Pubblicato in: n. 12 Margine /

Voci e parole dal margine

di Antonella Riem Natale

Alcuni studi ci dicono che ogni quattordici giorni scompare una lingua e che entro il 2050 circa 6.000 o 7.000 lingue non esisteranno più: popolazioni ‘native’, ‘minoranze’ della terra si sottomettono all’egemonia di qualche lingua globale (inglese, spagnolo, mandarino), abbandonando (spesso forzatamente o per necessità) la loro voce del cuore e il sentire profondo di una tradizione antica che sa come rappresentare il loro cosmo.
In un tempo di trasmissioni e informazioni globali dei media che tutto asserviscono e omogeneizzano, le lingue dei luoghi lontani, ai margini del globo, non sono più protette da ‘confini’ geografici né culturali. Proprio come facevano i nostri emigrati italiani per essere meglio accetti nel luogo della migrazione (Australia, Canada, Argentina), anche i vecchi di questi luoghi incoraggiano i giovani a parlare la lingua della globalizzazione, che gli potrà dare un ‘futuro’.
Ogni lingua, lo sappiamo, è un tesoro nascosto, una miniera di conoscenza e saggezza, non solo del popolo che la parla ma anche per noi stessi come esseri umani, come abitanti del pianeta. Perdendo questo patrimonio, nella caduta dell’importantissima varietà linguistica, perdiamo un pluriverso, che parla anche di noi. La ‘traduzione’, che molto ci aiuta, è troppo spesso un tradimento, non è in grado di portare completamente il peso delle cose insito in una parola ascoltata da una voce che narra, un detto, un proverbio, una storia, un sogno, un canto – la traduzione non sa e non può traslare totalmente tutte le sfumature, anche affettive, immaginative, poetiche insite in una lingua.
Cosa accade quando una lingua tace lo racconta in maniera esemplare lo scrittore australiano David Malouf nel suo racconto The Last Speaker of his Tongue (in Antipodes, 1985; per un’analisi approfondita del racconto, cfr. A. Riem, ‘The Only Speaker of His Tongue’. David Malouf and Endangered Languages and Id-Entities in Partnership Id-Entities, 2010), dove l’ultimo parlante della sua lingua, un aborigeno australiano, unico sopravvissuto alla strage del suo clan che è stato completamente sterminato dai bianchi, si incontra con un lessicografo, proveniente dalla civiltà, dall’emisfero Nord, che è venuto agli antipodi per studiare il ‘fenomeno’, in modo scientifico, distaccato, neutrale. L’incontro, brevissimo, lascia un segno indelebile nel lessicografo, grazie alla postura indomita dell’aborigeno, che, nonostante le sue poche parole in inglese «Yes, boss, you wanna see me?», manifesta la sua straordinaria centralità nel paesaggio australiano, alieno e lontano solo per lo ‘straniero’. L’aborigeno diventa un simbolo del destino dell’umanità che perde il suo linguaggio nella violenza, nella colonizzazione e nella distruzione dell’altro.
Il lessicografo, alla fine del racconto, si chiede disperatamente cosa accadrebbe se anche la sua lingua fosse improvvisamente inghiottita e dimenticata dal ‘progresso’, se sparisse dal pianeta, con tutto il suo novero di bellezze, nomi di monti e mari, alberi, fiori, persone e oggetti, storia naturale e umana. Nel terrore del lessicografo che ripete automaticamente, a voce alta e ossessivamente, alcune parole nella sua lingua, c’è l’impronta forte di uno straordinario scrittore che da sempre presta attenzione al potere di ingurgitare e triturare dell’inglese globalizzante, pur amandone e apprezzandone la ricchezza e l’antica tradizione culturale e letteraria.
La reazione del lessicografo, quasi magica, certamente irrazionale, secondo il suo stesso modo di pensare le cose, lucido e freddo, è collegata ad una esperienza intima e feconda della fragilità e della mortalità dell’aborigeno, nonostante la sua vigorosa, silenziosa ed enigmatica presenza. Si rispecchia nel destino dell’aborigeno e vede non solo la sua fine personale, come essere umano, ma anche la scomparsa di un intero popolo, il suo.
