Pubblicato in: n. 13 Due /

L’originale, la copia, il plagio

intervista di Luigi Gaudino a Roberto Caso

Gaudino. Parlando di ‘due’, di ‘doppio’, di ‘copia’ un baby boomer non può non tornare ai tempi del Gelosino (il magnetofono degli anni ’60), dei dischi in vinile, delle musicassette, delle fotocopie costose e di scarsa qualità. Fino al qualche anno fa, la differenza fra originale e copia era evidente. Nell’era digitale tale distinzione ha ancora un senso?

Caso. Dipende da cosa si intende per copia. Se facciamo riferimento alla copia dei supporti (la parte fisica che reca il messaggio dell’autore), come i volumi cartacei, i dischi in vinile o le foto su carta, allora sì, la distinzione è in crisi. Non solo è difficile (o impossibile) distinguere una copia dall’altra, ma il problema è più ampio e complesso. Guadagna spazio e potere il sistema del cloud, della ‘nuvola’ che contiene i dati e l’intelligenza per la loro elaborazione. Spotify – uno dei diversi siti online che offrono la possibilità di ascoltare in streaming on demand brani musicali di varie case discografiche ed etichette indipendenti – è la metafora della ‘nuvola’: più che possedere copie di file musicali si preferisce accedere a un immenso archivio, ovunque ci si trovi e sempre che Internet… funzioni. Il possesso è sostituito dall’accesso. Ma se, invece, per copia intendiamo l’imitazione (o il plagio) di un’idea, di uno stile, di un titolo di un’opera, di una parte di testo, di una sequenza melodica, allora la distinzione tra originale e copia ha ancora senso. Quel senso debole, forse oggi ancora più debole, che ha avuto anche in passato. Quel senso che prova, pur con grandi difficoltà, a distinguere l’apporto individuale dalla creatività collettiva. Da questo punto di vista l’era digitale assomiglia all’epoca dell’oralità, più che a quella della stampa a caratteri mobili. È il tempo della fluidità e della rapida obsolescenza. La nostra memoria sarà salvata forse solo dalla ridondanza delle copie, da quel poco di tangibilità che ci resta. O forse sarà salvata ancora una volta dal racconto, quel racconto che riproduce, ma anche aggiunge, cambia qualcosa, attualizza e vivifica il passato.

Gaudino. In tema di opere dell’ingegno umano il diritto ha sempre dovuto bilanciare l’esigenza di incentivarne la produzione con quella di consentirne l’accessibilità. Lo schema tradizionale è quello già presente nella Costituzione americana del 1787, che attribuisce al Congresso il potere di «[…] promuovere il progresso della scienza e delle arti utili, assicurando per periodi limitati di tempo agli Autori ed agli Inventori il diritto esclusivo sui loro scritti e scoperte» (Art. 1, Sect. 8). Si tratta di un approccio – quello fondato sulla privativa limitata nel tempo – ancora utile in vista dell’obiettivo della massima diffusione del sapere (inteso in senso ampio: informazione, cultura, bellezza…)?

Caso. A dire il vero, non esistono prove che il sistema della proprietà intellettuale sia indispensabile o generi con certezza benefici sociali. È noto che nemmeno gli economisti sono concordi sulla necessità della proprietà intellettuale e… nemmeno sulla sua abolizione. Da parte del pensiero comunista, anarchico e liberista molti argomenti ideologici sono stati mossi contro la privativa sugli «scritti e sulle scoperte», cioè sulle opere dell’ingegno e sulle invenzioni. Sul piano giuridico e sociologico esistono tesi contrapposte. Di sicuro, il meccanismo del diritto di esclusiva è stato più utile alle industrie dell’innovazione e della creatività che ai singoli inventori o autori. L’industria ha certo reso fruibili le opere dell’ingegno a una moltitudine di persone, ma ha inciso altresì sulle dinamiche della creatività, plasmando i gusti nonché il senso della copia e del plagio. Si pensi alla ripetitività della musica pop o al fenomeno dei film seriali. In questo momento storico sembra che alcuni interessi commerciali guardino alle tecnologie digitali più come a un rischio che a un’opportunità. La reazione delle grandi imprese è quella di chiedere (e ottenere) il rafforzamento della legislazione sulla proprietà intellettuale, di difendere tecnologicamente i propri prodotti e dislocare il controllo del dato e dell’intelligenza sulla ‘nuvola’, lasciando alla persona (o meglio, al consumatore) solo l’effimera fruizione di una copia volatile. Forse dietro questi atteggiamenti che additano la pirateria come il peggiore dei mali si nascondono altri interessi, quello, ad esempio, di controllare l’uso delle macchine e del software, quello di invadere la privacy delle persone, in definitiva quello di controllare il pensiero. Il futuro preconizzato da Fahrenheit 451 e Matrix non sembra del tutto fantascientifico.
Limitare la proprietà intellettuale è invece essenziale, al fine di garantire una società democratica in cui i fruitori delle opere dell’ingegno non siano visti solo come meri consumatori, ma come potenziali nuovi autori, creatori di arte e conoscenza scientifico-tecnologica. La libertà di pensiero e l’innovazione trovano riflesso nella limitazione della proprietà intellettuale.

