Pubblicato in: n. 13 Due /

Il due nell’anima. In margine al concetto, e a qualche espressione per ‘dualità’

di Andrea/András Csillaghy

Il due, la duplicità, è la ‘madre’ di ogni conflitto, di ogni differenziazione (parente della nozione di ‘due’, ‘dualità’, ‘coppia’, ma anche di ‘ambo’, ‘duplice’, ‘ambiguo’, ecc.). Nella maggioranza delle lingue, che appartengano o meno alla famiglia indoeuropea o indoaria, fa parte del cosiddetto ‘lessico di base’ o ‘arcaico’, e fa parte anche della filosofia più remota presente nella mentalità di queste comunità linguistiche, lontane da noi migliaia di anni. L’etimologia, purtroppo, non è più di moda, quindi risparmieremo al lettore i raffronti fra sanscrito, greco, albanese, lituano, sardo e così via: chi ci crede ancora e la pratica, vi trova sempre un mare di analogie e ricorrenze deliziose, ormai belle e scodellate anche su Internet.
È la duplicità che ci interessa qui, come duplicazione o scissione dell’uno, come incontro o scontro, e conflitto con l’altro da sé, che è simile e dissimile; e con il quale per un po’ posso fare coppia ma poi, dissentendo in tutto o in parte, mi distinguo, mi dissocio e vado per la mia strada, o continuo a giocarci insieme ma ambedue in luoghi o da prospettive differenti.
C’è un passo di Carl Gustav Jung nel quale egli si ferma a riflettere sul ‘simbolo’, di cui sappiamo che porta nel cuore il principio di dualità. ‘Simbolo’, dal greco, infatti non è altro che un ‘riunire, incollare’ due pezzi che una volta costituivano una unità poi infranta, per caso o intenzionalmente, e che ora si ritrovano uniti (appunto il symbolon) l’uno all’altro: il greco syn+ballo indica il ‘buttare o mettere insieme’. Quante volte nella commedia antica un riconoscimento tra fratelli separati da piccoli, tra madre e figli, è consentito da un medaglione di cui ciascuno conservava un pezzo? Un riflesso che tale gesto diventa una grazia eccezionale, un evento straordinario, è ad esempio nell’agnotio (‘riconoscimento’ o ‘svelamento’) delle commedie stesse. Jung la ritiene una scoperta straordinaria, perché le dualità si illumineranno e si spiegheranno l’una con l’altra, come solo il simbolo ha la capacità di fare, sia in psicanalisi che nelle nostre comunicazioni se sono dense e importanti. Secondo lui è un fatto gioioso: quello, appunto, della ricostituzione dell’unità della comprensione, della verità. L’uomo, per Jung, è sospeso a cavallo tra le sue scissioni, le sue separazioni, le sue qualità peculiari. Secondo altri, addirittura la specie, le specie sparse, polimorfe, sono conflittuali proprio per le molte frantumazioni e dissociazioni che si presentano a loro e in loro. Ma sono queste dissociazioni e il conflitto fra esse – consistente nella rispettiva specializzazione di ciascuna delle parti in gioco – che tendono alla conservazione dei propri caratteri più funzionali, o alla loro innovazione, e che spiegherebbero l’evoluzione biologica e il progresso in genere. Naturalmente, per Jung e molti altri studiosi, la frattura più interessante è quella interiore alla psiche umana o più semplicemente all’animo umano, e consisterebbe nel dualismo fecondo ma conflittuale tra entità cosciente e inconscio. Scrive Jung: «La coscienza è una recentissima acquisizione della natura e vive tutt’ora nella sua fase sperimentale. Essa è fragile, sottoposta alla minaccia di rischi specifici ed è facilmente danneggiata. Come hanno osservato gli antropologi, una delle più comuni forme di alienazione mentale che si manifesta soprattutto fra i cosiddetti popoli primitivi, è quella che essi chiamano la perdita dell’anima, cioè come indica il suo nome una notevole spaccatura o più tecnicamente una dissociazione della coscienza». Gli esperimenti della neurologia e della neuropsicologia più recente hanno approfondito nella morfologia cerebrale i ruoli della qualità antagonista, ma cooperativa, dei due emisferi del nostro cervello. Separati e congiunti dal corpo calloso, hanno tuttavia funzioni molto spesso in contrasto fra loro. Non ripeteremo qui la lezione sull’emisfero sinistro razionale, comunicativo, analitico quanto alla sua capacità cognitiva, e sull’emisfero destro olistico, intuitivo, certo più stretto parente del cosiddetto ‘inconscio’ e della psiche profonda degli psicanalisti. Questa dualità, sorgente di quasi tutti i drammi, ma anche delle abilità superiori e delle esperienze più profonde dell’essere umano, viene infatti studiata e si tenta di spiegarla – esaminandola con mezzi sempre più sofisticati – da più di un secolo e mezzo, se non vogliamo tenere conto del fatto che, per intuizione, era già nota agli antichi.
