Pubblicato in: n. 13 Due /

Le culture: una, due o centomila?

di Giuseppe O. Longo

A quasi sessant’anni dalla pubblicazione, il libro di Charles P. Snow The Two Cultures (1959) continua ad alimentare dibattiti e polemiche. Se ciò che è accaduto in questo lungo periodo rende inattuali alcune sue considerazioni e sbagliate alcune sue previsioni, è utile tuttavia riconsiderare alcuni problemi di fondo da lui proposti. Per cominciare passiamo in sommaria rassegna ciò che è accaduto.
Sul versante tecnoscientifico c’è stata una vera e propria rivoluzione: la velocità dell’innovazione tecnica è cresciuta a dismisura, soprattutto grazie alle macchine che elaborano e trasmettono l’informazione. Inoltre, queste macchine, ibridandosi con gli esseri umani, hanno provocato una svolta epistemologica radicale, consistente nel passaggio da una scienza teorica (fondata su modelli matematici) a un’attività conoscitiva assai diversa, basata sulla simulazione, sul bricolage e sul fare più che sul conoscere. Tutti noi usiamo macchine e dispositivi che ci presentano un volto socievole e la cui complessità ci rimane ben nascosta. Li usiamo in modo soddisfacente senza sapere come e perché funzionino, e in fondo non c’interessa saperlo. Nei confronti della descrizione, spiegazione, previsione e costruzione degli strumenti, la funzione essenziale che le teorie hanno sempre avuto nella cultura occidentale è via via sostituita da un atteggiamento pratico e strumentale. Inoltre, si costruiscono mondi artificiali (virtuali) sempre più svincolati dalle leggi naturali. L’importanza della tecnoscienza nel mondo attuale e il superamento della scienza da parte della tecnologia impongono una ridefinizione del sapere, tanto più urgente alla luce del predominio esercitato dall’economia e dal mercato. Per di più le nuove tecnologie informatiche minacciano il monopolio del libro come veicolo di cultura.
Anche sul versante sociopolitico sono accadute cose importanti. Il diffuso ottimismo che regnava dopo la seconda guerra mondiale nonostante i gravissimi problemi del mondo, a cominciare dalla guerra fredda, ha ceduto via via il passo al pessimismo e all’angoscia. La speranza (condivisa da Snow) che, diffondendo la tecnoscienza e i principi democratici occidentali, si sarebbe raggiunto un benessere crescente per un numero sempre maggiore di persone ha dovuto fare i conti con la riottosa e sorprendente opposizione di altre civiltà, che si sono dimostrate refrattarie al verbo scientifico e progressista, confermando che razionalità e credenze non s’influenzano molto a vicenda. Negli ultimi tempi questa opposizione si è manifestata nella forma estrema del terrorismo antioccidentale, che colpisce soprattutto le città: divenuti luoghi del pericolo, esse sono preda di una regressione patologica.
A ciò si accompagnano la distruzione dell’ambiente, la desertificazione, le nuove e vecchie povertà, i genocidi, le guerre d’ogni sorta, le migrazioni dei disperati. Di fronte a questa desolazione, che per alcuni è il segno dell’atavica e immutabile natura malvagia dell’uomo, come si può condividere l’ottimismo progressista di Snow? Le sue speranze sembrano sconfitte dalla ‘complessità’ del mondo reale rispetto alla semplicità del suo volonteroso modello ideologico.
Ma anche accettando che la cultura tecnoscientifica possegga doti taumaturgiche nei confronti della società, resta la questione di come impartirla: e si arriva al problema formidabile della scuola, che si trova in una crisi dalla quale sembra non poter uscire.
Filosofi, artisti e letterati saranno pure, come sostiene Snow, supponenti, litigiosi e ignoranti di scienza, ma forse (dico tre volte forse) possono rappresentare un antidoto minimo all’omologazione. Di fronte alla vastità e complessità del mondo dato, gli umani hanno sempre cercato di ricostruire la realtà, o una sua parte, per creare un ambiente più semplice e a loro misura. Per compiere questa ricostruzione, sono sempre ricorsi agli strumenti e ai linguaggi dell’arte, del mito, della poesia, della scienza e della tecnologia. L’uomo ricostruisce il mondo secondo criteri di economia o addirittura di sopravvivenza. Tuttavia questi criteri porterebbero facilmente all’uniformità: l’operare artistico o poetico contiene invece forti componenti soggettive, si esplica seguendo esigenze emotive, espressive, etiche ed estetiche e a bisogni spirituali e simbolici che non si possono ricondurre facilmente a motivazioni materiali o economiche. L’artista necessita di esprimere la sofferenza, l’amore, la bellezza, il mistero della vita, la terribile realtà della nascita e della morte. Questo filtro soggettivo agisce contro l’omologazione.
Arriviamo ora al punto cruciale, che riguarda la natura e l’essenza della cultura. È curioso che Snow, quando parla delle ‘due culture’, si riferisca sempre agli specialisti, come se l’uomo comune non ne avesse una. Perché farebbe cultura la Divina Commedia o la teoria della relatività generale e non Paperino o una chiacchierata con gli amici? La sua sembra essere una visione elitaria e poco realistica della cultura. Snow, che fu uomo di scienza e romanziere, immaginava i salotti inglesi divisi in due: da una parte gli scienziati, che non hanno letto Charles Dickens, e dall’altra gli umanisti, che non conoscono la seconda legge della termodinamica. Lui stesso ammette che si tratta di una visione semplicistica, perché gli preme sottolineare un punto fondamentale: la cultura è un insieme strutturato di conoscenze (specialistiche) dotate di valore non solo teorico o contemplativo, ma anche pragmatico e politico.
