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Bruciare la vecchia

di Gian Paolo Gri

Nessuno ha pagato e nessuno ha mai chiesto perdono per la terribile ultima estate di Gostanza di Monte San Savino. Nel 1616 aveva 95 anni; nel giugno di quell’anno venne denunciata come strega da un vicino, con l’accusa di aver maleficiato la figlioletta. Per sua sfortuna Gostanza non finì subito sotto l’inquisitore, ma nelle mani del giudice locale che condusse l’investigazione a modo suo. Venne interrogata e torturata fuori da ogni regola. Volevano sapere da lei «quando cominciò havere commercio con li demoni, in che forma vada, con che si unga, et che parole dica». Subì il tormento ‘del dado’, ‘della corda’, poi quello ‘della sveglia’; infine, perché il demonio «non habbi forza di starli ne’capelli et in altri peli della vita», venne fatta radere, così che «non resti pelo a dosso». Stremata, distrutta, confermò infine il maleficio, il patto col diavolo, la sua capacità di mutazione in gatta. A metà estate venne finalmente trasferita nelle mani del vicario locale dell’inquisizione. Pregò e negò, poi di fronte alla minaccia di nuova tortura confermò la confessione già resa; ma per il tribunale ecclesiastico fu solo un freddo e delicato problema di procedure: nelle mani di chi doveva stare, a chi toccava investigare e processare un caso come il suo, al giudice penale, al tribunale vescovile o al Sant’Uffizio?

Morì nel carcere dell’inquisizione locale il 4 settembre. Qualche settimana prima, così il vicario l’aveva descritta in una lettera al superiore, l’inquisitore di Firenze: «Se vostra signoria reverendissima vedesse simile donna si stupirebbe, come ho fatto io; il più brutto mostro non è paragonabile. A veder credo che passi novant’anni, gobba, distrutta e consumata, che non ha altro che pelle e osso […] Ora confessa, hora nega, parlando a mezza bocca: perché questa non parla chiaro se non nel tormento».

Non donna, e neppure vecchia; un mostro. Nelle loro attente verbalizzazioni, le carte inquisitoriali abbondano di descrizioni attente dell’aspetto degli imputati. La crudezza dei profili è tratto caratteristico della presentazione delle vecchie, come per un bisogno di corrispondenza e di coerenza (vecchia storia!) fra aspetto esteriore, comportamento deviante e personalità profonda. Una per tutte. Domenica Brugnolina era di San Giovanni di Casarsa, vecchia già a 55 anni, in sospetto di stregoneria nel paese e per questo denunciata: «vedova, vecchia, bruta, con i denti come i cani, […] solita a portar il capo sconcio e scarmigliato, a proferir parole sporche e scandalose, a giurar nel nome di Dio vanamente, a chiamar il diavolo, donna ardita, che si caccia dappertutto, irosa, minacciosa, dannosa a’ vicini…».

Streghe o contro-streghe, poco conta: un vero mostro, nelle parole dei testimoni, è anche Elena ‘Draga’ (così detta perché affermava di avere «uno spirito chiamato Drago in corpo», e per questo «per gratia de Dio, quando mi vien portà qualche strazzetta de qualche fantolin, che la tocco subito conosco la sua infermità»). La descrizione dei vicini deforma ancor più i tratti con cui lei stessa si descrive al frate che la interroga: sa e fa, quando viene chiamata a intervenire per le infermità della gente, ma vive di lavoro marginale e di carità; è sola, miserabile e malata: «Io filo qualche lesegno de lin a mulinello, et son persa da tutta la banda destra, et son orba già 33 anni».

Vecchie, gobbe, orbe, storpie, sdentate, naso e mento che si toccano, laide sono le vecchie streghe delle fiabe scritte e riplasmate in pellicola; le nonnine amorose e le anziane fate madrine premurose sono assoluta minoranza. Nelle fiabe popolari narrate, c’è qualche tocco di fantasia in più: denti di ferro acuminati, bocca trasformata in becco e mano in artiglio, piede d’oca o di capra, gamba di vetro, pupilla rovesciata, inquietante capacità di metamorfosi. Se incontri una serpe, una salamandra, una nottola, una pantegana, un rospo, se un gatto si intrufola silenzioso in casa, non sai bene con chi hai a che fare. Vecchie e alta mortalità infantile: testimonianze di tradizione orale ancora contemporanee, in mezzo mondo, e deposizioni in tribunale di età moderna mostrano straordinarie convergenze, nel potente sforzo immaginativo e mitico di trovare senso e responsabili per la strage degli innocenti. Bartolomea Golizza – vecchia, malata, miserabile, marginale – ai primi del Seicento è perseguitata dai ragazzi di Farra d’Isonzo che la accusano d’essere strega e minacciano di arderla viva; impaurita, si autodenuncia e racconta che lei e qualche altra vecchia sua comare, nelle notti delle Quattro Tempora si mutano in gatte ed escono a caccia di neonati, entrano nelle case, si accostano alle culle, levano alle creature «un poco di pelle dalla sommità di tutte le dita delle mani; poi dalla bocca succiando queste aperture foravano (rubavano) le mie compagne tutto il sangue delle creature e l’ingiottivano; poi rimettevano quella pelle nel suo luogo e si rinsaldava in modo che non si conosceva macchia veruna, solo che quelle creature restavano senza sangue e senza carne, tutte consumate, solo con la pelle et ossa, così che bisogna che mòino».

