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Cooperazione vs. competizione

di Leonardo Becchetti

Competizione e cooperazione sono due forze fondamentali e per certi versi antitetiche. Entrambe, per motivi diversi, in grado di stimolare energie produttive, e fertilità sociale e imprenditoriale. La differenza tra le due, però, è che la competizione è una medicina amara. Un po’ come una pesante chemioterapia per un paziente, essa è una sorta di ‘farmaco’ che distrugge le cellule tumorali dell’accidia sferzando e stimolando all’azione, ma producendo al contempo pesanti effetti collaterali sotto forma di distruzione di posti di lavoro e di imprese, e di stress psicologico, con ricadute negative sulla salute e sul benessere. La cooperazione, invece, è una forza interamente positiva ma non sempre facile da attivare. I suoi effetti indiretti sulle relazioni interpersonali sono benefici, a differenza di quelli della competizione. Eppure, a causa della presenza nell’ambiente socio-economico di condizioni difficili come l’asimmetria informativa e l’incompletezza contrattuale, essa richiede risorse invisibili e preziose quali quelle del capitale sociale e della fiducia per poter essere attivata e produrre risultati di superadditività (ovvero un ‘prodotto’ superiore alla somma di quanto i singoli avrebbero potuto realizzare operando isolatamente).
La grande sfida del futuro è capire se sarà possibile perfezionare il ‘farmaco’ della competizione riducendone sempre di più gli effetti collaterali negativi o, addirittura, ottenere lo stesso risultato di stimolo alla produttività e all’operosità individuale (e di un lavoro che produca effetti benefici per gli altri stakeholders, o portatori d’interesse) facendo a meno della competizione stessa. La seconda sfida è capire in che modo è possibile coltivare e accrescere le risorse invisibili della fiducia e del capitale sociale per far sì che la cooperazione diventi pratica comune.

