Pubblicato in: n. 12 Margine /

‘crinale’

Intervista di Paola Cosolo a Fulvio Scaparro

Cosolo. Padri al margine, padri costretti cioè ad affrontare alcune fatiche, sia dal punto di vista affettivo, che da quello sociale, economico, abitativo, ecc. Mi riferisco ai padri separati e chiedo a lei, esperto in questo settore e grande conoscitore del tema, di aiutarmi a declinare questo ‘stare ai margini’. Partiamo dal margine affettivo. Come un padre separato, oggi, affronta, nella maggior parte dei casi, la separazione dai figli? Come vive la sua marginalità?

Scaparro. Il punto di vista dal quale mi pongo quando mi occupo della prevenzione e dell’intervento nei casi di gravi conflitti familiari è, nei limiti delle mie possibilità, quello dei figli, vittime, quelle sì sempre marginali, delle guerre familiari. Dal loro punto di vista anche la marginalità dei padri separati è una sofferenza perché, salvo casi di grave maltrattamento, un padre forzatamente assente o poco presente è avvertito come una mancanza vistosa e una fonte di dolore. Un padre che si rende conto di quanto costi ai figli il suo ‘stare ai margini’ vive malissimo questa condizione e rischia talvolta di agire in modo controproducente, angustiato com’è dall’idea di non poter stare accanto ai figli come vorrebbe. Questi sono i risultati di procedure di separazione bellicose e durature con ‘vincitori’ e ‘vinti’, procedure che non tengono conto del fatto che i figli non vogliono genitori sconfitti, umiliati e marginalizzati ma genitori che, pur separati, collaborano tra loro per aiutarli nella crescita.

Cosolo. La cronaca negli ultimi periodi ha riportato spesso la notizia di molti uomini separati ridotti in povertà a causa degli alimenti da passare alla ex consorte e ai figli, ed alla contestuale perdita della casa. La Caritas e molti enti hanno attivato abitazioni a basso costo proprio dedicate ai padri separati. Ci può delineare meglio questo quadro? C’è effettivamente un allarme nuova marginalità al maschile?

Scaparro. Confermo che l’allarme è fondato ma se è vero che di solito riguarda la condizione di padri ridotti a mal partito dal punto di vista economico oltre che affettivo, mi è capitato di assistere anche a sia pur rare situazioni in cui è la madre, soccombente nella lite, a pagare un prezzo altissimo. Tutto questo dimostra quanto sia urgente rivedere l’intera materia delle procedure legali di separazione che in nessun modo possono portare a decisioni rovinose per l’uno o per l’altro genitore. A pagarne le spese, ripeto, non sono soltanto gli adulti ma soprattutto i figli che si ritrovano con un genitore ‘vincente’ e uno ‘sconfitto’, con le conseguenze psicologiche e materiali che sono sotto i nostri occhi. È questo l’interesse dei figli che viene sempre sbandierato ogni volta che si prende una decisione che li riguarda?

Cosolo. Lei è uno psicoterapeuta molto apprezzato, nel suo lavoro avrà occasione di incontrare molti padri separati. Ci può dire qualcosa rispetto alla loro condizione psicologica? Quali sono gli elementi che li fanno sentire maggiormente ai margini di una relazione educativa con i figli?

Scaparro. Di positivo c’è che in questi anni molti padri hanno portato con forza alla luce la questione ‘paternità’, spesso oscurata dalla pratica e dalla retorica del ruolo paterno distinto, anzi opposto a quello materno. Sempre più padri si sono trovati a lottare per essere riconosciuti come genitori presenti fin dal concepimento nella vita dei figli e in grado di assolvere anche a compiti, doveri e responsabilità, tutto ciò che per loro convenienza o per necessità era stato affidato per millenni alle madri. La separazione ha avvicinato ancor più i padri ai loro figli e, ogni volta che è stato loro consentito, li hanno meglio conosciuti nella quotidianità, hanno sperimentato non solo la gioia ma anche le piccole e grandi difficoltà dello stare accanto nella loro crescita.
Di negativo c’è che la consapevolezza della necessità della vicinanza fisica ai figli, acutizzata dalla forzata lontananza, porta spesso alla disperazione e alla rabbia dei padri e li spinge talvolta a vedere nella madre la fonte di ogni male. Questo spiega perché chiunque faccia opera di pacificazione tra padre e madre – magistrati, avvocati, mediatori, famiglie d’origine, nuovi partner – aiuta a vivere meglio non soltanto i genitori ma, soprattutto, i figli. La separazione è sempre un dolore per genitori e figli ma questi ultimi possono rimarginare la ferita se sono aiutati a comunicare e collaborare tra loro nel reciproco rispetto. Padri e madri esasperati e continuamente litigiosi tengono sempre aperta la ferita della separazione. Non si tratta di perdonare e dimenticare ciò che di male l’uno ha fatto all’altro, ma di costruire un futuro più pacifico nell’interesse comune e in primo luogo dei figli.

Cosolo. L’associazione che ha fondato, GeA (Genitori Ancora), dal 1987 opera a sostegno della genitorialità e in particolare di quelle coppie che affrontano la separazione. Affinché un figlio non si senta ‘ai margini’, quali sono i percorsi più adeguati che possono essere seguiti?

