Pubblicato in: n. 12 Margine /

Il ‘margine’ e i Marginalia

di Andrea Csillaghy

Il latino margo, -inis è termine antico secondo l’Ernout-Meillet (s.v. Lex Puteolis) da cui margino, -as di epoca imperiale, da cui poi emarginare ancora vivo e presente nel nostro uso.
È un termine indoeuropeo che si trova nel germanico Marka, reimprestato all’italiano e alle lingue romanze, un tempo ‘terra dei confini’, segno di confine, adesso ormai ‘segno caratteristico’ o ‘contrassegno’! In persiano si trova marz ‘paese di frontiera’, e la voce è presente in celtico, gallico, irlandese ecc.
Nelle lingue ugrofinniche, meglio nelle ugriche, il ‘margine’ è presente in ungherese con szél, attestato dal 1138. In vogulo significa ‘lato, bordo, orlo’, in ostjaco ‘riva di un corso d’acqua, confine’. Il concetto che ne nasce è ‘larghezza, ampiezza’ e discende dai precedenti per metonimia.
Il termine ungherese è omofono con szél, ‘vento’, di derivazione turco-ciuvascia. Questo termine significa anche ‘fama, notizia, chiacchiera’. Talvolta le due parole omofone si confondono amabilmente, come se la ‘fama’, la ‘chiacchiera’, ciò che ‘si dice’, fossero cose oltre il margine, al confine del vero, regno della fantasia e del vento, al di là della terra cognita, del solido vero.
Alla nozione di ‘margine’, nella cultura libresca occidentale, di cui restiamo umili amanuensi anche nel XXI secolo, si connette il ‘marginale’ non come aggettivo usato per esseri o eventi, ma come sostantivo, latino n. marginale, -is. Più noto nel plurale marginalia. I marginalia nel Medioevo sono rarità deliziose e si trovano al margine dei manoscritti, per lo più nei codici.
Il margine dei codici medievali è peraltro un luogo anarchico. Nella storia del libro esso occupa per secoli, finché non incomincia con la stampa a caratteri mobili la cosiddetta ‘galassia Gutenberg’, un posto anomalo, ma molto importante. Non è il ‘margine’ del foglio di carta o di pergamena, ma il margine del testo dell’amanuense. Si gioca una dialettica molto sottile, a volte smaccatamente adulatoria, a volte malevola nei confronti sia del soggetto sia del destinatario del libro, perché il margine bianco è diviso dal testo da una zona decoratissima di miniature, dove fra l’altro, come in Borgogna nel XIV-XV secolo, si possono scoprire i veri capolavori del gotico ‘fiorito’ o ‘fiammeggiante’. Il libro pio ma affetto dall’endogena ripetitività dei testi liturgici, dei salmi e delle preghiere, viene ‘reso più digeribile’ da una teoria di decorazioni floreali dai colori spesso sgargianti, a tratti meravigliosi.
Il passo successivo suggerito ai giovani (o forse anche ai meno giovani di quei tempi) dai marginalia consiste nel raccontare, quasi come fossero ‘fumetti’ sui margini, storie o novellette brevi, parallele al testo o palesemente in contrasto con esso e che quasi lo deridono.
Nei codici medievali il testo centrale, se è sacro, viene in genere dalla Bibbia: salmi, parabole, racconti. Più originali, ma meno belli, i testi di riflessioni teologiche o giuridiche. Il massimo della poeticità sta invece nelle preghiere o negli inni. Naturalmente anche nei poemi o nelle raccolte di poesie. Secondo la formula messa a punto da Stéphane Mallarmé, e precisata dai Commenti di Jacques Derrida, è territorio del ‘margine’ anche il bianco del foglio, finché il testo non lo occupa. Si tratta del vuoto, del silenzio, dell’assenza dalla scena. Questi bianchi o vuoti sono quella pagina di universo (sic!) su cui si crea ancora e ancora emerge, incomincia a esistere un altro testo, lacerando o occupando gli spazi del bianco e del silenzio e preoccupando o occupando chi guarda, ascolta, legge.