La concorrenza
La concorrenza sembra essere un male di cui sino ad oggi non abbiamo potuto fare a meno. Un male necessario. A guardare più in dettaglio nel processo di ‘distruzione creatrice’ della concorrenza troviamo tre elementi: uno positivo e due negativi. Quello positivo è che la gara stimola a dare il meglio di sé e a progredire attraverso il pungolo del confronto con gli altri. I due negativi sono le conseguenze per i perdenti (le imprese che falliscono e i dipendenti che perdono il lavoro) e lo stress che la gara genera, determinato in gran parte proprio dal timore di dover pagare tali conseguenze in caso di sconfitta.
Perché dunque abbiamo scelto di sottoporci a questo strumento primitivo non privo di indesiderabili effetti collaterali? Il motivo sta nelle conseguenze positive attese, sintetizzate da Adam Smith nell’immagine della cosiddetta ‘mano invisibile’. La gara competitiva produce offerta di qualità, innovazione e prezzi abbordabili, aumentando il benessere dei consumatori, e sembra rappresentare un meccanismo formidabile per soddisfare gli interessi e i desideri della maggioranza dotata di potere d’acquisto (molto meno se gli interessi sono minoritari o di coloro che potere d’acquisto non hanno). La concorrenza produce infatti un risultato per certi versi veramente straordinario, quello di trasformare una somma di egoismi individuali (rappresentati dal perseguimento della massimizzazione del profitto da parte dei singoli imprenditori) in benessere per la collettività. La concorrenza tra imprenditori, a parità di qualità del prodotto e in condizioni di simmetria informativa e libertà di entrata sul mercato di nuovi venditori, produce una dinamica al ribasso dei prezzi, che finisce per assottigliare i profitti fino a renderli nulli. In realtà, quando parliamo di benessere collettivo prodotto dalla concorrenza, abbiamo in mente una sola delle categorie di portatori d’interesse: non i lavoratori, non i fornitori, non le comunità locali, ma i consumatori. La riduzione dei prezzi aumenta infatti significativamente la soddisfazione dei consumatori accrescendo il loro surplus, definito come differenza tra il prezzo massimo che sarebbero stati disposti a spendere pur di acquistare un determinato bene (il cosiddetto ‘prezzo di riserva’) e il prezzo effettivamente pagato sul mercato.
È così vero che la concorrenza è una gara dalle caratteristiche sgradevoli che, quando costruiamo per divertimento gare ‘buone’, cerchiamo naturalmente di mantenere l’elemento positivo dello stimolo della competizione eliminando, al contempo, l’aspetto meno gradevole rappresentato dalle conseguenze negative per i perdenti. Nelle gare di sci di fine corso il vincitore ha una medaglia d’oro ma anche gli altri ricevono premi di consolazione, e senz’altro arrivare ultimi non pregiudica la possibilità di continuare a sciare per il resto della loro vita (cosa che invece accade ad un perdente della competizione, il quale, se licenziato, non riesce a trovare un nuovo lavoro).
La domanda che sorge spontanea è allora se sia possibile un’evoluzione verso una forma meno primitiva, in grado di mantenere gli elementi positivi della concorrenza superando quelli negativi. È questa una sfida che, oltre alle istituzioni con i vari ammortizzatori, le imprese etiche e socialmente responsabili sembrano più capaci di raccogliere in futuro. Già oggi esistono piccoli ambiti di ‘economia liberata’ nei quali le imprese interiorizzano gli obiettivi dei portatori d’interesse cui si rivolgono nella loro azione individuale. Una banca etica o un microcredito non cerca di fare condizioni buone ai propri clienti, di favorire l’accesso al credito dei non bancabili perché morsa dal pungolo della competizione, ma perché ha interiorizzato e fatto proprie le regole di funzionamento su cui vigilano i suoi stakeholders. Sarà possibile, in futuro, che le imprese etiche o socialmente responsabili, invece di intendere il termine ‘competere’ in modo tradizionale, lo intendano nell’accezione latina di cum petere, ovvero di puntare assieme verso un certo obiettivo evitando al contempo che questa ‘benevolenza’ si trasformi – come argutamente ricorda Adam Smith – in un danno per i propri portatori d’interesse? In altri termini, le regole che esse si sono date saranno abbastanza forti da fronteggiare gli istinti predatori che le imprese tipicamente manifestano quando possono sfruttare rendite di posizione in assenza del pungolo della concorrenza?

La cooperazione
Se la concorrenza è un male necessario, la cooperazione è una forza incredibile le cui potenzialità non abbiamo ancora imparato a sfruttare appieno. Per comprenderle fino in fondo dobbiamo guardare ai dilemmi sociali che disseminano la vita economica e che sono ben stilizzati nella teoria dei giochi in situazioni quali il ‘dilemma del prigioniero’, il ‘gioco della fiducia’ (trust game), il ‘dilemma del viaggiatore’, il weakest link e altri ancora.
I dilemmi sociali sintetizzano la caratteristica forse più importante delle relazioni sociali ed economiche. Queste ultime si svolgono sotto tre tipiche condizioni: asimmetria informativa tra le parti, complementarietà e assenza di contratti completi. In parole semplici, la vita è fatta di attività complesse il cui svolgimento richiede l’applicazione congiunta di diversi individui, ognuno dei quali apporta le proprie originali e specifiche competenze (non sovrapponibili con quelle degli altri). Tipicamente è quello che accade in ogni azienda quando si sviluppa un nuovo progetto o si partecipa ad una gara pubblica. Per provare a raggiungere l’obiettivo c’è bisogno di riunire attorno al tavolo diversi esperti (l’economista, il tecnologo, il giurista, l’esperto di marketing, ecc.). Se questi sceglieranno di cooperare, il progetto sarà qualcosa di più della somma dei singoli contributi (mettendo assieme le diverse competenze è infatti possibile generare superadditività) e il risultato sarà più vicino. Ma le parti non si conoscono e non sanno se possono fidarsi l’una dell’altra (l’asimmetria informativa, appunto), né possono fare affidamento su una sponda legale in grado di tutelarli da qualunque abuso ricevuto dalle controparti, perché è quasi sempre impossibile scrivere un contratto che definisca tutte le fattispecie (i contratti sono necessariamente ‘incompleti’). In una situazione come questa c’è dunque il rischio che il fidarsi degli altri e trasferire ad essi le proprie conoscenze possa essere tradito dal loro abuso della nostra fiducia, e il solo pensarlo porta alla paralisi della fiducia stessa e al fallimento dell’intrapresa. Tutto questo aiuta chiaramente a capire che la fiducia è un ‘rischio sociale’, ma anche la risorsa più preziosa che può alimentare la cooperazione e la fertilità delle relazioni economiche e sociali.

