Pubblicato in: n. 12 Margine /

L’importanza di essere sul margine (note su delle pagine quasi bianche)

di Stefano Salis

Improvvisamente, magari siete uno storico di professione, magari siete solo un lettore curioso, magari vi siete imbattuti per caso in un ponderoso volume che parla della Storia del Northumberland. L’autore è John Hodgson, il libro esce nel 1840. Ecco, improvvisamente – non che prima non ci siano state… –, nella terza parte del saggio, volume secondo, alla pagina (almeno nell’edizione 1840), alla pagina 157, l’autore sente il bisogno di mettere una nota a piè di pagina. E allora? Che novità sarebbe? Che c’è di strano? La ‘novità’ sarebbe che quella nota a piè di pagina non finirà prima della pagina… 322. Capite bene che stiamo parlando di un record, e così lo rilevò da par suo Arnaldo Momigliano e non stentiamo a credergli. Ovviamente, c’è di più che una curiosità bibliografica. Facciamo alcuni passi indietro. Leggere è un atto che gli umani hanno via via imparato e perfezionato, e lo hanno imparato facendo i conti con la ‘tecnologia’ che avevano, letteralmente, di fronte. Non scriviamo tutti nello stesso modo: chi da sinistra a destra, chi viceversa, chi in verticale. Non usiamo lo stesso tipo di scrittura: segni astratti alfanumerici da associare a fonemi (di gran lunga il sistema più economico e perfetto), segni ideogrammatici che ‘sembrano’ raffigurare l’oggetto di cui trattano, chi più chi meno (dai geroglifici, poi diventati sillabici, agli ideogrammi cinesi) e andiamo un po’ alla grossa: non è questo il nostro punto. Nemmeno leggere è sempre stata una questione facile. Cambiando il supporto della scrittura – pietra, tavoletta cerata, pergamena, infine carta o, oggi, fogli bianchi virtuali – le necessità e le specializzazioni del lettore sono cambiate. Per lungo tempo si è, per esempio, letto a voce alta, o comunque non a bocca chiusa, compitando le parole o declamandole. Ma sicuramente, la tentazione di ‘intervenire’ nella lettura deve essere stata ‘consustanziale’ all’atto della lettura stessa. Non meravigliatevi: c’è stato un tempo in cui chi leggeva, lo faceva soprattutto per memorizzare. Poi, solo dopo, è arrivato il momento dell’intervento.
Sentite qui: siamo nel Secretum. Petrarca immagina di conversare con sant’Agostino: «I libri mi aiutano», gli dice, «ma nel momento in cui non ho più il libro tra le mani tutto ciò che imparo svanisce». E Agostino risponde: «Ma se tu scrivessi qualche nota nel punto giusto, godresti facilmente dei frutti della tua lettura». «Che genere di note intendi?», «Ogni volta che leggi un libro e ti imbatti in qualche frase meravigliosa che ti suscita tumulto o delizia nell’animo non limitarti ad avere fiducia nella tua intelligenza […]. Quando trovi qualche passo che ti può sembrare utile, tracciagli accanto un segno deciso che ti possa servire da promemoria». Ecco. Ci siamo. Un ‘segno deciso’ accanto alla scrittura.
Questo è il punto di svolta, il momento in cui il lettore, la lettura, diventa consapevole. C’è uno spazio, nella forma tecnologica della scrittura, dedicato al testo, ma ce n’è uno, accanto, grande o piccolo, sopra o sotto, o a fianco al testo, destinato al lettore. Al margine del testo il lettore interviene. L’inizio delle glosse, degli scolii, delle note a margine è questo. E, anche se non c’è accordo tra gli studiosi su chi abbia iniziato a produrre le note a margine, una nuova storia del libro e della lettura era avviata (e, in questo caso registrata).