Discutendo del problema, ho spesso affermato che non ci sono due culture, ma ce n’è una sola: da una parte c’è la cultura e dall’altra l’incultura. Sostenevo cioè che la geometria differenziale e la nozione di entropia fanno cultura quanto Delitto e castigo o il Don Giovanni. Ma qualche dubbio mi resta, e non riguarda solo il formalismo esoterico degli specialisti, che certo non aiuta la comunicazione (e se non è condivisa, una cultura semplicemente non è). Il dubbio è più radicale, e concerne il rapporto tra cultura e uomo, in particolare tra cultura ed etica. In poche parole: la conoscenza non è cultura se non coinvolge le componenti più vitali e profonde dell’essere umano. In questo senso gran parte della scienza e molti barocchismi umanistici non fanno cultura, perché restano astratti, impassibili, lontani dai nostri interessi più vivi. Propongo una nozione di cultura che non sia staccata dai fatti lancinanti e fulminei della vita, che sia intessuta della palpitante presenza dei valori e delle emozioni, che peschi nelle profondità della persona e non riguardi solo la freddezza contemplativa dello specialismo filologico e della razionalità computante. Se non c’è coinvolgimento etico, se non c’è responsabilità, rischio, gioia, speranza, non c’è cultura. Ci può essere dottrina, scienza, erudizione, ma non cultura. La cultura è (o dovrebbe essere) legata al ‘senso’ della vita. Ecco perché i libri gialli e il cinema fanno cultura, mentre la fisica e la matematica, oggi al centro di tanta propaganda forzata, fanno curiosità e moda, ma non cultura: non coinvolgono quel vago ma ineludibile nucleo etico ed emotivo che sta nel cuore di ciascuno di noi. La biologia, invece, comincia a fare cultura: si lega alla medicina, al cibo, alla procreazione, ai fatti sodi e insieme simbolici della vita, assume responsabilità, introduce rischi, sconvolge l’etica e i valori. In questo senso, la guerra, il calcio e il Canzoniere sono profondamente culturali, l’analisi filologica del Canzoniere no.
Ma, insomma, che cos’è la cultura? ‘Cultura’ è un termine ambiguo perché è polisemico e insieme indeterminato. È usato in molte accezioni, alcune più precise altre meno, alcune letterali altre metaforiche, a seconda dei contesti, e questa plurivocità è insieme la sua forza e la sua debolezza. Forse è più facile dire che cosa non è cultura: non è saper snocciolare l’ottativo aoristo attivo dei verbi greci o conoscere l’integrale di Henri Lebesgue. E come sono patetiche le barzellette che si raccontano i filologi ugrofinnici o i matematici e che solo loro possono capire! Per far parte della cultura, una barzelletta dovrebbe essere capita da tutti (o quasi).
In un certo senso è vero che la cultura è una, e si contrappone all’incultura, ma si può anche convenire con Snow, sia pure con molte esitazioni, che esistono due culture, quella umanistica e quella scientifica. È pure vero, però, che ciascun essere umano ha una cultura sua propria, che non sa forse definire, ma che sente con acutezza e di cui possono far parte anche molti specialismi. Forse la cultura è, anche, il minimo denominatore comune di tutte le culture personali degli individui di una popolazione, che nasce, si sviluppa e si evolve attraverso la comunicazione. E le componenti di questa cultura-flusso (cultura di massa? cultura popolare? non lo so) sono tanto più essenziali e primarie quanto più sono vicine alle persone, alla loro vita quotidiana, alla loro immersione nel mondo. Ci è stato detto che il 30% degli europei ritiene che il sole giri intorno alla terra e abbiamo gridato allo scandalo. Ma dov’è lo scandalo?
Al barbiere e al camionista non importa affatto chi abbia ragione, se Tolomeo o Copernico. A ciascuno di noi è concesso avere molte nozioni sbagliate, purché possegga corrette quelle essenziali per la sua vita.
Mi sembra tuttavia indispensabile aggiungere che ‘essenziale per la mia vita’ è una nozione sfumata (fuzzy) e che varia col tempo (senza questa precisazione tutto sarebbe troppo banale, e la nozione di ‘cultura’ non avrebbe senso): è una nozione sfumata perché è sfumato l’aggettivo ‘essenziale’, come tutti gli aggettivi qualificativi: ‘bello’, ‘alto’, ‘caldo’… Inoltre, a livello individuale, come a livello di società o di civiltà, la cultura vive, si dilata e si restringe, magari conservando un nucleo più tenace e relativamente invariabile intorno al quale il resto respira, si struttura e si destruttura. Queste sono immagini metaforiche, e quindi importanti.
Tuttavia, è dal mio punto di vista, dal quale non potrò mai evadere, che parlo. Parlo della cultura, ma attraverso la mia cultura. Parlo di Snow, ma è di me che parlo.

Questo articolo riprende parte dei contenuti della prefazione dell’autore al volume di Charles P. Snow Le due culture edito da Marsilio nel 2005.

© Riproduzione riservata

Giuseppe O. Longo

Giuseppe O. Longo, ingegnere e matematico, è professore emerito di Teoria dell’informazione presso l’Università di Trieste. Romanziere, drammaturgo, traduttore, divulgatore scientifico e attore, è interessato alla comunicazione in tutte le sue forme. Tra le sue numerose pubblicazioni, ‘Il senso e la narrazione’ (Springer, Milano 2008), ‘Homo technologicus’ (Ledizioni, Milano 2012), ‘Il simbionte. Prove di umanità futura’ (Mimesis, Milano 2013) e ‘Bit Bang. La nascita della filosofia digitale’ (con A. Vaccaro, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2013, collana ‘Apogeo Education’).

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