Scaparro. A sentire i genitori, i figli non sono mai ‘ai margini’ ma al centro dei loro pensieri e del loro cuore. L’affermazione è di solito fatta in buona fede. Peccato che la condizione di vera e propria guerra in alcune separazioni faccia sì che certi padri e certe madri si prendano per così dire ‘a bambinate’, usando gli stessi figli come arma per vincere sull’altro o sull’altra. Il fatto che figli e figlie facciano esperienza del divorzio non comporta di per sé che bambini e ragazzi abbiano significativi problemi di adattamento. Sono le modalità della separazione tra i genitori e i rapporti tra loro che possono segnarne la vita negativamente o positivamente. È la guerra aperta e continuata che impedisce loro di avere una reazione equilibrata alla separazione.
L’associazione GeA, è nata oltre venticinque anni fa per la protezione dell’infanzia dalle separazioni bellicose e per la diffusione della ‘mediazione familiare’: un percorso per la riorganizzazione delle relazioni all’interno della famiglia in vista o in seguito alla separazione o al divorzio. Il mediatore familiare, con una preparazione specifica, sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale e in autonomia dall’ambito giudiziario, si adopera affinché padre e madre, insieme, elaborino in prima persona un programma di separazione soddisfacente, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale. Benché i figli dei genitori separati costituiscano la motivazione principale per cui siamo diventati mediatori, chi si è formato con l’Associazione GeA non li incontrerà mai in mediazione né incontrerà, salvo rare eccezioni, altri che non siano i genitori.
Noi lavoriamo insieme a questi ultimi perché li riteniamo i principali interessati al benessere dei figli e li consideriamo adulti responsabili di ogni decisione che prenderanno circa la trasformazione delle relazioni familiari dopo la separazione.
In pratica il mediatore familiare, dopo un accurato lavoro di colloqui individuali di premediazione in cui ci si conosce, si accertano la motivazione e la mediabilità, si stabiliscono le regole della mediazione e si crea insieme un clima di fiducia, facilita la comunicazione tra padre e madre allo scopo di trovare soluzioni realistiche e stabilire accordi condivisi e duraturi che consentano di vivere e crescere il più serenamente possibile e di svolgere responsabilmente il comune compito.
Gli accordi sono negoziati e definiti da entrambi e non imposti da terze persone; hanno dunque maggiori possibilità di essere rispettati. Le parti sono invitate a tenersi in contatto con i loro legali per informarli dell’andamento della mediazione e raccogliere i loro suggerimenti.
Il mediatore si impegna a facilitare il dialogo favorendo una composizione dei problemi esistenti, senza interferire nell’attività di competenza dei legali.
Gli avvocati si impegnano altresì a non interferire nell’attività di mediazione e a non tentare contatti personali con l’operatore che non siano stati concordati con il proprio cliente, con l’altra parte e il legale.
La responsabilità degli accordi finali resta comunque pienamente dei due genitori.
Il mediatore può e deve proporre un itinerario e una strategia che portino ad una conclusione che non veda una parte vincente e una perdente. Il consenso che accompagna una buona conclusione non nega le differenze ma elabora e diffonde valori comuni, il cui rispetto permette la gestione pacifica delle differenze.
Una buona mediazione, una mediazione che porti ad accordi durevoli, dovrebbe puntare a una trasformazione delle relazioni tra le parti e non soltanto alla ‘soluzione’ di un problema contingente.
La semplicità, la naturalezza, la sicurezza, l’atteggiamento amichevole nei confronti del prossimo derivano dalla padronanza dell’arte e della tecnica della mediazione, e dalla consapevolezza che si stanno rispettando gli elementi fondamentali che hanno reso benefica questa forma di soluzione alternativa alle dispute.
Ogni famiglia e ogni suo componente hanno storie uniche delle quali si viene a conoscenza stabilendo un buona relazione, utile per consentire la comprensione e la lettura corrette delle richieste di aiuto.
In altre parole, nello studio dell’avvocato o del giudice i genitori dovrebbero trovare persone che hanno abbastanza vissuto da comprendere, spesso per esperienza personale, che quel padre e quella madre seduti davanti a loro, spesso ostili, induriti, angosciati o disperati, non sono ‘altri’ ma nostri simili che solo le circostanze della vita hanno fatto incontrare in vesti e ruoli diversi.
Di qui l’atteggiamento empatico dell’operatore che tanto efficace si è dimostrato nella nostra esperienza. I genitori non si sentono più soli ma ascoltati e compresi, premessa per imparare, a loro volta, ad ascoltare e a comprendere.
Senza mai dimenticare una delle principali ragioni per cui dedichiamo alla famiglia le nostre capacità professionali di magistrati, avvocati e mediatori: la prevenzione dell’abuso all’infanzia da cattiva separazione, la pacificazione delle relazioni familiari e, di conseguenza, delle relazioni nella comunità.

Cosolo. Nel ringraziarla per la sua disponibilità, le faccio un’ultima domanda. Di fronte alla parola ‘margine’ qual è l’immagine che immediatamente affiora alla sua mente?

Scaparro. Quella del ‘crinale’.
[Percorro un alto sentiero di montagna che fa da spartiacque. Da un versante si precipita verso il fondo, dall’altro si scende più dolcemente e si riprende il cammino in sicurezza].

© Riproduzione riservata

Fulvio Scaparro

Fulvio Scaparro ha insegnato, fino al 1998, Psicopedagogia presso l’Università degli Studi di Milano ed è stato giudice onorario fino al 1992 del Tribunale per i Minorenni. Ha fondato l’Associazione GeA-Genitori Ancòra (http://www.associazionegea.it/) a sostegno dei bambini e dei genitori separati. È autore, fra l’altro, dei volumi: ‘Talis Pater. Padri, figli e altro ancora’ (Rizzoli, Milano 2001), ‘La voglia di sorridere contro la boria, la presunzione e altre fastidiose complicazioni della vita’ (Frassinelli, Milano 2003), ‘La bella stagione, dieci lezioni sull’infanzia e sull’adolescenza’ (Vita e Pensiero, Milano 2003), ‘Marcello Bernardi. La vita segreta del bambino’ (Salani, Milano 2004).

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