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Patrie abbandonate e ricostruite

di Roberta Altin

«Mi chiamo Ghana, sono la terra dell’oro, la mia bandiera ha tre colori: il verde sta a rappresentare le nostre foreste, il giallo l’oro e le ricchezze del nostro sottosuolo, il rosso ricorda il sangue versato per la nostra indipendenza. La stella nera al centro simboleggia il colore della nostra pelle».

È una giovane donna vestita all’africana avvolta con la bandiera ghanese a declamare queste parole con voce forte, a tratti incrinata dall’emozione. Il tono è orgoglioso, è una donna ashanti. Viaggiando in Ghana, la prima cosa che colpisce appena si entra nel distretto Ashanti è l’estrema fierezza che tutti hanno di appartenere a un gruppo etnico con alle spalle la memoria di uno storico impero che aveva valorosamente tenuto testa anche agli imperialisti inglesi. Per gli ashanti la madrepatria è korum, il posto da dove viene la famiglia materna; anche se di fatto non hai mai vissuto lì, quel luogo fa parte dell’identità personale, è da lì che viene la ‘tua gente’; è l’unico posto che non puoi scegliere e dove non sei uno straniero. I progetti prevedono sempre la costruzione di una casa nel korum, anche se ormai si vive da anni all’estero.

Qui in Friuli però lei è solo una giovane donna di colore che probabilmente lavora in qualche fabbrica del distretto del mobile, con marito e figli, ma senza la famiglia allargata intorno. Continua probabilmente a usare la propria lingua materna, l’asante-twi, con il marito e la ristretta cerchia di amici ghanesi, ma quasi sicuramente non la trasmette ai figli, con cui parlerà l’inglese e uno stentato italiano. Le peserà non usare la propria madre lingua in casa, ma sa perfettamente che, nonostante i desideri, sogni ed espliciti progetti la riportino sulle colline verdi intorno a Kumasi, capitale del distretto Ashanti, il futuro dei propri figli sarà italiano. O quanto meno europeo, ma non africano. Sa perfettamente che per vivere e lavorare in Occidente serve l’inglese e la lingua del posto, non sicuramente il twi e sa di desiderare per i figli un futuro migliore di quello che le è stato riservato. Sa che i suoi figli, anche se sono nati in Friuli e non hanno ancora mai messo piede in Africa, sono e restano, in base alle leggi italiane, ghanesi. E sa pure che gli stranieri hanno minori opportunità lavorative, economiche e sociali. Ma sa anche che i suoi figli non sono più come lei e il marito, perché non sono nati e non hanno mai vissuto in Ghana.

La nostalgia di quel mondo, di quel sistema di valori, del rassicurante appoggio della famiglia allargata matrilineare la sente ancora profondamente. Cercherà quindi un po’ di conforto ascoltando musica popolare ghanese highlife, ballandola assieme al marito, figli e connazionali nelle frequenti feste che, almeno con la musica e l’affollamento degli invitati, riscaldano le lunghe e fredde serate dei sabati invernali in Friuli. Si immergerà nelle videocassette di produzione ghanese, dove scenari, location, lingua pidgin inglese, intrecci di vicende familiari e sentimentali, la riporteranno momentaneamente a casa. Mentre fa tutto questo spesso i figli sbuffano, perché loro preferiscono i film d’azione americani, i cartoni giapponesi e la musica rap.

La donna ashanti ha finito di raccontare e descrivere la propria patria. Riceve molti applausi, composti quelli italiani, vere e proprie ovazioni dai ghanesi. Orgogliosa e commossa si inserisce nel corteo che sta dirigendosi al centro della piazza, dove il ritmo crescente dei tamburi sta chiamando a raccolta. È il momento dell’adowa, danza tradizionale che si teneva nel periodo precoloniale davanti alla corte reale dell’Asantehene (re degli ashanti), parte fondamentale della parata che normalmente viene celebrata durante l’odwira, la festa annuale di ringraziamento agli dei celebrata in settembre in tutta l’area akan.

È venerdì 10 giugno 2005, a Udine l’ALEF (Associazione di lavoratori emigrati del Friuli), in collaborazione con il Ghana National Association, presenta ‘Udine città solidale’, una tre giorni di manifestazioni, concerti, incontri con le comunità migranti. La centralissima  piazza del Duomo è circondata da chioschi di cucina etnica, stand con prodotti tipici sudamericani, indiani, africani e di altre tradizioni in rappresentanza delle numerose comunità straniere che costituiscono ormai da anni delle presenze permanenti nel territorio friulano. Ogni anno il comitato che gestisce l’evento privilegia una comunità straniera in particolare, questa volta tocca ai ghanesi, che rappresentano il più folto gruppo africano e in assoluto una delle nazionalità più stabili e radicate in Friuli.

