Pubblicato in: n. 01 Scarti_abbandoni / scarti_abbandoni /

Animali, abbandoni, scarti

di Sabrina Tonutti

L’utilizzo congiunto dei termini ‘abbandono’ e ‘animale’ induce sicuramente il lettore, attraverso un’associazione stereotipata, a pensare a quella annosa piaga sociale per cui una nutrita schiera di vacanzieri, eccitati dai primi caldi, ancor oggi, ogni anno, ‘scarica’ in strada gli animali di casa: cani, gatti, tartarughe, canarini, serpenti, ecc.

Ma non voglio parlare di questo.
Da un lato, è vero che, quando si parla di animali, i nostri pensieri sono dedicati soprattutto ai pet, cioè a quegli animali da compagnia che, nonostante il problema dell’abbandono-randagismo (che molto ci dice sugli atteggiamenti schizofrenici di coloro che prima adottano e poi ‘scaricano’), risultano comunque la categoria di elezione accanto all’uomo.
D’altro lato, però, come suggerisce un illustre filosofo contemporaneo, Peter Singer, «per la maggior parte degli umani, specie nelle moderne comunità urbane e suburbane, la più diretta forma di contatto con gli animali non-umani è all’ora di pranzo: ce li mangiamo».
Abbandoniamo, quindi, – metaforicamente, s’intende – gli animali d’affezione e concentriamoci sugli animali d’allevamento.

La maggior parte dei consumatori ignora le realtà degli allevamenti intensivi, le condizioni in cui un numero esorbitante di animali versa all’interno di strutture che non a torto sono state definite ‘lager’: uso e abuso si coniugano in questo panorama di sfruttamento di esseri senzienti, il misconoscimento dei bisogni minimi etologici si esplica e si struttura in una cronica forma di maltrattamento perpetuato in esito alla somma di una cartesiana ottica meccanicistica e della logica di una incondizionata massimizzazione dei profitti.
Ma cosa c’entrano gli allevamenti intensivi con il tema degli abbandoni e degli scarti?

In un siffatto sistema nulla si ‘abbandona’, e la sola cosa che viene scaricata è il peso della responsabilità: responsabilità verso gli esseri senzienti (non solo gli animali allevati, ma anche le popolazioni affamate dal globale mercato della carne), verso le micro-economie in estinzione, verso un ambiente destinato a soccombere di fronte a un insostenibile impatto ambientale.
Non mi soffermerò pertanto sulla natura e sulle caratteristiche fondamentali dell’allevamento e dell’uccisione degli animali per il consumo delle carni (tipologie di stabulazione e allevamento, pratiche di mutilazione, riproduzione, trasporto, macellazione) ma punterò l’attenzione su una realtà che si manifesta a latere, pur configurandosi come strutturale e organica al sistema stesso: gli animali come scarti.

In apparente contrasto con il menzionato principio per cui tout se tient, alcuni animali compaiono in alcune filiere produttive come sovrappiù, e la loro sorte è di essere eliminati, come ‘scarto’ della produzione.
Un esempio riguarda un piccolo animale che nel nostro immaginario viene ricondotto a contesti bucolici, associato a tenerezza, annoverato fra le figure animali che i bambini prediligono: il pulcino.

Come tutti i cuccioli di animale, anche il pulcino con le sue forme infantili esprime un linguaggio morfologico che induce (dovrebbe indurre) negli adulti comportamenti epimeletici, ossia atteggiamenti di cura: gli esseri umani sono considerati dei ‘virtuosi’ nell’erogazione di cure e attenzioni parentali nei confronti dei cuccioli (della propria e di altre specie) proprio perché ‘sanno’ decodificare, leggere e comprendere i segnali infantili e rispondere come la natura ha loro insegnato. Ebbene, questo cucciolo giallo, tondeggiante, piccolo e paffuto, le cui caratteristiche infantili sembrano addirittura ‘enfatizzate’ rispetto alle morfologie di altri cuccioli, fa bella mostra di sé su varie immagini pasquali, cartoline d’auguri, magliette per bambini, oppure, sotto forma di peluche, viene manipolato e coccolato (rende meglio il verbo inglese to pet) nelle attività ludiche dei più piccoli.
Ora, cerchiamo di immaginare quali parole potremmo usare per spiegare ai nostri figli e nipoti, che ormai non credono più alle storie tipo Babbo Natale, che quel tenero animaletto è uno ‘scarto’.
Potremmo provarci ma, nonostante le migliori intenzioni, il tono assomiglierebbe a quello di un cinico report, dietro i cui tecnicismi si cela una realtà scabrosa.