Ecco una scena consueta in centinaia di villaggi dell’Europa cattolica, nei giorni fra Natale e l’Epifania: funzioni religiose ripetute in chiesa, dominati dall’alto dell’altare maggiore dall’immagine di Dio Padre vecchio e barbuto, autorevole e amorevole nello stesso tempo («il ‘gran Vecchio’ – Albert Einstein a Max Born, 4 dicembre 1926 – che non gioca a dadi col mondo»); poi, al calar del sole la vigilia dell’Epifania, tutti intorno al falò: in cima, a bruciare, un’entità sostitutiva, caricata di tutto il negativo che si è accumulato nel villaggio in un anno: il pupazzo della vecia, della femenata, donazza, striga, barbassa o come altro è chiamata. I rituali calendariali della tradizione poi replicavano: a fare da contraltare a Carnevale c’è la vecchia, scheletrica Quaresima dalla puzza di sardella e di miseria e a Mezzaquaresima, tanto per essere sicuri, ecco di nuovo la vecchia in piazza nel rituale che la vuole segata, arsa, decapitata o annegata nello stagno.

Una figura da onorare (la vecchiaia al maschile), l’altra – al femminile – da esorcizzare e distruggere; due immagini di vecchiaia opposte; il positivo e il negativo tradotti in due stereotipi di genere.

C’è dunque la vecchiaia concreta, carica di anni, con le sue contraddizioni, ma ce n’è anche un’altra più complessa, costruita sul piano immaginativo, mitico e rituale. È una costellazione di immagini, figure, metafore, stereotipi che ha acquistato una forza tale da condizionare giudizi, orientare sospetti, sopire sensi di colpa, alimentare marginalità e pulizia sociale. L’immagine della vecchia orrida, malevola e malefica, superstiziosa e mezzana, è di questa natura; è uno stereotipo che nella nostra cultura si è cristallizzato nel tempo, tassello dopo tassello, assumendo la funzione di forma dura, creativa del pregiudizio. Quando nel 1523 Gianfrancesco Pico, conte della Mirandola, scrive la Stryx per giustificare la caccia alle streghe appena avvenuta nella sua giurisdizione, ha fra le mani le carte di un processo che aveva portato alla condanna di sette uomini e tre donne: ma il titolo gli viene al femminile.

La cultura colta, all’ingresso dell’Europa della modernità, non ha dubbi sulla malvagità della vetula, al centro dell’ambigua categoria del magico-superstizioso, collocata all’intersezione di tre condizioni di inferiorità (la vecchiaia, la simplicitas, la femminilità), principale responsabile del perdurare dei residui di paganesimo. Figura tossica, maschera del diavolo. Più complessa è semmai la questione nel contesto popolare. Figure mitiche femminili dominano, nelle ricerche dei folkloristi degli ultimi due secoli, il notturno invernale, e in particolare le dodici notti fra Natale e l’Epifania, in tutte le grandi aree culturali tradizionali: Lucka, Torka, Marena, le Divje Zěne o Babe, Frau Holle o Holda, Berchta o Perchtl e le altre terribili guide della ‘caccia selvaggia’ di area germanica; e, in area alpina, Redosega, Rodìa, Berola, Marantega, a far compagnia a Pesantole, Trote e Smare, Varvuole, Cavestrane, Krivopete e Agane trasformate in streghe dai lunghi sterili seni pendenti gettati in corsa dietro le spalle, invecchiate e rese rapitrici e divoratrici di bambini. Esseri negativi e temibili, figure di un aldilà inquietante, buona compagnia per la figura femminile della Morte falciatrice. Ma basta grattare la superficie e la realtà folklorica del mondo mitico femminile si mostra più complessa: madri e matrone, fate e rojenice, dee e madrine, ‘buone donne’, ‘selehen baiblen’ e ‘donne di fuori’, reggitrici del destino, tutrici della filatura (reale e metaforica), maestre di saperi necessari, indovine, donatrici, mediatrici con l’aldilà, garanti del ben vivere. Che ne è stato?

La modernità europea nasce sotto il segno dello stigma della vecchia. Il complesso mondo dei saperi e delle pratiche di herbere, terapeute, ostetriche e levatrici, curatrici del corpo di neonati, malati e moribondi, sapienti nel far nascere, risanare e ben morire, a partire dal XIII secolo venne affrontato a muso sempre più duro dall’alleanza funzionale fra il potere teologico-pastorale del clero, che cercava di estendere il controllo sulle culture folkloriche, e gli sviluppi della nuova scienza medica che dopo essersi impossessata dei preziosi ‘segreti’ dei pratici, tollerava sempre meno concorrenti laterali e marginali.

Rispetto al processo di invecchiamento, imbruttimento e demonizzazione che investì il mondo femminile del mito e quello femminile reale dei saperi intorno al corpo, un’unica donna giovane vergine-madre benevola restò dominante, circondata dalle cure della grande nuova compagnia dei maschi celibi votati a Dio; vinta la battaglia della Controriforma, essi si erano garantiti il monopolio del sacro e del rituale. Con qualche smagliatura. È ancora diffusa, nel folklore, la leggenda della Madonna nascosta e salvata dai soldati di Erode, durante la fuga in Egitto, proprio da una strega (o da una prostituta, in alcune versioni), e la tradizione popolare veneta interpreta ancora come streghe le figure femminili collocate sotto il manto della Vergine di Monte Berico.
Un Madonna che ha le streghe sotto la sua protezione? Mi piace pensare che una delle donne sotto quel manto sia la vecchia Gostanza di Monte San Savino.

© Riproduzione riservata

Gian Paolo Gri

Gian Paolo Gri è docente di Antropologia culturale presso l’Università di Udine. Ricerca, sul campo e in archivio, saperi che fondano pratico e simbolico e rimandino al rapporto fra tradizione e modernità. Fra le sue pubblicazioni: 'Tessere tela, tessere simboli. Antropologia e storia dell’abbigliamento in area alpina' (Forum, Udine 2001) e 'Dare e ricambiare nel Friuli di età moderna' (Circolo culturale Menocchio, Montereale Valcellina 2007).

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