Pubblicato in: n. 12 Margine /

Andarono oltre

di Carlo Ancona

Venti anni fa un attentato che non aveva precedenti per dispendio organizzativo, potenza di mezzi e dimensioni di effetti, uccideva Giovanni Falcone, sua moglie e l’intera scorta. Poche settimane dopo, l’assalto degli squadroni della morte si ripeteva, con le stesse impressionanti modalità, ed aveva a vittima il pubblico ministero Borsellino. Venivano così uccisi due magistrati, ma soprattutto veniva colpito un simbolo, quello di una giustizia che non si accontentava del ruolo di semplice garante dei diritti individuali, ma cercava di ottenere, nel rispetto della legge, la tutela di valori primari del vivere civile, e per prima della libertà collettiva.
Gli autori del delitto, nonostante altri successivi terribili attentati, non ne trassero profitto, come invece era loro accaduto tante volte in precedenza; quel progetto di libertà continuò ad andare avanti, forte dell’esperienza del lavoro delle vittime, ma soprattutto dell’indignazione e della memoria dei cittadini; vi furono arresti, nuove dichiarazioni di pentiti, sentenze di condanna.
Da allora sono passati troppi anni per la capacità di memoria degli italiani; quel clima d’impegno collettivo è da tempo cessato, e questo basta a spiegare perché le leggi allora varate contro la criminalità sono state in gran parte abrogate.
Viene da chiedersi cosa resta di Falcone e Borsellino, e con loro delle tante vittime degli squadroni della morte che con il loro sacrificio hanno difeso la libertà dei cittadini dall’assalto della criminalità organizzata e del terrorismo. Rimane il dubbio se sia valsa davvero la pena di rinunciare alla compagnia delle loro famiglie, ai piccoli o grandi piaceri che la vita sa assicurare a chi asseconda lo spirare del vento, al loro appassionato impegno umano ed associativo, al sorriso gioviale o smorzato che li distingueva, alle rispettive carriere di magistrati conosciuti e stimati, che l’ordinamento giudiziario garantisce anche
(e soprattutto) a quelli neghittosi e pavidi; e tutto questo per ottenere la vittoria dell’Italia che oggi conosciamo, che sembra aver dimenticato, se non i loro nomi, il significato della loro esperienza.
Ricordava un grande storico francese che la storia letta dai contemporanei ha il ritmo breve della loro vita, breve e convulsa, e la dimensione ed i limiti delle loro collere, dei loro sogni, delle loro illusioni. E quindi, ricordare la morte di Falcone e Borsellino, tornando su fatti avvenuti solo venti anni or sono, non è scrivere storia, ma è fare opera di testimonianza.
Eppure, si tratta di una testimonianza doverosa, oggi più che mai. Perché si tratta di cercare in questo ricordo un momento di coesione comune a tutti gli italiani, un valore che li unisca; e quindi qualcosa che abbia destato in loro (appunto) una collera, un sogno, un’illusione comuni, che li distolga almeno per un momento dal loro spirito di fazione, dalla logica degli interessi particolari, dalla indifferenza alle responsabilità di cittadini. Per tentare almeno una volta la verifica di quanto ripete (tra incredibili insulti e con disperata ostinazione) il presidente della Repubblica, secondo il quale tutti i cittadini dovrebbero essere legati da un comune patto civile e in esso trovare le ragioni di vivere assieme, più forti e numerose delle occasioni di divisione.
Tentativo lodevole soprattutto in Italia, un paese dove si è sempre pronti a dimenticare ogni esperienza storica, fatti nobili e ignobili, prove di eroismo e di viltà, ma non si è invece disposti a seppellire i rancori, le maldicenze, gli slogan, la faziosità; dove la storia contemporanea troppo spesso è costretta alla funzione di luogo di elaborazione del lutto, e cioè di ricostruzione delle ragioni per cui nel secolo scorso siamo stati derubati dell’idea di ‘Patria’, ad opera della violenza fatta ai suoi valori ed ai suoi significati da ideologie di facciata, che costituirono solo la giustificazione per l’occupazione del potere e la conservazione delle inadeguatezze e della irresponsabilità delle classi dirigenti nazionali.
Ormai un’occasione del genere si presenta sempre meno di frequente: ad esempio, il 25 aprile o il 4 novembre sono feste di tutti, ma ognuno attribuisce ad esse un significato differente, seguendo logiche ed ideologie dettate da interessi di parte. La morte di Falcone e Borsellino non si presta a interpretazioni partigiane; essa è avvenuta sotto gli occhi di tutti, con modalità e per ragioni che tutti conoscono.
Da molte parti si leva indignazione se tante persone non mostrano più alcun attaccamento al valore della nazione comune. Si pretende che i cittadini, privati dell’informazione storica e della possibilità di rinvenire esempi e riferimenti per le loro scelte sia personali che collettive nei fatti più recenti della vita della Repubblica, debbano ciò nonostante sentirsi partecipi di questa. Pretesa singolare, frutto della cecità di un potere che si fonda sul monopolio dell’informazione invece che sul consenso consapevole. La condivisione di un progetto e di valori comuni può sorreggersi solo sulla conoscenza delle prove che quel progetto e quei valori hanno subito nel recente passato, delle battaglie anche sanguinose che altri hanno condotto per difenderli. Se qualcuno pensa che per legare il cuore dei giovani all’idea di ‘Italia’ o anche solo di ‘Trentino’ sia sufficiente un richiamo paludato ai successi del conte di Cavour o al sacrificio di Battisti, si sbaglia; e con tali errori, sia a livello nazionale che di comunità locale, si consuma il delitto più grave, la cancellazione della memoria collettiva e della comune tradizione di appartenenza ad una piccola o ad una grande patria.
La memoria, naturalmente, è scomoda: essa comporta un’assunzione di responsabilità; e per questo viene rifiutata. Si pensi ai tanti uomini politici (di lungo corso o anche di recente ambizione) che addebitano al governo ora in carica i drammi umani causati invece da scelte di politica economica che risalgono ai primi anni Settanta, allora condivise apparentemente da un ampio coro di consensi, e che furono poi consacrate nel decennio successivo; politica che fu adottata nonostante tempestive denunce ed esatte previsioni (del giornalista Cesare Zappulli o del poeta Pier Paolo Pasolini, ad esempio), che nessuno ricorda; perché in questo paese, per uno strano meccanismo di contagio, il torto si trasferisce su chi prevede il risultato di certe scelte, o cerca di attenuarne le conseguenze; e viene invece rifiutato da chi le adotta.
Non so chi abbia voglia di ricordarli davvero, quei colleghi uccisi per un impegno ormai fuori moda, per la testimonianza di un coraggio civile che suonava allora e suona oggi oltraggio per coloro (anzitutto i colleghi) che non lo condividevano; è molto probabile che oggi sarebbero stati raggiunti da sanzioni disciplinari, per le soluzioni organizzative non ortodosse che adottarono nel loro lavoro, ed invitati a tornare al più comodo ruolo di garanti di diritti individuali; quei diritti che troppo spesso vengono tutelati ‘a prescindere’, e cioè nell’indifferenza dell’interesse della collettività e soprattutto dei cittadini di domani, sui quali i relativi costi economici si vanno a scaricare sotto forma di un debito pubblico sempre più pesante. Non per nulla un giornalista di allora paragonò Falcone ad Aureliano Buendìa, l’eroe di oltre trenta rivoluzioni, che puntualmente perse tutte.
Qualcuno forse ricorda il bellissimo libro La collina dei conigli. Moscardo ed i suoi amici, viaggiatori che cercano una nuova casa, incontrano un gruppo di conigli ben pasciuti, senza nemici, aiutati da un contadino munifico. Non hanno problemi di alimentazione e costituiscono una comunità ricca, libera, di eguali; unico costo, devono dimenticare immediatamente le perdite che tra di loro fa il laccio del contadino; pagano con la rinuncia alla memoria il rifiuto di assumersi la responsabilità del proprio destino. Sta a noi decidere se lo stesso debba fare, più o meno consapevolmente, la nostra collettività.

