Pubblicato in: n. 13 Due /

Il ‘due’ che libera

di Enrico Guglielminetti

A leggere il volume einaudiano Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (2013) di Roberto Esposito ci si potrebbe convincere che Due sia una brutta parola. Non è il due dell’affettività quello cui l’autore del libro fa riferimento: non sono i due che «insieme vanno», come Paolo e Francesca per Dante. Per Esposito, il due è piuttosto il dispositivo (in senso foucaultiano) per eccellenza: dove c’è due, c’è inclusio ad excludendum (‘inclusione escludente’, l’espressione è mia). Con amplissimo dispiego di dottrina, e dando fondo alle risorse di un’ermeneutica raffinata, Esposito illumina in modo assai convincente, profondo e incisivo il côté oscuro del due, e se qualcosa lascia insoddisfatti nella sua opera è appunto questa identificazione di esso con la mera negatività.
Senza pretendere di dare conto qui della ricchezza del lavoro di Esposito, limitiamoci a ‘sorprendere’ questo due negativo in alcune sue precise insorgenze linguistiche.
Il due, per l’autore, è la macchinazione (in senso heideggeriano) per antonomasia: «La prestazione decisiva della macchina» della teologia politica «è l’inclusione escludente, vale a dire il procedimento attraverso cui l’intera realtà è unificata dalla prevalenza di una delle sue due parti sull’altra». «La presenza del Due all’interno dell’Uno» si realizza tramite «la prepotenza di una parte che si vuole tutto cancellando l’altra». È il Cristianesimo, in particolare, a essere esposto a «infiniti sdoppiamenti […]. È come se il veleno del Due si propagasse per tutte le arterie della civiltà medievale con effetti dissolutivi». Qualcosa di analogo accade con il «dispositivo escludente della persona», di cui Esposito indaga le ascendenze sia romanistiche sia teologiche. In entrambi i casi, il due è rappresentativo del «nesso tra soggettività e assoggettamento»: il soggetto viene tagliato «in parti asimmetriche», una delle quali inevitabilmente subordinata all’altra.
È soprattutto con la «logica dell’imputazione» che la macchina del due rivela, per Esposito, il suo vero volto. La distinzione kantiana tra homo phaenomenon e homo noumenon produce l’effetto che qualunque essere umano è «separato in ogni fase della sua esistenza in due distinte persone, l’una oggetto di giudizio da parte dell’altra». Il dispositivo in questione assume la forma di una sineddoche (l’autore, però, non usa questa parola), dal momento che «la persona è insieme uno dei due poli e il regime in base al quale essi si qualificano […], una parte include l’altra come il suo negativo, spingendola contemporaneamente fuori dai propri confini». La persona, in senso complessivo, è insomma il dispositivo duale di persona-cosa, libero-schiavo, creditore-debitore, con tutti gli «effetti gerarchici ed escludenti che ne derivano».
Il pensiero di Esposito muove, complessivamente, nella direzione di una filosofia dei commons, dell’impersonale e dei beni comuni (a partire da quel bene inoggettivabile che è la vita nella sua unità, indisponibile a duplicazioni). Egli si richiama all’idea ebraica del Giubileo (cfr. Levitico 25), per proporre un’universale cancellazione del debito e, per così dire, un’apocatastasi finanziaria. Così facendo, ammette implicitamente – mi pare – che è la stessa teologia, nelle sue applicazioni politico-economiche, a poter superare le distorsioni della teologia politica.
Analogamente, si potrebbe argomentare che esiste, fin dall’inizio, un lato luminoso del ‘due’ che Esposito non esplora (cfr. E. Guglielminetti, “Due” di filosofia, 2007). Se il due (senza virgolette) di Esposito va nel senso dell’inclusio ad excludendum, il ‘due’ (virgolettato) da me proposto è piuttosto il dispositivo (altra parola che non dovrebbe essere assunta solo nel suo significato negativo) di una exclusio ad includendum: come in una commedia (anche proprio nel senso dantesco e, più in generale, di quelle che si potrebbero definire le categorie ‘italiane’), che inizia male e finisce bene, la prima parola è l’esclusione, ma l’ultima parola è l’inclusione (non viceversa). Il ‘due’ comico, cioè, è un ‘due’ di perdono, non di asservimento, ed è proprio in forza di questo ‘due’ virgolettato – piuttosto che del piano d’immanenza senza residui di duplicità deleuziano, cui l’autore fa riferimento – che si lascia pensare qualcosa come l’apocatastasi, anche nell’interessante senso attualizzante, e insieme antichissimo, dello Yom Kippur proposto da Esposito.
Come il nano gobbo e l’omino gobbo benjaminiano, due e ‘due’ si somigliano come gocce d’acqua. Uno è quello che condanna, l’altro è quello che salva. Non la grande differenza tra due e Uno è ciò di cui abbiamo bisogno (in senso teoretico e politico), ma la piccola differenza tra due e ‘due’, indistinguibili al suono, ma fondamentalmente differenti in scrittura.
C’è dunque anche un ‘due’ che libera. Come ho cercato di argomentare altrove (cfr. La commozione del Bene. Una teoria dell’aggiungere, 2011), il ‘due’ va innanzitutto inteso come una sorta di ampliamento interno, di espansione interna: come quell’aggiunta per cui l’essere innanzitutto è. Ogni cosa è sempre, in certo modo, due cose. Da un lato, sotto un profilo morfologico, l’eidos (la forma) ha sempre un riporto di ‘due’: ciò che è davvero monoeidetico è sempre anche aneidetico (la forma è nella disponibilità di assumere una forma, e tanto più quanto più è de-finita). Dall’altro, e più radicalmente ancora, il ‘due’ è lo spazio che rampolla e si dischiude internamente a uno spazio. Come ein-räumen (Martin Heidegger), il ‘due’ è spaziamento: lo spaziarsi internamente dell’essere, che non si limita mai a riempire, distribuendolo, uno spazio già disponibile, ma produce internamente uno spazio aggiunto.
In questa capacità di guadagnare spazio internamente, senza aggressività e non a danno di alcuno, superando il paradigma della mera distribuzione (oggi più che mai in crisi), il ‘due’ si rivela a sua volta una risorsa di apocatastasi, il dispositivo che rende pensabile qualcosa come, appunto, il Giubileo. Non è dunque uscendo dal due, ma restando in esso nel modo giusto che potremo emendarci dalla macchina della teologia politica, in ciò che essa ha di mortificante.

© Riproduzione riservata

Enrico Guglielminetti

Enrico Guglielminetti è professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Torino. È membro del comitato scientifico del Centro Studi Filosofico-religiosi ‘Luigi Pareyson’ e della Scuola di Alta Formazione Filosofica (SdAFF); è direttore responsabile della rivista online «SpazioFilosofico». Tra i suoi libri, “Due” di filosofia (Jaca Book, Milano 2007) e ‘La commozione del Bene. Una teoria dell’aggiungere’ (Jaca Book, Milano 2011).

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