Pubblicato in: n. 12 Margine /

Meglio avere un m-argine

di Francesco Messina

Mi sono alzato alle cinque; c’era già un po’ di luce. Una volta preparato il tè, mi sono rimesso a letto e con la finestra socchiusa ho cominciato a pensare alla faccenda dei margini. In capo a un’ora (ma devo aver anche ‘pisolato’ un pochino) mi ero già reso conto che ‘margine’ è la parola-tema più vasta dell’universo conosciuto; nemmeno confine (che credevo quasi simbolicamente la più estensibile) riesce a batterla. Da tutti i punti di vista, in tutte le direzioni. Praticamente non ha margini, o meglio li ha ma confinano con tutto e tutto risulta talmente elastico da creare una rete in continuo movimento. Margini di miglioramento, di sopportazione, di errore, di guarigione, di segretezza, di tolleranza, di commissione. Poi ci sono anche i margini accordati, quelli designati, quelli ristretti, eccetera eccetera. Al che, mi sono detto, «qui serve mettersi dei margini chiari e ben definiti per poter procedere verso qualcosa di sensato». Ho impiegato più o meno una settimana per definirli. Avevo un certo margine per la consegna. Risultato: mi sono imposto di fare tutto nel tempo di quattro ore al massimo e di non superare le due cartelle. La dichiarazione di Mark Twain sul rapporto tempo-pagine non depone a mio favore, ma pazienza. Allora quattro ore e non un minuto di più. «Casomai mi tengo un margine per trasgredire» ho detto tra me e me. Non è come procedere senza freni; avere un limite serve, e poi il piacere di trasgredire è infinitamente superiore al rispetto di una regola. Viva le regole se i margini che ne delimitano i confini sono pensati bene.

Mi serve sempre un margine, anzi due. Due m-argini, per poter fare qualcosa, altrimenti regolarmente mi perdo. Come l’acqua che penetra nel terreno e finisce per sparire in falda o evaporare. Ho bisogno di un tracciato, un letto per poter arrivare al mare. Non è che la vastità mi spaventi, anzi, la trovo meravigliosa. Ma non mi ispira nulla per la mia attività professionale. I grandi spazi mi spingono ad un procedere che definirei più esterno che interno. Poca cosa. La mancanza di margini (Margini, non confini precisissimi) mi spinge più ad attività libere e piacevoli come il giardinaggio, la cucina, le passeggiate, la lettura, ascoltare musica, guardare qualche film, che sono tra le mie preferite. Per lavorare mi serve un committente che mi metta dei limiti precisi. Poi magari combatterò per poterli superare, ma in partenza mi servono. E se non li mette lui, li metto io.

La bellezza dei margini sta nel fatto che possono essere definiti di volta in volta. Anche i confini del resto, ma i margini, anche per definizione mi stanno più simpatici. In un raccontino di qualche anno fa avevo descritto così uno dei personaggi: «Aveva un gran senso del limite, per poi superarlo». Think Small si leggeva nella rivoluzionaria campagna pubblicitaria della Volkswagen degli anni Cinquanta. Ma la fantasia conseguente era prevista come ‘illimitata’. Small era meno impegnativo di Big, e rappresentava chiaramente la libertà. Gran bella trovata, per una generazione a venire come quella degli anni Sessanta.

Ma in fondo sono un graphic designer e quindi è bene che scriva di quello che conosco almeno con un minimo di certezza. Ecco qui, allora. Quando ho progettato la collana dei Classici per Bompiani/Rcs non sapevo da che parte cominciare. Quelli della grafica editoriale sono territori in cui tutti sembrano aver già fatto tutto. Un mondo troppo vasto per me, meglio non guardare esageratamente in giro. Solo ‘q.b.’, quanto basta. Infatti, anche in quella circostanza, me la sono cavata proprio riducendo i margini di intervento, non ampliandoli. I Classici sono sempre raccolte ponderose di molte, se non quasi tutte, le opere di uno scrittore; anche se stampati su carta leggerissima formano dei volumi di moltissime pagine, quasi sempre molte più di mille. Anche il doppio. I titoli contenuti in un solo volume sono tra loro diversissimi e quindi l’area di intervento sembrerebbe illimitata quanto, al tempo stesso, completamente indefinibile (quale, dei titoli contenuti, illustrare?). Non ne uscivo, da giorni e giorni. Poi però ho cominciato a ragionare in termini sottrattivi o meglio di ‘ridefinizione’. Ho trovato nella questione dello spazio la soluzione: dovevo mettere dei chiari margini almeno all’occupazione della superficie di quelle copertine. E dato che avevo un mock-up tutto bianco davanti a me, era impossibile non notare che il dorso in questione era largo quasi quanto il piatto della copertina stessa. Bene, mi dissi, userò proprio il dorso per metterci foto e nome dell’autore. Praticamente progettai la copertina sul dorso. Funzionò benissimo e funziona ancora. E poi diciamocelo: qual è la parte del libro che tutto l’anno, tutta la vita, si mostra a noi dallo scaffale, se non il dorso?

