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Recuperi

di Ettore Mo. Testimonianza raccolta da Liza Candidi T.C.

…Sono sempre stato in mezzo alle guerre, alla gente povera, infelice, e in qualche modo non riesco a raccontare la felicità. Posso dire di essere attratto dai grandi drammi, ma la povertà è quella che, più di tutte, mi commuove e mi fa male. Nei paesi in cui sono stato sembra che la condizione normale sia combattere, sopravvivere oppure morire…

La ‘river blindness’ in Nigeria
Mi ricordo di una bambina in Nigeria che guidava l’intera famiglia con il bastone, portando dietro i suoi familiari, tutti ciechi, perché lei era la sola sopravvissuta all’infezione della cecità del fiume, la river blindness o oncocercosi. Un’infezione che giunge fino ai nervi ottici e che viene inoculata da piccole mosche nere che si riproducono nei fiumi. Solo poi si è scoperto che bastavano dieci dollari per dar agli infettati una pillola che li liberasse dalla cecità, ma questo rimedio gli scienziati l’hanno scoperto troppo tardi, quando ormai mezza Nigeria era diventata cieca. Ho trovato queste persone lasciate lì, che si muovono solo se accompagnate, molte di loro non possono nemmeno lavorare, si sentono un peso. C’era una levatrice che diceva «Io faccio nascere un bambino ad occhi chiusi», anche lei era diventata cieca a causa di questo insetto ma faceva quel mestiere da una vita e riusciva a rendersi utile anche dopo l’infezione. La bambina che avevo conosciuto e che guidava la sua famiglia, provvedeva in qualche modo ai suoi parenti diventati ciechi, così portava il papà nei campi a raccogliere il lino che egli riusciva a sentire attraverso il tatto. Solo alcuni di questi malati in qualche modo lavorano lo stesso, ma la maggioranza non riesce a fare più nulla, le donne possono al massimo lavare i panni, ma il resto niente. Quella bambina mi è rimasta impressa perché senza di lei la sua famiglia sarebbe stata abbandonata, persa totalmente. Spesso però non c’è nemmeno un parente con gli occhi buoni…

L’ultimo viaggio dei malati di Aids
Gli ammalati di Aids che ho incontrato in Thailandia sono una cosa davvero spaventosa. Quelli che ho visto io nel monastero buddista di Wat Pharabat Nampu sono malati terminali, sanno che devono morire, negli ultimi istanti di vita vengono lavati per il loro ultimo viaggio, cioè quello nel forno crematorio. Chi è ricoverato lì sa che è arrivato il suo turno, sente che la vita gli è scappata via, per il resto non ha voglia di nulla, non si muove quasi, con una spugna gli lavano la faccia. È una cosa di un’angoscia tremenda per chi li vede, sono scene strazianti… Li sistemano sulla sedia a rotelle e li lavano con la canna dell’acqua, come si lava un animale, e poi addio! Vengono messi nella cassa mortuaria, che viene riciclata ogni volta perché non possono permettersi il lusso di morire portandosi dietro la bara. Scaricano i corpi nei forni crematori e poi tolgono la cassa di legno per risparmiare perché c’è un turno continuo di altri morti, in quel monastero ce n’erano anche quattro-cinque al giorno pronti per la cremazione… si vedono questi furgoni che salgono sulla collina, alcuni cantano le loro preghiere, con un seguito religioso di musica che li accompagna fin quando nei forni la fiamma scoppia e il fumo sale. E quel fumo è un altro disgraziato che se ne va.

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Ettore Mo

Ettore Mo è da oltre vent’anni inviato speciale del "Corriere della Sera". Nel 2003 ha ricevuto il Premio Montanelli e nel 2004 l’Aquila d’Oro del Premio Estense. Il suo ultimo libro è 'Lontani da qui. Storie di ordinario dolore dalla periferia del mondo', Rizzoli, Milano 2009.

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