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Le dimensioni culturali del rifiuto materiale

di Giorgio Osti

Il tema dei rifiuti, e qui intendo quelli materiali di cui famiglie e imprese si liberano quotidianamente, oscilla fra polarità estreme. Da un lato abbiamo chi lo tratta come un problema banale, che non coinvolge in alcun modo, dall’altro abbiamo chi pensa sia una questione di civiltà, una sorta di ‘ditemi come trattate i vostri rifiuti, e vi dirò chi siete’.

Su un altro asse abbiamo, da una parte, chi pensa di affidare il compito della nettezza urbana a sofisticate strutture tecnico-organizzative, dall’altra chi vede anzitutto la primaria responsabilità del singolo cittadino. Queste polarizzazioni finiscono per sfiorare le nostre visioni del mondo, dato che mettono in gioco il ruolo della tecnologia e i principi basilari della convivenza civile. Non è un caso se in molte ricerche di opinione sulla moralità di diversi atti, quello su cui cade la riprovazione della quasi totalità dei cittadini sia ‘gettare la carta per terra’!

Con il tema dei rifiuti materiali si ha la sensazione di essere dentro un ginepraio di questioni e problemi. Possiamo tentare di dipanarne alcuni grazie all’aiuto delle scienze sociali:
- i confini dell’identità, la distinzione fra ciò che sono e ciò che non sono;
- il coinvolgimento nella costruzione di un bene pubblico;
- la partecipazione;
- la necessità di un’azione corale.

Il tema dell’identità può sembrare troppo nobile per essere mescolato con i rifiuti. Eppure proprio di questo si tratta. È noto che ogni soggetto manifesta la propria identità anche attraverso quello che consuma. Le interpretazioni degli atteggiamenti verso gli acquisti hanno da tempo abbandonato la comoda etichetta del consumismo. Attraverso l’acquisizione e l’uso dei beni materiali manifestiamo la nostra identità. Tale processo implica anche la fase del disimpegno, quella in cui vogliamo disfarci di un bene, perché non lo sentiamo più parte di noi stessi. Questo è il punto cruciale: quali fattori intervengono nel momento in cui si decide di disfarsi di un bene? La risposta più ovvia è: quando esso è usurato o non più funzionale al suo scopo oppure, invocando la modernità, quando esso non è più di moda, non rappresenta più l’appartenenza a un gruppo o ad una tendenza. Intervengono anche fattori economici ed educativi: la capacità di spesa e l’abitudine a risparmiare, riciclare, rattoppare. Per una minoranza vi è poi una questione politica: compro e smaltisco cercando di ridurre i danni all’ambiente o alle popolazioni povere. Il disfarsi di qualcosa viene caricato di molti significati.

Il modo di smaltire i beni ha a che fare con il punto nel quale viene posto il confine fra sé e il fuori di sé. Se l’identità è molto estesa, inglobando i vicini di casa, il territorio del proprio comune o quello della regione, si avrà una particolare attenzione nel rilasciare i rifiuti. Questi sono qualcosa di incoerente, di disordinato, sono il polo negativo della propria personalità. Ci si stacca da quegli oggetti che non sono più sentiti come parte di sé; questi poi devono essere lasciati in un luogo estraneo, anonimo, lontano. Altrimenti, il distacco infligge una ferita a se stessi. È interessante una ricerca che compara le attitudini di tedeschi e italiani riguardo ai rifiuti. Ebbene, le migliori prestazioni dei primi sarebbero dovute al fatto che il confine che essi pongono fra sé e l’altro da sé è posto più in là, come dire che il tedesco ha una visione della propria identità più inclusiva, comprendente in maggior misura oggetti materiali. Egli li sente propri per un periodo più lungo della loro vita e per un ambito spaziale più ampio. Insomma, il tema rifiuti ha a che fare con gli aspetti più profondi della nostra identità culturale. Riguarda come definiamo il cibo, i vestiti, gli utensili; essi vanno ben oltre la loro funzionalità pratica; fungono da marcatori del nostro io.

Possiamo pensare che certe tesi siano troppo ardite, come anche pensare, invece, che le dimensioni culturali si riflettano sul modo con cui le nostre istituzioni organizzano i servizi pubblici. La nettezza urbana è un classico caso di bene pubblico. L’ambiente mantenuto pulito è un bene non escludibile e indivisibile. Per tale ragione nessun imprenditore privato avvierà tale servizio, per il quale si invoca la mano pubblica.

