Pubblicato in: n. 13 Due /

Due: mi si è ristretta la famiglia?

di Maria Letizia Tanturri

Recita un adagio inglese: ‘Bisogna essere in due per ballare il tango’. Il due, la coppia, è sicuramente l’inizio di ogni storia familiare. Ma, ai nostri giorni, poco più di due (2,3) è anche la dimensione media delle famiglie italiane, quasi dimezzata rispetto agli anni ’50 (4,1). I nuclei italiani si sono quindi ristretti, complici la bassa fecondità e l’aumento della percentuale di famiglie unipersonali (il 28%), formate perlopiù da anziani.
Tuttavia, grazie ad una serie di altri mutamenti, le famiglie hanno anche cambiato look: sempre più persone oggi convivono senza sposarsi; molte sperimentano la rottura dell’unione; ci sono i nuclei monogenitoriali e quelli ‘ricostituiti’, le coppie senza figli e quelle dello stesso sesso. Ci sono persone che hanno una relazione stabile, ma senza convivere. Dunque, se la famiglia italiana si è ristretta, le forme familiari si sono ampliate.

Si fa presto a dire due
Nel nostro Paese la strada per formare una coppia è particolarmente lunga e, in molti casi, accidentata. Il prolungamento degli studi, l’elevata disoccupazione giovanile, il precariato diffuso, il limitato mercato degli affitti, ma anche l’alto confort domestico di cui godono i giovani italiani nella casa dei propri genitori, rendono particolarmente lento il passaggio verso l’autonomia abitativa e la formazione di una propria famiglia.
Metà delle donne italiane nate negli anni ’50 si era sposata prima dei 22,8 anni e aveva avuto il primo figlio prima dei 25,3. Per le nate negli anni ’70 l’età mediana alla prima unione (matrimonio o convivenza) è salita a 28 anni, mentre l’età mediana al primo figlio ha raggiunto i 31,7.

Due senza
Se l’Italia, nel complesso, resta un Paese piuttosto tradizionale per quanto riguarda le relazioni familiari, la crisi dell’istituzione matrimoniale è in atto ormai da oltre un decennio. Il numero dei ‘primi matrimoni’ è in rapido declino e, negli ultimi anni, il trend è stato ulteriormente accentuato dagli effetti della crisi economica.
Le convivenze stabili more uxorio sono diventate molto più comuni, specialmente nel Nord Italia e nelle grandi città, e non solo come preludio al matrimonio. Nel 2011 più di un bambino italiano su quattro è nato da genitori non coniugati, mentre dieci anni prima neppure uno su dieci. Certo queste quote restano contenute rispetto ai Paesi come la Svezia o la Francia, dove oltre la metà delle nascite avviene fuori dal matrimonio, ma è un segno indubbio di una maggiore differenziazione delle scelte dei giovani italiani.
Nello stesso tempo si stanno diffondendo forme familiari ancora più ‘fluide’ e meno istituzionalizzate. Una di queste è il LAT (acronimo per Living Apart Together), una sorta di fidanzamento permanente, in cui i partner formano una coppia stabile, continuando però a risiedere ciascuno a casa propria. Quasi il 9% degli italiani tra i 18 e gli 80 anni sceglie di vivere in questa tipologia familiare non standard.

Non c’è due senza tre?
Il passaggio tra la formazione della coppia e la nascita dei figli non è solo posticipato, in molti casi non è neppure così scontato. Ci sono coppie che decidono volontariamente di restare senza figli, semplicemente perché avere una discendenza non rientra nei loro piani (childfree), ma anche altre che non riescono ad averne (childless), magari anche dopo aver tentato, invano, la strada della fecondazione assistita.
Tra le donne nate nel 1950, una su dieci restava senza figli alla fine della vita riproduttiva, mentre tra le nate nel 1970 si arriva a una donna su cinque.

Quando il due non c’è più
Nel nostro Paese circa il 15% dei matrimoni finisce prima del compimento del decimo anniversario, una quota quasi triplicata dal 1980. Le coppie italiane, tuttavia, resistono di più rispetto alle omologhe residenti negli Stati Uniti o nel Regno Unito, dove una su quattro si scioglie prima di arrivare a festeggiare il decimo anniversario. La famosa ‘crisi del settimo anno’ trova conferma anche nelle statistiche relative all’Italia: il rischio di separazione, infatti, è maggiore proprio tra il quarto e il settimo anno di matrimonio.
Le ricerche evidenziano una maggiore probabilità di separazione nel caso di persone che si sposano molto giovani, che hanno convissuto prima di sposarsi (e questo, per certi versi, è un paradosso) e che non hanno figli. Sono le donne coloro che più di frequente iniziano le procedure di divorzio, spesso lamentando mancanze emotive, come la distanza esistenziale e le difficoltà di comunicazione, piuttosto che problemi di altro tipo.
Dallo scioglimento di un’unione nascono altre tipologie di famiglie: in primis, le famiglie monogenitore (pari al 13% di quelle italiane), formate oggi perlopiù da donne divorziate e separate con figli minori, e le famiglie ‘ricostituite’ (6%), ossia quelle in cui almeno uno dei partner proviene da una precedente esperienza matrimoniale, terminata nella maggior parte dei casi con un divorzio.
Nell’ultimo decennio, i cambiamenti nell’ambito della famiglia hanno subito un’accelerazione anche in Italia e le tipologie sono sempre più diversificate. Le politiche saranno finalmente pronte a riconoscerlo?

Per informazioni aggiornate sui cambiamenti familiari in Italia e in Europa: www.familiesandsocieties.eu

© Riproduzione riservata

Maria Letizia Tanturri

Maria Letizia Tanturri è ricercatrice di Demografia presso l’Università di Padova. Membro del comitato direttivo del progetto europeo ‘FamiliesAndSocieties. Changing families and sustainable societies’, si occupa dello studio del comportamento riproduttivo, delle determinanti dell’infecondità, dei ruoli di genere nell’uso del tempo. Ha pubblicato, fra l’altro, ‘Goodbye Malthus. Il futuro della popolazione dalla crescita della quantità alla qualità della crescita’ (con A. Rosina, Soveria Mannelli, Rubbettino 2011).

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