Discorsi sulla costa. Ma è stata un’altra l’esperienza che ha allargato i margini del mio pensare partendo ancora una volta da una ‘riduzione’ iniziale («Reduce to the max», suggeriva il famoso head). Quando esce un libro, qualche giorno prima, arriva una copia staffetta per vedere se le cose sono a posto. O meglio, ‘arrivava’. Adesso i tempi di produzione si sono ristretti; quasi annullati. Ora non ricordo con precisione quale fosse il titolo di quel libro, ma sono sicuro che arrivò con la sovraccoperta veramente mal sistemata. Errore di taglio, di cordonatura o non so che. Insomma, per farla breve, la lunga riga che riportava gli autori della fotografia e del progetto della copertina stessa (destinata alla quarta) era finita esattamente, con una ‘precisione’ incredibile, nello spessore del lato lungo del cartonato. E si notava tantissimo! Rimasi abbagliato da quell’involontario risultato. Era chiaro che i margini di intervento grafico su un oggetto come un libro, si erano improvvisamente ampliati nell’atto di guardare nel particolare. Quasi una metafora. Sto ancora aspettando di incontrare un pazzo che mi faccia fare una copertina scrivendo titolo e autore nello spessore del cartonato. Magari sarebbe un insuccesso, ma sono sicuro che farebbe discutere.

Margini dannosi. Nella grafica editoriale ce ne sono, eccome! Prendiamo le nefaste note a margine ad esempio: lo giuro, sono riuscito ad impaginare più di un libro che aveva le colonne di servizio (quelle strette a lato del testo) stracolme di note, e alla fine del capitolo serviva occupare almeno un’altra pagina, senza una riga di testo principale, per completarne la collocazione. Le note a margine più lunghe del testo cui fanno riferimento! Non commento nemmeno. Un vecchio amico con cui facevo musica diciamo ‘sperimentale’ un giorno ebbe a dire che un’apposita commissione avrebbe dovuto permettere (dare una specie di licenza) di pubblicare musica contemporanea solo a chi aveva raggiunto almeno il decimo posto delle classifiche di vendita con un singolo di pop music. Parole sante.

E già che parliamo di musica. È vero, da anni sto immeritatamente invadendo anche il campo della musica. Ma mi tengo sempre ben arginato. In tale ambito risulto autodidatta, anzi, peggio: semi-ignorante (ignoro molte cose). Pare però che io abbia un discreto orecchio ed essendo appassionato di elettronica sono diventato un decente programmatore di suoni. Vi assicuro che quelli più interessanti hanno a che fare con il momento in cui le oscillazioni arrivano sulla soglia del margine estremo della loro risonanza, in cui iniziano ad arricchirsi pur cambiando la nota che avrebbero dovuto rappresentare. Quello sì è un margine magico. Da non credere.

Continua. «Sono un ragazzo di strada, […] vivo ai margini della città». Recitava così lo strampalato testo di una modesta canzoncina beat degli anni Sessanta. Ma a pensarci bene, avete idea di quanti strani tipi, pieni di idee, di intelligenza ricca e fantasiosa, sono arrivati a far grandi cose partendo proprio da ‘margini’ molto esterni? Sarebbe un elenco impossibile da compilare, però sono sicuro che andando ad indagare almeno un po’ nella storia delle loro vite, si scoprirebbe facilmente che tutti quei margini (di qualcosa o di qualche posto) sono stati e sono ancora ambienti straordinariamente vivi ed interessanti. Tutto il resto devono semplicemente averlo determinato volontà e coscienza del libero arbitrio, che nelle zone ‘marginali’ sembrerebbero avere stabilito la loro residenza principale. Si sa bene che da quelle parti il talento, da solo, non può bastare.