Storicamente, il servizio di nettezza urbana è stato gestito dalle municipalità secondo un disegno molto locale, che aveva un peculiare equilibrio fra tassazione e qualità della prestazione. Ora i forti cambiamenti tecnologici spingono verso un’organizzazione sovralocale di tale servizio. Si notano quindi fusioni fra municipalizzate, collocazioni in borsa delle stesse, grandi investimenti sugli impianti. Tutto ciò non avviene secondo un principio di necessità storica. È frutto di tradizioni istituzionali, di scelte tecnologiche ed anche di mode manageriali. Il problema è che si rischia un forte distacco dalle opinioni e dal sentire dei cittadini. Nell’epoca della massima enfasi sulla partecipazione, alcuni servizi cruciali per la qualità della vita diventano sempre più lontani e incontrollabili da parte dei singoli utenti. L’ingegneria istituzionale non basta; bisogna escogitare formule partecipative nuove. Trincerarsi dietro il fatto che le questioni sono troppo complesse non serve a molto. Queste hanno risvolti etici e politici su cui i cittadini debbono essere messi in grado di discutere e decidere più ampiamente.

Sui rifiuti urbani, come su altre questioni (acqua, sanità…), si prospetta una partecipazione passiva, fatta di adesioni a programmi già stilati da esperti e imprese. Il tema della differenziazione dei rifiuti è un esempio classico. Gran parte delle amministrazioni hanno introdotto forme più spinte di differenziazione, chiedendo la collaborazione dei cittadini nel selezionare il rifiuto. Ciò è senz’altro utile, ma rischia di essere un processo monco. L’utente viene coinvolto solo per una specifica fase del processo. Sulla destinazione finale del rifiuto non sa nulla e in tal senso si deresponsabilizza. Il suo compito consiste nel differenziare bene, altri penseranno a come smaltire. Se poi il rifiuto residuo finisce in un inceneritore a 600 chilometri di distanza poco importa al cittadino e al suo amministratore.

Ma vi è anche una fase iniziale del processo, quella che riguarda l’acquisto e la consumazione del bene materiale. Qui le amministrazioni sono obiettivamente meno capaci di incidere, dato che entrano in gioco la libertà delle imprese e i gusti dei consumatori. Tuttavia, la partecipazione andrebbe sollecitata anche per questa fase, mettendo in discussione la provenienza di certi beni, i modi con cui sono stati assemblati, le reali chance di smaltimento che questi hanno. È difficile creare partecipazione sull’intero ciclo del prodotto, quello che gli esperti chiamano ‘dalla culla-alla culla’; però qualcosa si può fare. Alcuni volontari sono già al lavoro e qualche amministrazione locale ha pensato di promuovere essa stessa dei gruppi di acquisto solidali. Ancora una volta la dimensione culturale del rifiuto si fa sentire. Pensare di intervenire sui consumi dei cittadini senza un’adeguata considerazione per i loro orientamenti valoriali è un’operazione sterile.

Ciò introduce l’ultimo argomento: trattare di rifiuti significa avviare un’azione corale che coinvolge i cittadini, le imprese e le amministrazioni. Chi pensa a meri provvedimenti tecnici non capirà il perché della veemente opposizione ad un certo impianto; chi pensa che i rifiuti siano soltanto un problema dell’amministrazione, condanna al fallimento gli sforzi di questa per migliorare il servizio; chi infine biasima la sola pigrizia o ottusità dei cittadini fa del moralismo a buon mercato. I rifiuti sono sempre più complessi – si pensi a quelli elettrici ed elettronici. Richiedono uno sforzo coordinato all’insegna di una nuova cultura ecologica, quella che tiene nel maggior conto possibile le connessioni fra le parti, gli effetti secondari, le esternalità di ogni atto. È una cultura dell’inclusione, che certamente non vale solo per i beni materiali ma anche per le persone. In tal senso la gestione dei rifiuti diventa una metafora del trattamento che riserviamo ai nostri simili.

© Riproduzione riservata

Giorgio Osti

Giorgio Osti è docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università di Trieste. La sua ultima pubblicazione è 'Sociologia del territorio', Il Mulino, Bologna 2010.

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