Pubblicato in: n. 03 Vecchio_nuovo /

Divenire miti ci invecchia

di Gillo Dorfles

Mi è accaduto più volte negli ultimi tempi – discutendo con giovani studenti universitari, in occasione di seminari o convegni – di sentirmi dire: «Lei per noi è un mito!». Una frase che dovrebbe inorgoglire e insuperbire e che, invece, equivale a una sconfitta: perché ottiene proprio l’effetto di farci sentire dei sopravvissuti, appartenenti decisamente al passato. Ecco, dunque, che la connotazione più comune della parola ‘mito’, lo ricaccia in un tempo senza ritorni. Eppure, anche al giorno d’oggi, assistiamo al sorgere di nuovi miti – o mitemi – non più legati a un triste passato ma a un pulsante presente. I nuovi miti di Marilyn o di Diana, di Schumacher o di Maradona, di Pavarotti o di Penelope Cruz, non sono legati alla decrepitudine dei personaggi, ma a una loro auspicata perennità. Ma si potranno, poi, accostare queste mitagogie a quelle storiche, anzi preistoriche? Quelle di Ulisse o Edipo, di Tristano e Isotta, di Budda o di Zoroastro?

Mi sembra che il fatto stesso di accostare sotto lo stesso emblema eroi del passato e pseudoeroi del presente possa condurre ad una sola conclusione: che dopotutto il mito – vero o falso che sia – nasconde un’effettiva realtà. Si è troppo esagerato nel considerare l’attuale situazione quella di una globale ‘demitizzazione’, e il mito soltanto come l’equivalente d’una componente sacra o religiosa. Bisogna, invece, intenderlo come una potenzialità legata anche al presente. Applicare al calcio, al wrestling, al ‘bel canto’, alla TV, delle componenti mitiche ci dice una cosa: che l’uomo ha necessità di credere – o di fingere di credere – in alcunché di imperituro.

Tanto più sono transeunti ed effimeri molti eventi e accadimenti dei nostri giorni, tanto più svaniscono nel nulla ribellioni, guerre, credenze, scoperte; tanto più si rivelano precari ed effimeri i successi artistici, letterari (i premi per la pace!), i Nobel…, tanto più l’uomo ha bisogno di crearsi un suo mito – personale, nazionale, religioso – ed è soltanto questo processo mitagogico che gli consente, nei casi positivi, di superare gli ostacoli, di allevare i figli, di difendere la patria; mentre lo conduce – e addirittura lo costringe – nei casi negativi a immolarsi per una falsa fede (kamikaze), a coltivare credenze superstiziose, razzismi e privilegi di casta o di etnia.

Anche se ormai non possiamo più considerare il mito come una trasposizione della storia (come sosteneva a suo tempo il filosofo greco Evemero), ciò peraltro non significa che lo stesso non finisca per essere molto spesso ‘più veritiero della storia’ (come del resto affermava il grande Schelling, uno dei massimi studiosi della mitologia: «Es ist Wahrheit in der Mythologie»).
Vediamo, allora, come si articola il nostro rapporto con la ‘realtà del passato’ rispetto alla ‘realtà del presente’.
Credo che uno dei punti di svolta più significativi si possa considerare quanto avvenne alla metà dell’Ottocento, all’epoca dei primi dagherrotipi, delle prime fotografie e all’avvento dei primi documentari filmici. Già oggi possiamo renderci conto di quale abisso ci separi da quei tempi: basta osservare le foto o i filmati di una città fin de siècle per rimanere stupiti e quasi increduli. Finché si trattava di immaginare epoche precedenti, appoggiandosi soltanto a documenti scritti o ad artefatti coevi, era la nostra fantasia che provvedeva a fingere situazioni di cui non era possibile nessuna verifica. Ma, con l’avvento dei nuovi mass media, dei registratori magnetici… diventava facile una riproduzione genuina non solo degli oggetti ma anche delle atmosfere, dell’ambiente. Quelle immagini e quelle situazioni che non abbiamo mai potuto rappresentare per un passato remoto, d’ora in poi sono nella possibilità d’ognuno. In altre parole: se da un lato, lo scetticismo verso i dati storici dovrà lasciare il posto a una fede assoluta negli stessi una volta che siano documentati attraverso i nuovi media, dall’altro lato mi sembra nonostante tutto consolante essere vissuti in un’epoca in cui tutti gli accadimenti narrati dalla storia erano rimasti ancora avvolti nel mistero. Ed è per questa ragione che il ricorso a una ‘realtà mitica’ risulta ancora oggi più attraente di quanto non lo potrà essere domani, una volta che sia fissato sulle pellicole, nei nastri magnetici, nei registratori elettronici, attraverso i quali il mito si riduce a una banale storia e il passato cessa di essere mitico.

© Riproduzione riservata

Gillo Dorfles

Gillo Dorfles, nato a Firenze nel 1910, rappresenta una delle personalità più attente, colte e sofisticate del Novecento. Critico d’arte e autore di numerosi saggi sull’arte contemporanea, è stato docente di Estetica, pittore e fondatore, nel 1948, del MAC (Movimento Arte Concreta) con Monnet, Soldati e Munari.

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