Il carcere
Forse nessuno lo ricorda più, ma vi è stata un’epoca in cui, almeno nelle regioni del nord-est d’Italia, la costruzione delle opere pubbliche non era frutto di scelte ritmate e condizionate solo dalle prossime scadenze elettorali ma il risultato di una strategia di lungo periodo, e insieme lo strumento con cui un vecchio imperatore formava l’immagine della direzione della cosa pubblica agli occhi dei suoi sudditi: esse erano luoghi di esercizio delle pubbliche funzioni, ma anche strumenti di comunicazione di massa.
Tale messaggio era evidente soprattutto nel caso delle vecchie carceri; luoghi di espiazione e quindi di dolore, ma anche immagine tangibile agli occhi di tutti i cittadini della condizione del detenuto, e perciò luogo di ammonizione e insieme di condivisione. Per i suoi spazi ristretti, la vita era difficile per detenuti e agenti, ma era pur sempre connotata da una dimensione distesa dei rapporti umani, tra loro e con le persone che si recavano per lavoro in quel luogo. Ora, le nuove carceri, frutto di scelte razionali e moderne, sono lontane dai centri cittadini; strumenti insieme efficienti e spietati, segno di rimozione e indifferenza. Ci si reca in esse come si farebbe in un centro commerciale, o se si preferisce in una base militare; la sofferenza di chi si trova in quel luogo sparisce, ed il visitatore aspetta solo di terminare il compito al quale sta assolvendo con burocratica puntualità. Si prova gratificazione nel sentirsi partecipe di una comunità ricca di mezzi e di sensibilità per le necessità di spazio dei detenuti; si prova soddisfazione nel vedere al proprio arrivo schiudersi cancelli comandati elettronicamente, sentirsi chiamare da una ‘cabina di regia’, vedere succedersi tra loro cortili, strutture in cemento armato, porte blindate. Ma chi per trent’anni ha frequentato un luogo diverso, dedicato e speciale, alla ricerca delle ragioni di una sofferenza e di colpe che in quel luogo trovavano lo specchio, una sorta di ragione di compensazione, non potrà dimenticarlo.

Carlo Ancona

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Carlo Ancona

Carlo Ancona è giudice del Tribunale di Trento.

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