Da alcuni articoli di giornale comparsi nel 2001 in occasione dell’ ‘emergenza’ mucca pazza, apprendiamo, per citare un caso, che in una singola azienda di produzione di pulcini ogni 21 giorni nascono oltre un milione di pulcini e vengono allevate oltre 50 mila galline che producono uova per le incubatrici.
I pulcini sono per metà femmine, e vivono per diventare galline ovaiole. E l’altra metà?
L’altra metà è composta da pulcini maschi, che vengono uccisi. Una delle pratiche di uccisione dei pulcini maschi (leggasi di ‘smaltimento’ degli ‘scarti’) è quella della triturazione: vengono gettati, vivi ovviamente, in un tritacarne che li trasforma in farina. Le alternative sono la soffocazione, la gassazione, a parte quella percentuale residuale di pulcini che vengono fatti vivere per alcune settimane, per poi essere macellati come ‘polli’.
Ma la ‘notiziabilità’ degli articoli del 2001 non riguardava certo la pratica dello ‘smaltimento’ primario, cioè i metodi di uccisione dei pulcini (rispetto alla quale sembra esserci poco o alcun interesse), bensì, molto più semplicemente, il problema dello smaltimento secondario, e cioè dell’arrivo in discarica di quei quintali di pulcini-morti-farina, non più destinati alle industrie produttrici di farine animali.
Quindi, bando alle immagini bucoliche e largo a statistiche, calcoli e grafici: nella filiera delle galline ovaiole, dove, secondo alcuni, una gallina non è nient’altro che un uovo che produce un altro uovo, i pulcini maschi valgono tutt’al più come ‘farina’, quando va bene, se no sono solo uno scarto, nei tempi grigi degli allarmismi ‘mucca pazza’, ‘polli alla diossina’, e così via. Ma, s’intenda, la triturazione dei pulcini non è che una delle espressioni del meccanici(ni)smo zootecnico.

Per non sembrare troppo univoci nella nostra conclamata epimelesi, citerò un ulteriore fenomeno, riguardante un’altra specie da allevamento: i bufali.
In realtà, cosa sono per noi i bufali se non solo ‘la mozzarella di bufala’? Il binomio bufala-mozzarella, in cui si esaurisce tutta la nostra conoscenza etologica specifica, è davvero tale, cioè una associazione di due termini in cui tertium non datur.
Ma tanto basti: lasciamo agli etologi la scoperta del mondo bufalino e occupiamoci della cronaca, e cioè dell’abbandono dei giovani bufali maschi. Infatti, i giornali riportano spesso casi di ritrovamenti di cadaveri di bufaletti nelle campagne, ed è noto che l’uccisione dei cuccioli maschi di questa specie è una consuetudine: sono migliaia ogni anno i bufali che ufficialmente ‘non nascono’, quasi che la natura fosse scivolata verso una deriva in cui nella specie ‘bufalo’ la natalità è di genere quasi esclusivamente femminile. I neonati bufali maschi che fine fanno?
Anche qui, come già per i pulcini, solo una bassa percentuale di bufali viene mantenuta per la successiva macellazione, mentre tutti gli altri, la maggior parte, va eliminata. Il modo più semplice ed economico di liberarsene è ovviamente separarli dalla madre dopo il parto e lasciarli morire di fame. Ma si riportano anche voci di altre ultimative soluzioni: soffocarli, sotterrarli vivi, gettarli nella fossa del letame, e, appunto, abbandonarli nelle campagne…

Ora, la diffusione di informazioni sulle pratiche relative allo sfruttamento di animali è assai scarsa, e contro di essa si esercita una forte censura. Tuttavia, non è oggi impossibile documentarsi, e le porte di accesso a una maggiore conoscenza del fenomeno sono in realtà molteplici per chi si sentisse incuriosito, scandalizzato, implicato ma, allo stesso tempo, tenuto all’oscuro.
E l’argomento, lungi dall’esaurirsi in una seppur di per sé ridondante fiera delle crudeltà, apre la strada a ulteriori riflessioni: sulle pulsioni umane, sulla nostra storia, sugli animali come pazienti morali, sulla relazione fra le pratiche di sfruttamento degli animali e l’assoggettamento dei nostri conspecifici (i ‘diversi’), e così via. C’è anche chi, come André G. Haudricourt, ha considerato la relazione dell’uomo con gli animali e le piante come ‘specchio’, luogo di rifrazione ideale di altri fenomeni sociali, domandandosi: «È forse assurdo chiedersi se gli dei che comandano, le morali che impongono, le filosofie che trascendono non abbiano a che vedere con la pecora, attraverso una predilezione per i modi di produzione schiavista e capitalista?».

Ma, oltre a non trattare di pecore, bensì di pulcini e bufali, non è questo il mio obiettivo.
Più umilmente, l’intenzione era di aprire uno spiraglio nella cortina che ci separa dal mondo in cui ci troviamo immersi, effettuare, sullo sfondo di un seppur vago concetto di responsabilità, una triangolazione virtuale fra due concetti, scarto e abbandono, e la presenza, accanto a noi, di altri esseri senzienti, gli animali.
Animali, abbandoni, scarti: percorso virtuale, fenomeni reali.
Animali come scarti.
Abbandono della ragione?

© Riproduzione riservata

Sabrina Tonutti

Sabrina Tonutti ha ultimato nel 2006 il dottorato di ricerca in Culture e strutture delle aree di frontiera presso l’Università di Udine, dove è attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Economia, Società e Territorio. Ha svolto ricerche etnografiche in Italia, Svizzera e Gran Bretagna. Si occupa di zooantropologia e di nuovi movimenti sociali.

Commenta

La tua email non sarà pubblicata né diffusa. I campi obbligatori sono segnalati da *




saperi e pratiche si incrociano
per conoscere
nella pluralità
di pensieri
contro dogmi
e universalismi
multidisciplinare
multilinguaggio
multistile
multiverso

Forum Editrice Universitaria Udinese Università degli Studi di Udine in collaborazione con cdm associati - comunicazione e visual design in collaborazione con Altreforme - ricerca / web&multimedia / formazione
Privacy Policy