E così i libri fioriranno di milioni di lettori consapevoli, perché i lettori sanno che i margini sono a loro destinati. E contestano, approvano, danno del fesso all’autore, applaudono un verso particolarmente bello, oppure inframmezzano la lettura di episodi privati. La lettura, i libri, prendono vita, sono qui e ora importanti per quel lettore (e, chissà, magari per altri in futuro). Ci fanno capire, spesso, cosa ci sia in una lettura. Leggere le note a margine, soprattutto quando si confrontano titani della lettura (Leibniz che scrive note a margine a Cartesio!), è un modo per vedere due cervelli in azione. Ma non è finita ancora. Perché la nota a margine, o a piè di pagina – dunque si conquista un posto fisso, la notazione, talmente diventa importante – è uno strumento di comunicazione potente anche per chi sta scrivendo il libro. Anzi: forse, il più potente.
È stato Antony Grafton in un curioso e geniale libro a spiegare cosa sia, per uno storico, e in generale, per un saggista, una nota a margine.
Chi scriva un saggio storico riempirà il testo di note. Perché? Ma, per esempio, per distinguerlo, banalmente, da un romanzo. Un saggista svolge una professione diversa da un romanziere. Non inventa: deve esaminare tutte le fonti sul problema del quale discute e proporre soluzioni nuove. E inserendo di continuo le note, l’autore non fa altro che attestare il fatto che si tratta del lavoro di un professionista. «Come il sibilo del dentista, il sommesso brontolio della nota a piede pagina dello storico è in fondo rassicurante» scrive Grafton. «L’uggia che infligge, analogamente al dolore inflitto dal trapano, non è casuale ma intenzionale». Dunque è l’esercizio tecnico della professione di saggista scientifico che ‘impone’ le note.
Ciò che esse rappresentano, allora, è molto di più che un semplice dettaglio. Le note, insomma, forniscono alla comunità dei pari grado e dei lettori comuni la certificazione di essere in presenza di un professionista e l’autorevolezza piena allo scrivente. Maggiori e più precise esse saranno, tanto più l’autore acquisirà prestigio. Ha tutto letto, tutto commentato, tutto confutato. Il testo persuade, le note dimostrano. L’architettura testuale prende una forma diversa: le note si impongono proprio perché esse sono, anche visivamente, il fondamento da cui erigere il testo. Lo storico, il saggista è ‘costretto’ a spiegare al lettore le procedure usate per produrre il testo che si vede nella parte centrale della pagina, ma senza quelle fondamenta cadrebbe in una categoria molto meno accattivante (agli occhi dello storico): quella del romanzo, del testo filosofico, del testo religioso, insomma non del testo scientifico. Sono un sottofondo nel quale si inserisce il nuovo testo, un dialogo con tutti gli altri testi passati, con quelli che verranno. Dal margine della pagina emana quel fitto discorrere tra libri, tra intellettuali, tra persone. Fino a che verrà un altro, il successivo e destinerà a quel lungo testo che si è appena scritto, lo spazio di una nota. Certificherà di averlo visto. Ma, ci potete giurare, ci sono professionisti disposti a tutto pur di avere la garanzia di essere, almeno in nota, per i secoli a venire.
Ps. E che questo che avete letto non sia un testo scientifico ma un semplice articolo è, in fondo (e lo scrivo apposta, in fondo), provato dal fatto che esso non contiene nessuna nota.

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Stefano Salis

Stefano Salis, responsabile delle pagine letterarie del supplemento Domenica de «Il Sole 24ore», collabora con l’annuario ‘Tirature’ (il Saggiatore) e si occupa di editoria, letteratura, musica. Negli ultimi anni ha curato, fra l’altro, il volume ‘Nero su giallo. Leonardo Sciascia eretico del genere poliziesco’ (2006), e l’edizione italiana di ‘Il controllo della parola’ di Andre Schiffrin (Bollati Boringhieri, Torino 2006) e di ‘Fame di realtà’ di David Shields (Fazi, Roma 2010).

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