Il lessicografo immagina la mente dell’aborigeno immersa in un universo fatto di suoni, echi e parole che non pronuncia perché nessuno è più in grado di comprendere. Anche il luogo ormai ha altri nomi, diversi da quelli che si agitano nella testa dell’aborigeno, sono nomi nuovi, come nuova è la popolazione che ha colonizzato la sua terra, distrutto i suoi avi, la sua lingua, la sua cultura. L’aborigeno in tutto questo rimane esistenza spirituale alta e immobile nel suo incrollabile contatto con gli antenati, attraverso i nomi e le parole della sua lingua. Scompariranno con lui, e così spariranno la visione, la comprensione, quello sguardo d’insieme che tiene unito il paesaggio e la vita, e fa sì che esistano così come sono. Sarà la morte, di un popolo, di un individuo, del territorio di cui è custode. Quando un popolo non parla più (anche) con la sua lingua, non ha più un pensiero e un sentire autonomi; imita uno stile altrui, perde i suoi valori e la sua radice mobile di essere umano e si con-forma e si tras-forma, prendendo a prestito profilo e contenuto da qualcosa di esterno, che non gli appartiene nel profondo e che non può esprimerlo completamente. D’altro canto, non ci interessa la cristallizzazione (cosa impossibile, tra l’altro) di lingue e culture in codici fissi e immutabili secondo il pregiudizio monolingue, ma desideriamo il cangiante riflesso delle varianze, la fluidità dell’incontro e del dialogo, la mobilità e nomadicità delle ‘radici’ – fatte di piedi e cuori che camminano, attraversano, raccordano e raccontano il cosmo.
Come dice Glissant, dobbiamo difenderci dalla standardizzazione e dall’universalizzazione di una lingua dominante e colonizzatrice (l’anglo-americano), perché a rimetterci non saranno solo le ‘altre’ lingue, ma anche la lingua inglese stessa, che perderà ‘vita’, diventando una sorta di esperanto, incapace di esprimere le profondità dell’essere e del vivere (Poetica del diverso, 1998). Profondità che sono invece nel nostro aborigeno, nel suo silenzio denso di significati, dove essere umani, territorio, natura, piante e animali, spiritualità e cultura sono in risonanza morfica (cfr. R. Sheldrake, The Science Delusion: Freeing the Spirit of Enquiry. Powerful challenge to the materialist worldview, 2012), si parlano e si in-formano, come configurazione che cresce dall’interno e non come struttura imposta dall’esterno, come una corazza che impedisce il respiro e ci porta a combatterci invece che a lavorare insieme in bellezza e poesia. La lingua è linfa vitale, scorre attraverso gli ‘antenati’ fino a noi, per rendere vivo intenso il nostro sentire – parole dal margine, dall’orlo del mondo, parole taglienti, incisive, piene di mordente, che ci configurano e rispecchiano (si veda l’antologia di poeti nativi Lance Henson, Memchoubi e Apirana Taylor, a cura di Antonella Riem, Words From the Edge, 2002).

Siti consigliati
National Geographic. The Enduring Voices Project
http://travel.nationalgeographic.com/travel/enduring-voices/Rosemarie Ostler, Disappearing Languages, in «Whole Earth», Spring (2000) http://www.wholeearth.com/issue/2100/article/138/disappearing.languages
http://www.unesco.org/new/en/culture/themes/endangered-languages/atlas-of-languages-in-danger; http://www.unesco.org/new/en/culture/themes/endangered-languages/; http://www.unesco.org/culture/languages-atlas/en/atlasmap.html

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Antonella Riem Natale

Antonella Riem Natale è docente di Letteratura inglese, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Udine e presidente della Conferenza italiana permanente delle Facoltà di Lingue e letterature straniere. Dirige la collana 'ALL' (Udine, Forum) e la rivista online "Le simplegadi". È autrice di numerosi volumi, fra cui 'The One Life: Coleridge and Hinduism' (Rawat, Jaipur 2005), e di saggi sulle letterature in inglese e su quelle dei popoli 'nativi'.

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