Cooperazione nella forma d’impresa: quando la cooperazione fa concorrenza all’impresa tradizionale
La cooperazione non è solo una modalità superiore ma difficile da conseguire nelle relazioni interpersonali. I suoi principi hanno anche profondamente influenzato le forme d’impresa negli ultimi due secoli. Si parte dalla metà dell’Ottocento, quando i probi pionieri di Rochdale, in Inghilterra, decidono di creare la prima cooperativa di consumo modificando profondamente gli ‘ingredienti’ dell’impresa tradizionale. In questo modello di massimizzazione di profitto l’impresa è un’organizzazione che produce la torta del valore aggiunto ma la ripartisce in modo ineguale tra i diversi stakeholders. È proprio il principio della massimizzazione del profitto a stabilire la priorità dei proprietari dei beni capitali nella divisione del surplus rispetto a tutti gli altri coinvolti nell’opera (lavoratori, fornitori, clienti, comunità locali). Come abbiamo già accennato in precedenza, le istituzioni nazionali progressivamente imbrigliano gli ‘istinti animali’ del capitale producendo regole più eque a tutela del lavoro e degli stakeholders, ma la globalizzazione spariglia nuovamente le carte, aumentando il potere del capitale (che impara subito a muoversi su scala globale) rispetto a quello delle istituzioni. Ne nasce una nuova corsa al ribasso su diritti del lavoro e ambiente, che produce l’effetto statistico visibile di una contrazione della quota di PIL attribuita ai salari e di un aumento sensibile di quella attribuita agli azionisti. Eppure, sin dalla metà dell’Ottocento, a partire dalla sfida dei pionieri di Rochdale nasce e progressivamente emerge una forma di impresa differente, nella quale categorie di portatori d’interesse diverse da quelle dei proprietari del capitale decidono di costruire nuovi modelli d’impresa non fondati sul dogma della massimizzazione del profitto. Molte altre forme di impresa cooperativa nascono in quel periodo in altre parti d’Europa e del mondo: le cooperative agricole in Danimarca, le cooperative di lavoro in Francia e la cooperazione bancaria al confine tra Italia, Austria e Germania (grazie alle intuizioni pioneristiche di Friedrich Willhelm Raffeisen).
All’inizio del terzo millennio, ricorda Vera Zamagni (La cooperazione, 2008), l’associazione mondiale delle cooperative (ICA) aveva riunito a sé 291 federazioni di cooperative in 87 Paesi del mondo, per un totale di 800 milioni di soci con più di 250.000 cooperative solo in Europa.
L’aspetto più interessante è il dibattito parallelo che si sviluppa nella storia del pensiero economico attorno al futuro della forma cooperativa d’impresa. Secondo i sostenitori del pensiero neoclassico la cooperativa è solo una forma transitoria, destinata a scomparire di fronte a quella tradizionale delle imprese massimizzatrici di profitto, una volta che le «magnifiche sorti e progressive» del mercato si saranno pienamente compiute. Con mercati e istituzioni perfette, infatti, non ci sarà bisogno di temperare dall’interno gli spiriti animali imprenditoriali perché basteranno briglie e regole esterne, e la mano invisibile del mercato. Eppure, dai tempi in cui quelle previsioni furono formulate, le imprese cooperative hanno continuato a crescere e a diffondersi in tutto il mondo. La ragione profonda per la quale questo è successo è racchiusa in una bella frase di John Stuart Mill che, nel capitolo IV dei Principles of Political Economy, afferma che «la forma di associazione che, se l’umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare che alla fine prevalga, non è quella che può esistere tra un capitalista capo e un lavoratore senza voce alcuna nella gestione, ma l’associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglianze che possiedono collettivamente il capitale con cui essi svolgono le loro attività e che sono diretti da manager nominati e rimossi da loro stessi».
