del Comune di Venezia, consigliere della Regione Veneto e deputato. Fa parte dell’Associazione per la Decrescita e si occupa soprattutto di economia sociale e sostenibilità. Tra i suoi libri, Pensare la decrescita. ‘Sostenibilità ed equità’ (Carta/Intra Moenia, Roma/Napoli 2006), ‘La società dei beni comuni’ (cura, Ediesse, Roma 2010), ‘Viaggio nell’Italia dei beni comuni’ (cura, con N. Carestiato e D. Passeri, Cafiero & Marotta, Napoli 2012).

Commenta

La tua email non sarà pubblicata né diffusa. I campi obbligatori sono segnalati da *




saperi e pratiche si incrociano
per conoscere
nella pluralità
di pensieri
contro dogmi
e universalismi
multidisciplinare
multilinguaggio
multistile
multiverso

Forum Editrice Universitaria Udinese Università degli Studi di Udine in collaborazione con cdm associati - comunicazione e visual design in collaborazione con Altreforme - ricerca / web&multimedia / formazione
Privacy Policy