Definiamo un territorio, come i gatti. Dicevo prima che per me, come per molti altri, è necessario, al fine di ottenere un risultato specifico, limitare il campo. Stringere i margini operativi in attesa di quella meravigliosa conseguenza che è invece l’allargamento delle possibilità stesse. Come dire: «Metto a fuoco vicino per cominciare a vedere più lontano». Una considerazione prolungata su questa specie di processo contrario potrebbe risultare quanto segue. Azzardo: nel momento in cui mi pongo dei limiti (volta per volta diversi, naturalmente) per potermi concentrare su una serie definita di elementi, più facili da controllare (meglio se non ce ne sono troppi), mi trovo ad aver a che fare con un margine di possibilità limitate ma vicine al confine di qualcosa di probabilmente nuovo in quello stretto ambito. Se da quel momento non faccio altro che superare quel confine, finisco per trovarmi nei margini possibili dell’ambito confinante, e il confine stesso non rappresenta più un limite invalicabile ma il centro del mio playground. Il che mi mette in relazione con problematiche specifiche, inattese quanto comprensibili e quindi risolvibili. Che sia una spiegazione sensata? Attraverso il mestiere del grafico (come altri del resto) non ci si propone di salvare il pianeta o spiegare le forze che tengono insieme la galassia, si cerca solo di far bene le cose, magari perseguendo l’opera e non il frutto (come da alto suggerimento), per cui una visione temporaneamente ridotta dei margini di operatività risulta alla fine eccezionalmente ‘allargante’. «Le cose complicate sono un insieme di cose semplici» diceva l’amato Adams (Douglas).

Una prova in più. Ero nello studio di Milton Glaser, stavamo lavorando con lui ad alcuni progetti per la Biennale di Venezia, quando proprio lui, ‘il capo’, mi si avvicina e mi chiede di dare un’occhiata alla parte tipografica di un menù che stava progettando per un piccolo ristorante di NY. Annuisco e mi metto subito al lavoro. Ma dovevo avere l’aria strana. Infatti, da buon scrutatore d’anime, il maestro aveva intuito ben stampata sul mio viso la domanda che io pensavo fosse rimasta ‘all’interno’ della mia testa. Quel pensiero ormai tutt’altro che segreto doveva apparire come una nitida didascalia che diceva: «Come mai in uno studio come questo, dove si fanno le cose grandiose che mi hanno fatto venire voglia di attraversare un oceano, si fanno anche lavori così piccoli?». Glaser mi guardò e praticamente rispondendo alla mio silenzioso quesito disse: «Francesco non ti preoccupare, nella vita non ci sono lavori grandi o piccoli, ci sono solo i lavori fatti bene e quelli fatti male». Bang! Steso con un solo colpo. Da quel giorno scoprii che nella riduzione dei margini c’era la porta aperta. Un millimetro? «Ma in un millimetro volendo ci passa un carro armato» mi diceva un altro che la sapeva lunga, Getulio Alviani. Gli anni seguenti hanno confermato che ogni volta che sono riuscito in qualche modo a ridurre i margini di richieste troppo vaghe o troppo vaste, sono poi riuscito a far bene e persino ad inventare qualcosa. Il resto delle volte quando ho accettato la sfida in campo aperto, ho prodotto delle cose quantomeno più modeste e certamente non originali. I margini non sono confini, sono magnifici per questo, non sono assoluti; danno la possibilità di muoversi tenendo l’attenzione viva su un’area gestibile. I confini in qualche modo limitano, i margini suggeriscono. Del resto, abitereste volentieri in una casa che ha dieci stanze più di quelle che vi servono? Lo so, apparentemente sì, ma poi scoprireste che sono da arredare, pulire, riscaldare. E in più ci si deve pagare sopra più tasse = altamente sconveniente. Ditemi voi, cosa c’è che non si può pensare in una sola stanza abbastanza comoda? Facciamo due; lasciamoci dei margini.

And, end. Storie troppo personali, o meglio autoreferenziali? Un po’ sì, ma se non fossi sicuro che al di là di questo c’è la certezza che almeno una di queste indicazioni di procedimento progettuale non possa essere utile anche ad altri, specialmente se ‘beginners’, non mi sarei messo a scrivere una riga e avrei provveduto a fare giardinaggio, leggere, cucinare, eccetera. La prova sta nel fatto che tutto ciò lo sto sperimentando almeno da un decennio con i miei studenti e vedo che quasi sempre funziona. Quando chiedo loro di focalizzare meglio, specifico loro che la riduzione dei margini resterà un fatto provvisorio, quasi solo un espediente. Come tirare indietro con il braccio e la canna prima di lanciare l’amo il più lontano possibile. E se fosse proprio un falso movimento? Può darsi; i gesti hanno la loro importanza, come i veri rituali. E poi, ormai, quando le cose non vanno benissimo, anzi vanno proprio male, mi sono abituato a dire: «Beh, si sono di nuovo ampliati i margini di miglioramento».

© Riproduzione riservata

Francesco Messina

Francesco Messina, graphic designer, con il suo Polystudio. Art director alla Bompiani (Gruppo RCS Libri). È docente di Design della comunicazione presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia.

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