Gaudino. Sempre a proposito di tutela degli autori, qual è il tuo giudizio sullo strumento, comparso nelle legislazioni degli ultimi anni, della tassazione dei supporti informatici quale fonte di risorse da ridistribuire agli autori ‘piratati’?

Caso. È un second best. Non volendo ripensare l’architettura di fondo – i concetti, le categorie, i nomi, i contenuti e i sistemi di tutela del copyright – si ripiega su una soluzione di compromesso, che però non ha mai rappresentato un sostituto dei meccanismi tradizionali del diritto d’autore, piuttosto un complemento.

Gaudino. Gli autori chiedono di essere difesi da chi vuole fruire gratuitamente del loro lavoro. Un altro problema è rappresentato dal rischio che qualcuno se ne appropri presentandolo come opera sua. Quale può essere oggi il significato dei termini con cui si è tradizionalmente affrontato questo ‘territorio’: originale, copia, plagio?

Caso. Il rischio è antico, almeno da quando esiste l’embrione della fissità di un pensiero, cioè da quando esiste la scrittura. Le idee migliori camminano con le proprie gambe e non diventano più forti solo perché sono difese aggressivamente sul piano giuridico o tecnologico. Le tecnologie digitali non vanno vissute solo come fonte di rischio – il rischio del plagio e dell’appiattimento del pensiero – ma anche come strumenti che dischiudono nuovi scenari di creatività e nuove forme di sostenibilità economica del lavoro creativo. La costruzione collaborativa di opere d’arte e la scienza aperta sono potenziate da Internet. Non penso che la Rete renda stupidi, penso che il rischio sia invece legato alla difficoltà che incontriamo nell’insegnare a usare correttamente le nuove forme di interazione, nell’insegnare ad adoperare i mezzi di comunicazione tradizionali in connessione con quelli propiziati dall’avvento delle tecnologie digitali. E torniamo al punto dal quale siamo partiti. Per insegnare, per raccontare, per trasmettere alle future generazioni occorre anche imitare, copiare, riprodurre, con intelligenza e creatività.

Gaudino. La rivoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato completamente il quadro entro il quale si colloca la discussione sul diritto d’autore e generato una forte contrapposizione tra fautori dell’estrema tutela dell’opera dell’ingegno e paladini della totale libertà di imitazione: su quali basi concettuali potrebbe essere ripensata oggi la legislazione in tema di copyright?

Caso. La prima e più banale risposta è che la legge andrebbe riscritta per limitare maggiormente il diritto di esclusiva garantendo più accesso pubblico all’informazione. La maggior parte della letteratura giuridica è orientata in questo senso. Più accesso pubblico significa maggiore libertà di pensiero, innovazione scientifica e tecnologica, creatività artistica. Ma questo approccio non è sufficiente a risolvere il problema. Nell’era della rivoluzione digitale il diritto che governa il controllo delle informazioni andrebbe rifondato a partire dai nomi, dalle categorie che identificano le norme. Tutte le categorie sulle quali è stato edificato il diritto d’autore a valle della rivoluzione della stampa a caratteri mobili sono in crisi. Autore, opera, copia e così via sono categorie che non descrivono più la realtà. Non solo, occorre vedere il problema del controllo delle informazioni nel suo complesso, guardando alle interazioni tra copyright, contratto, privacy e libertà. Nell’epoca della crisi del diritto come sistema, si tratta di un compito di grande difficoltà. Un compito che può essere affrontato soltanto attraverso il dialogo interdisciplinare, favorendo l’osmosi tra diritto e altri saperi.

© Riproduzione riservata

Roberto Caso

Roberto Caso è docente di Diritto privato dell’informatica e Diritto comparato della proprietà intellettuale presso l’Università di Trento. È co-direttore del Centro di ricerca ‘LawTech Group’ dell’Ateneo trentino e componente del Gruppo Open Access della Commissione biblioteche della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI). Autore di volumi e saggi in materia di proprietà intellettuale, diritto dei contratti e privacy, ha pubblicato, fra l’altro, ‘Digital rights management. Il commercio delle informazioni digitali tra contratto e diritto d’autore’ (CEDAM, Padova 2004).

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