Pubblicato in: n. 03 Vecchio_nuovo /

Confini vecchi sempre nuovi

di Predrag Matvejević

La questione antica e sempre nuova delle frontiere e dei confini riemerge in un momento decisivo della nostra storia europea: dieci Paesi provenienti dall’Altra Europa sono diventati membri dell’Unione e gli altri due (Bulgaria e Romania), forse tre (anche la Croazia), si preparano ad entrarci. Le frontiere devono ad un tempo spostarsi e comunque rimanere uguali a se stesse, sottoposte contemporaneamente a un controllo costante e rigoroso, per respingere coloro la cui presenza non è desiderata né benvenuta.

Le stesse persone che hanno vissuto, ancora ieri, tra frontiere bloccate, che dovevano superare con artifici e a volte pagando il prezzo dell’umiliazione, oggi si vedono chiamate a diventare i guardiani attenti di quelle barriere e a sorvegliarle rigorosamente. C’è un paradosso in questo ruolo. Non è difficile immaginare un polacco che impedisce a un russo o a un ucraino di passare attraverso il suo territorio. Ma come si comporterà un ungherese quando si presentasse davanti a lui un altro cittadino con la stessa nazionalità, che provenga dalla minoranza ungherese della Transilvania romena? O uno sloveno che, a una ventina di chilometri da Zagabria, debba fermare un croato con il quale in passato aveva condiviso una sorte comune nella ex Jugoslavia?

I vecchi particolarismi potrebbero facilmente ridisegnare le frontiere interne dell’Europa incoraggiati da ogni tipo di nazionalismo, di regionalismo, di localismo, di ‘devoluzionismo’ e da altre tendenze simili che si manifestano con arroganza e alle quali ogni idea di convergenza o di sintesi rimane estranea. Si tratta di ripensare, di fronte a queste tendenze irrazionali alla divisione e alla separazione, ciò che si potrebbe chiamare una nuova architettura della frontiera o, perché no, una nuova etica del confine. La cultura avrebbe sicuramente da dire le sue parole, se non fosse così messa ai margini nell’elaborazione del progetto europeo, chiamata in soccorso molto raramente o solo per liberarsi la coscienza.

Non sarebbe dunque inutile lasciare libere alcune idee che riguardano il tema e tentare di definirlo diversamente, confrontandolo con le consuetudini concrete che conosciamo, vecchie e nuove. Conviene prendere nuovamente in considerazione le diverse nozioni di permeabilità delle frontiere-confini, della loro accessibilità e della permissività, della fragilità, della ‘doganalità’ e della ‘custodialità’ in riguardo. Alcuni di questi termini sono da inventare o da ridefinire, e ciascuno merita una riflessione particolare.

In questo contesto mi viene alla mente un antico esempio che già Tacito evocava nell’introduzione della sua Germania: a fianco delle cosiddette frontiere naturali, come il Reno e il Danubio, o come alcune catene di montagne, si crea spesso una frontiera particolare imposta dalla paura reciproca. Mutuo metu diceva il vecchio storico, con felice allitterazione. Questo sentimento è ben noto a una buona parte di noi esuli, in particolare a quelli umiliati e offesi, che dovevano viverlo in passato durante la Guerra fredda. È inutile oggi parlare ancora una volta delle cortine di ferro e dei muri simili a quello di Berlino.

I processi di globalizzazione e di mondializzazione – quando non consistono semplicemente nell’imporre ‘un nuovo ordine mondiale’ – presuppongono un riesame della natura stessa della frontiera e del confine. È ben chiaro che una vera alleanza fra gli Stati non può essere immaginata con delle frontiere rigide o poco permeabili. Il nostro pianeta si confronta, ogni giorno con più insistenza, con le richieste che vengono da un ordine umanista, morale, etico: la richiesta di diminuire se non di abolire i confini tra ricchi e poveri, tra uomini ben nutriti e altri affamati, tra istruiti e analfabeti.

I teorici e i protagonisti della globalizzazione sembrano dimenticare che la cultura europea aveva già conosciuto al suo interno vari movimenti a tendenza universale o, se preferiamo, mondialisti: il cosmopolitismo dei Lumi, l’ecumenismo religioso, l’internazionalismo politico – non compromesso con il comunismo di tipo staliniano. La cultura stessa dovrebbe ricordarlo a questi teorici, se non fosse scoraggiata come appare. Queste tendenze, anche se ai nostri giorni sono minimizzate, non potranno essere sostituite da una mondializzazione a buon mercato.

Mi fermo qui, e so bene che spesso si offre un’immagine ingenua, a volte ridicola, proponendo una qualunque idea morale. La nostra proposta è molto più modesta: mettere in evidenza alcune contraddizioni nel momento in cui si crea una nuova architettura del Vecchio continente.

[Traduzione di Giacomo Scotti]

© Riproduzione riservata

Predrag Matvejević

Predrag Matvejević, nato a Mostar, è docente di Slavistica presso l’Università 'La Sapienza' di Roma. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali per i suoi libri, tradotti in molte lingue. Ricordiamo tra gli altri 'Breviario mediterraneo'' (Garzanti, Milano 1988, 2004), 'I signori della guerra' (Garzanti, Milano 1999), 'Mondo «ex» e tempo del dopo' (Garzanti, Milano 2006) e 'Pane nostro' (Garzanti, Milano 2010).

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