Il testo o la testimonianza è resa accessibile, commestibile o si può metabolizzare solo se resta entro quei margini che me la rendono guardabile, osservabile, e soprattutto quando questo testo non viola il proprio limite congeniale. Perciò il margine è anch’esso quasi sacro.
I fruitori dei marginalia nel Medioevo sono i chierici e i lettori. Oggi siamo noi. Sono io.
Ma chi sono io? O meglio, queste nozioni prevedono dei segni, una testimonianza della mia identità e presenza?
Io sono il margine, o meglio uno che abita il margine. Nei marginalia non è per gusto della caricatura ma spesso solo spinto al tripudio o all’autoaccusa per i miei peccati o sensi di colpa, o attratto dalla polemica che io, truccato da bambino ridente, o da frate sodomita, o da mostro bizzarro e spregevole, arrivo a popolare i margini stessi.
Certo, come lettore di oggi che in essi si cerca e si ritrova, preferisco riconoscermi nel chierico vispo che invade le decretali di Graziano piuttosto che identificarmi nel lercio guardone del Salterio di Oxford.
Ma la storia del margine dei testi, che diventa metafora del margine e del marginale come concetto universale, non finisce lì, con il XV secolo.
Negli anni 1960-70 ha furoreggiato negli ambienti intellettuali la grande discussione di Jacques Derrida sulla ‘pagina bianca’, angosciante significazione del nulla secondo Mallarmé, e la dispersione o decostruzione di qualunque senso del testo, come atto del dire, del fare e dell’esistere stesso.
Ora tutto ciò fa parte ormai di quei trashes che ogni tanto gli automatismi informatici scaricano nel nulla, o in qualche posto scomodo ed ecologicamente proibito, ma che hanno per anni pesato sulla cultura filosofica occidentale.
La teoria che il bianco, il da-essere, da divenire inghiotta i timidi versicoli alla Mallarmé, con la veemenza della quotidiana spazzatura, che cancella o rifà il vuoto, è ormai superata. Il vuoto, la vertigine, non angosciano più. Oggi con i blog, gli sms, Facebook ecc. tutti i nuovi marginali parlano, tanto che il testo stesso non conta più niente. Anzi spesso non c’è più.
E le zone fumose, umbratili, che pesavano sul testo, dimenticato lo sforzo dello ‘scavare’ ungarettiano avido di cogliere qualcosa di essenziale dopo il naufragio cui ogni vita sembra condannata, naufragio che i testi inevitabilmente rifletterebbero, sono popolate come stadi per un concerto rock in cui nessuno si chiede più: ma io che ci faccio qui, perché i margini, gli argini e spesso i timpani sono rotti dal dilagare di un ‘senso-nonsenso’ che solo la musica e il ballare redimono. Perché da lì sprizza ancora la vita.
Nei salteri medievali cerchiamo i marginalia che ammiccando polemici o sornioni sembrano chiederci di questi nostri codici odierni, intesi in senso largo, «ad quid perditio haec?». Non è che ‘marginale’ è diventato meglio che ‘centrale’? Non è che subdolamente siamo immersi nella marginalità?
E mentre il marginale dei codici antichi, nato sul bordo del foglio di un testo, risponde, questiona e provoca ancor oggi, con grande finezza, noi nel nostro spazio, diritto, territorio, accampati sul foglio bianco, che vivaddio, toccherebbe a noi riempire di senso, spesso come ‘marginali’ esseri umani non lo facciamo. Del resto chi intervista uno o l’altro per la strada, al bar, o nei formulari delle inchieste, non vuole neanche sapere veramente niente né di noi né da noi… «Oh gran virtù dei… marginali antichi…».

© Riproduzione riservata

Andrea Csillaghy

Andrea Csillaghy è docente di Lingua e letteratura ungherese presso l'Università di Udine. Studioso di linguistica di lingue europee ed asiatiche, si occupa di problemi e teorie didattiche delle grandi lingue moderne.

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