Forse è perché siamo vincolati a molte dualità (a dire il vero una molteplicità impressionante) – le quali poi riflettono, ad esempio, la duplicità delle parti del nostro corpo, come di quello di molti esseri viventi (i lobi della foglia, le sezioni simmetriche della noce, dei pesci, della mia faccia quando, radendomi la barba, sono obbligato a osservarla) – che il due, a tutti i livelli del sapere, ci risulta perfino banale. Nonostante tutta la letteratura scherzosa o seria e l’esplorazione scientifica e biologica, il dimorfismo non gode nella storia delle culture umane di una gran buona opinione. Perché le due parti sono considerate spesso una mortificazione, uno statuto permanente di incertezza e di dubbio: il termine tedesco Zweifel (‘dubbio’, ‘incertezza’, ‘insicurezza’) nasce da quello stesso germ. zwei < *dva indoeuropeo che ci ricorda il passo di marcia ein zwei, ein zwei… delle comiche Sturmtruppen dei fumetti dell’adolescenza. La faccia prosperosa del dubbio e della frantumazione in questa vicenda è rappresentata dal termine ‘bis’ (‘due volte’), che è ciò che si spera per prolungare il piacere, quello che si chiede al cantante o al concertista quando lui già avrebbe finito il suo lavoro e se ne andrebbe volentieri a casa. Il ‘bis’ è la ciliegina sulla torta, la replica. O rappresenta addirittura una fettina di felicità, la richiesta alla mamma di darci ancora latte o pappa, due volte e due e due. Un’altra faccia eccitante della dualità è la ‘coppia’, che diventa ‘copula’ e allora simboleggia i milioni di due che si alleano in fuga da un passato di solitudine per un viaggio, o per un progetto creativo, o procreativo. La ‘madre’ di tutti i quiz televisivi in Italia, la celebre trasmissione di Mike Bongiorno si chiamava Lascia o raddoppia?.
Appunto questa è la questione: se il due contiene una progettualità cooperativa oppure, come in molte lingue del mondo, corrisponde invece a una recisione, dissociazione, dissonanza e dissoluzione. Da Italo Calvino sappiamo che un «visconte dimezzato» non solo non ha vita facile, ma non ha neppure alcuna seria possibilità di vera esistenza. Egli è molto meno di un «barone rampante», astratto e sospeso per aria, e perfino di un «cavaliere inesistente». Perché questi ultimi nella relazione d’uguaglianza si completano, si integrano, sia pure contrastandosi con l’altro. Nella coniugazione dei verbi, il duale è un’antica personificazione di due eguali che formano, in molte lingue e per molto tempo, una specifica categoria grammaticale, entità o persona, e si impiega per sottolineare l’efficacia dei verbi quando significano azioni compiute con almeno un alleato. Benché nel paradigma del verbo stia in fondo, in realtà il suo posto è tra il singolare e il plurale. Il visconte dimezzato di Calvino è meno alle prese con il mondo di quanto non lo sia con la sua parte mancante. In psicanalisi la conseguenza di tale fatto si potrebbe chiamare ‘scarsa autostima’. Sembra quindi molto più consigliabile combattere continuamente con la nostra alterità interiore e con i nostri dimorfismi – o con ogni secondo essere che capita sul nostro cammino, confligge con noi, ma c’è – che scegliere l’eremitaggio di un dimezzamento di noi stessi e un funzionamento al 50%. Devo aggiungere, per onestà intellettuale, che ho da sempre sostenuto la tesi (non so in fondo quanto innescata o sostenuta dal mio giovanile totale entusiasmo per Luigi Pirandello) del ‘due’ o ‘molti in noi’: uno, nessuno, centomila. Ma in diverse patrie e lingue, nelle quali mi è capitato e mi capita di vivere, la necessità di duplicare e moltiplicare i nostri caratteri identitari – che oggi piaccia o no, è un imperativo, soprattutto per i più giovani – è stata una tesi contestata, o disprezzata e avversata perché ‘un vero uomo, o una persona onesta, non gioca con diverse identità’: dev’essere uno. Certo non questo voleva dire il buon Alessandro Manzoni rivendicando almeno una patria unita per la gente italica con il suo verso «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor». Il due che portiamo nell’anima (o ‘i due’…) può dunque dare gioia e prosperità, se aggrega, e molto molto dolore, se si limita a disgregare. Ignorare questa verità è però la cosa peggiore.

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Andrea Csillaghy

Andrea Csillaghy è docente di Lingua e letteratura ungherese presso l'Università di Udine. Studioso di linguistica di lingue europee ed asiatiche, si occupa di problemi e teorie didattiche delle grandi lingue moderne.

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