Non solo, dunque, il traguardo della perfezione di mercati e istituzioni è ben lungi dall’essere raggiunto (ancor più dopo il nuovo rimescolamento e scompaginamento prodotto dalla globalizzazione) e forse mai lo sarà. Molto più in profondità, la cooperazione non è un tappabuchi del mercato, ma l’orizzonte ultimo di una realizzazione piena della natura umana. Pertanto essa resterà meta delle aspirazioni degli individui non solo nella definizione dei rapporti interpersonali, ma anche nella costituzione delle forme organizzate di impresa in un percorso che, in tempi recenti, ha subito un’ulteriore accelerazione con la nascita dei pionieri etici ed equosolidali. I nuovi pionieri solidali sono costituiti sulla base del principio di mutualità allargata, secondo la quale l’organizzazione nasce per produrre benefici a vantaggio di terzi. Con il commercio equosolidale, le banche etiche e i fondi etici, il salto in avanti ulteriore consiste nello spirito agonistico e competitivo di queste nuove organizzazioni rispetto alle forme tradizionali d’impresa. Facendo leva sul voto col portafoglio dei consumatori e sul loro autointeresse lungimirante, i nuovi pionieri cooperativi e solidali offrono beni e servizi ad alto contenuto di responsabilità sociale ed ambientale trasformando tale responsabilità da pura voce di costo a fattore competitivo. E chiedono ai consumatori di diventare consapevoli che votare con i loro consumi e risparmi per queste nuove forme d’impresa sarà una leva potentissima per stimolare contagio e competizione, spingendo le imprese tradizionali a diventare più responsabili socialmente e ambientalmente. Lo stimolo e il fermento lanciato dai pionieri etici sta avendo successo e sta progressivamente trasformando il mercato. Solo negli Stati Uniti circa il 15% dei fondi d’investimento gestiti utilizza oggi criteri di valutazione sociale e ambientale nella scelta delle aziende in cui investire. L’alleanza tra pionieri etici e cittadini responsabili ha trasformato l’etica in fattore competitivo, contribuendo a sviluppare il fenomeno della responsabilità sociale d’impresa: ha così dimostrato che il principio cooperativo, evoluto in forme nuove, non si accontenta di rimanere confinato nella ‘riserva indiana’ della filantropia e del tempo libero, ma ambisce a trasformare e umanizzare tutta l’economia facendo concorrenza all’impresa tradizionale.

© Riproduzione riservata

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti è professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Roma ‘Tor Vergata’. Tra i suoi principali temi di ricerca figurano finanza e microfinanza, responsabilità sociale d’impresa, rapporto banca-impresa, sviluppo economico ed economia della felicità. È presidente del Comitato etico di Banca Etica dal 2005. Editorialista di «Avvenire» e curatore di un blog su www.republica.it, dirige il sito www.benecomune.net, ed è autore di numerosi saggi, fra cui ‘Il denaro fa la felicità?’ (Laterza, Roma-Bari 2007), ‘Il voto nel portafoglio. Cambiare consumo e risparmio per cambiare l’economia’ (Il margine, Trento 2008), ‘Il mercato siamo noi’ (Mondadori, Milano 2012).

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