L’inaugurazione dell’evento si è aperta con i saluti delle varie autorità, fra cui il console del Ghana e i rappresentanti locali dell’associazione ghanese che, oltre a funzionare come struttura di riferimento per snellire le tortuose trafile burocratiche della vita da immigrati (documenti, traduzioni, informazioni legali ecc.), svolge un ruolo fondamentale come rete di sostegno psicologico, sociale e, se necessario, anche economico. Organizza riunioni, eventi collettivi, feste del calendario ghanese, ma anche collette nel caso qualche connazionale si trovi in situazione di emergenza in una terra straniera dove, oltre alle ovvie difficoltà dovute al diverso contesto culturale, pesa soprattutto il vuoto della famiglia allargata rimasta in Africa, o disseminata nelle rotte migratorie verso il Nord Europa e Nord America.

Subito dopo i discorsi ufficiali il programma prevede la sfilata in costume tradizionale, con riti e danze ghanesi. Il Ghana è forse l’unico stato africano che sia riuscito a imprimere nei propri abitanti una forte coscienza nazionale, per cause storiche collegate all’orgoglio di esser stato il primo paese subsahariano ad aver ottenuto l’indipendenza dall’impero coloniale britannico nel 1957 e di averlo fatto sotto la guida carismatica di uno dei leader politici e filosofici del socialismo panafricano, Kwame Nkrumah.

Si procede quindi all’incoronazione del chief e della queen mother, seguendo un rito tradizionale comune in più o meno tutta l’area Akan dell’Africa Occidentale. Il capo villaggio e la regina madre indossano abiti tradizionali sgargianti, colmi di ornamenti e di oro, circondati da spade, bastoni rituali e dal tipico stool ashanti, lo sgabello regale che simboleggia il trono e il potere politico. Nel corteo che li segue ombrelloni adattati alla meglio fungono da palanquine, per riparare dall’inclemenza del sole e per segnalare le presenze importanti. Nelle comunità di diaspora il rituale viene rispettato ma riattualizzato: chief, queen mother e linguista, portavoce ufficiale ed esperto del cerimoniale, qui a Udine sono ruoli improvvisati, che non rispettano più la predeterminazione dei legami lignatici e seguono spesso la casualità delle relazioni amicali, non definita dal grado di parentela, ma con analoghe funzioni di reciprocità e supporto di quelle svolte in patria dalla rete parentale.

Dopo la presentazione iniziale della donna ghanese altri connazionali si sono alternati al microfono per descrivere più dettagliatamente diversi territori e regioni geografiche che riportano non solo la varietà ambientale del Ghana, dalle foreste pluviali a ridosso del Golfo di Guinea alle aride savane settentrionali, ma anche quella etnico-linguistica: ashanti, ewe, fante, ga…

Se è vero che i ghanesi hanno una forte coscienza nazionale, accentuata nell’esperienza migratoria, è anche vero che questo non comporta assolutamente l’azzeramento di altre forme di appartenenza. Le identità sono come magliette che possiamo stratificare e usare in contemporanea, con flessibilità, non un gioco di scatole cinesi in cui la coscienza nazionale fagocita l’identificazione con entità di dimensioni più piccole, come quelle locali o etniche.

Visto dal Friuli il Ghana rappresenta ancora il korum, il legame con la cultura d’origine, ma è un senso di appartenenza che si alimenta sempre più di raccordi e distacchi, di un immaginario che richiede la mediazione di e con altre culture. Il senso di appartenenza nazionale nei termini di auto-identificazione, ma soprattutto con funzioni di proiezione di immagine e visibilità all’esterno del proprio gruppo, diventa spesso predominante nella vita da emigranti all’estero. In parte si spiega con la totale disinformazione di noi europei sul continente africano, sia dal punto di vista geografico che culturale, ma in parte è un tipico gioco dell’identità collettiva che è sempre un costrutto processuale, continuamente rinegoziato con diverse sfumature fra locale e globale, a seconda delle interazioni con vari gradi di alterità e con i bisogni di riconoscimento nei diversi contesti d’inserimento. Nella produzione e riproduzione delle ‘patrie elettive’ diventano fondamentali i confini marcatori di distinzione tra noi e gli altri, tra cittadini e stranieri, inclusi ed esclusi. Quando le identità ormai sincretiche intersecano i confini naturali e culturali, spiega Stuart Hall, «queste persone continuano a mantenere forti legami con i loro luoghi d’origine e con le loro tradizioni, ma non hanno più l’illusione di ritornare al passato. Portano su di sé le tracce di culture particolari, tradizioni, linguaggi dalle quali sono state modellate. La differenza è che loro non saranno mai più uniti come una volta, perché sono il prodotto di storie molteplici e culture interlacciate tra loro, appartengono ad una e allo stesso tempo a molte ‘patrie’ (e a nessuna in particolare)» (S. Hall, The Question of Culture Identity, in S. Hall, D. Held et al., Modernity and Its Futures, 1992).

© Riproduzione riservata

Roberta Altin

Roberta Altin, antropologa e ricercatrice presso l’Università di Udine, si occupa di processi migratori e antropologia visuale. Tra le sue pubblicazioni: 'L’identità mediata' (Forum, Udine 2004) e 'L'intervista con la telecamera: giornalismo, documentario e ricerca socio-antropologica' (con P. Parmeggiani, Lampi di stampa, Milano 2008).

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