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In God We Rust

di Claudio Naranjo

Anche se la crescita spirituale può, in definitiva, portare una specie di vita eterna, essa in realtà procede attraverso una morte psicologica; e anche se alla fine può condurre ad un ringiovanimento, questo ringiovanimento è raggiunto attraverso una specie di invecchiamento prematuro: lo spegnersi a poco a poco di una parte della personalità che la ricerca spirituale implica si può manifestare, sia soggettivamente che oggettivamente, nei segni che attribuiamo alla vecchiaia. Da qui il titolo di questo saggio: «In God We Rust».

Le idee di morte e di rinascita, o di cadere per risalire, sono vecchie almeno quanto lo sciamanesimo in cui troviamo, sotto forma di rendiconto esperienziale, lo stesso tema che nelle religioni ‘più alte’ è poi diventato dogma religioso. Così molti sciamani, quando rispondono alle domande degli intervistatori scientifici, raccontano che all’inizio del loro percorso sono passati attraverso un’esperienza di morte vivente, oppure che, magari in seguito ad una malattia, sono stati portati nell’aldilà per essere smembrati o che il loro corpo è stato aperto dagli spiriti ed i vecchi organi rimossi per essere rimpiazzati da nuovi. In questi racconti possiamo riconoscere essenzialmente lo stesso processo che veniva formulato dai misteri dell’antichità; in particolare dai misteri egiziani della resurrezione di Osiride, che possiamo considerare l’antecedente della parabola ebraica dell’attraversamento del deserto verso la terra promessa, e dal mistero cristiano della resurrezione.

Nella formulazione cristiana questo schema si trova diviso in vari stadi: le stazioni della via crucis possono essere considerate non solo a livello letterale ma anche, come afferma Tommaso d’Aquino per quanto riguarda le Scritture in generale, come un riferimento alla verità spirituale, e quindi, in questo caso, a eventi interiori nel corso di un processo di morte psicologica sulla strada della ‘Grande Rinascita’. Questo modo di vedere la Passione come l’imitazione di Cristo del viaggio spirituale di ciascun individuo, era generalmente accettato durante il Medioevo, come rispecchiato dal vecchio detto: «Pochi arrivano a Betlemme, ancora meno arrivano al Calvario». Questa idea di una morte interiore che noi tutti dobbiamo subire quando raggiungiamo un certo stadio di crescita è trasmessa dall’analogia di San Paolo dell’‘uomo vecchio’ e dell’‘uomo nuovo’. Quando l’uomo nuovo nasce dentro di noi, il vecchio riceve un colpo fatale, tuttavia questo non determina ancora la morte del ‘vecchio Adamo’ e i due aspetti della persona continuano a vivere fianco a fianco, dentro di noi, per qualche tempo. Come nel caso delle stazioni della via crucis, ancora una volta troviamo qui un riferimento ad un processo di morte che non è un fenomeno immediato ma si estende per un certo periodo del cammino interiore. Dante, nella Vita Nuova, dice che la prima volta che vide Beatrice, lo spirito animale «lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro» iniziò a piangere ed esclamò: «Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!» (Guai a me misero, che più volte sarò impedito da qui innanzi). Anche qui troviamo il concetto che l’appagamento spirituale comporta dolore e perdita della ‘natura minore’, vale a dire della personalità ordinaria e materiale.

Nel suo famoso libro Mysticism, Evelyn Underhill, dopo aver esaminato le vite di diversi santi cristiani, è arrivata a delineare quella che ora è una ben nota generalizzazione degli stadi del loro percorso: ancora una volta lo schema che emerge in queste vite è quello di uno stadio di purificazione che culmina in uno stadio di illuminazione (visioni, ispirazione ed estasi), che poi recede man mano che l’individuo entra in una fase in cui tutto il progresso spirituale sembra perduto e che poi, solo nei casi più fortunati, continua sino allo stato finale di unione. Questo penultimo stadio, che San Giovanni della Croce chiama «l’oscura notte dell’anima», è caratterizzato da una perdita della consapevolezza trascendentale, da un acuto senso di imperfezione, spiritual ennui, impotenza intellettuale e perdita di volontà. Costituisce, in ogni modo visibile, un processo di deterioramento, ed è così che la società lo deve vedere, perché questa condizione implica una perdita della reputazione. L’esperienza di quelli che hanno attraversato questa ‘valle delle ombre della morte’, tuttavia, rivela che questo è stato un tempo di maturazione e di purificazione. «Non pensare – dice Taulero – che Dio sarà sempre affettuoso verso i suoi figli, o che risplenderà sopra le loro teste, o che infiammerà i loro cuori come fa inizialmente. Lui lo fa solo per attirarci a Sé, così come il falconiere attira il falco con il suo vivace cappuccio. Dobbiamo scuoterci e risollevarci ed essere contenti di abbandonare il sapere, di non provare più gioia nei sentimenti e negli affetti, e dobbiamo ora servire il Signore con strenua laboriosità e a nostre spese».

Si può dire che la vecchiaia ci impone una dose di rinuncia e la necessità di sviluppare il non-attaccamento, ma chiunque sia coinvolto in un cammino spirituale già si auto-impone queste cose. Infatti, se arriva fino a questa ‘notte oscura’, egli scopre che, anche a lui, la vita, o il cammino, impone ciò. Il cammino, allora, può essere visto come un processo accelerato di quello che ci capiterà comunque. In esso la rinuncia viene scelta come un modo di vita finalizzato a una priorità ultraterrena, come se ci costringessimo noi stessi a farlo prima che lo faccia il tempo. Per lo meno costituisce una concentrazione nell’imparare dalle difficoltà della vita, piuttosto che un loro semplice superamento. Nel buddismo, ad esempio, affrontare i problemi della vita quotidiana è considerato come la migliore preparazione alla crescita spirituale. Sembrerebbe che le frustrazioni della vita possano essere o senza senso oppure, se le accogliamo nell’attitudine che Gurdjieff era solito definire di ‘sofferenza consapevole’, un’occasione di crescita.

Ma il cammino spirituale non implica solo una accelerazione di quello che naturalmente ci accade con il deterioramento organico; esso può produrre anche alcuni dei sintomi e delle sensazioni della vecchiaia. Penso che sia questa l’esperienza che si riflette nelle fiabe, in quello che potremmo chiamare il tema ‘Rip van Winkle’. Tipicamente, l’eroe viaggia verso una terra incantata, al di là del tempo (lo stadio illuminativo del viaggio) e quando ritorna trova la sua città in rovina e nessuno di quelli che aveva conosciuto ancora vivo, dato che molte generazioni sono trascorse. Quindi anche lui, all’improvviso, invecchia rapidamente e muore. Ciò non significa che avrebbe dovuto rimanere nella terra incantata ma che questo è quello che accade nel corso del cammino interiore: il racconto richiama la conoscenza di quello stadio del processo di trasformazione nel quale l’individuo, dopo essere ritornato nel mondo ordinario, diventa consapevole del suo invecchiamento e della sua morte psicologica.

Anche Ulisse assomiglia ad un vecchio quando ritorna ad Itaca, anche se Omero ci dice che è stata la Pallade Atena a travestirlo così. Le sue navi, a questo punto, sono tutte affondate e tutti i suoi uomini morti, ed è del tutto chiaro che il suo viaggio di ritorno dopo la conquista di Troia e la liberazione di Elena, è un ulteriore resoconto dell’‘oscura notte dell’anima’. È esausto di quello che sembra un viaggio interminabile, anela di essere a casa e finalmente vi arriva, come un vecchio mendicante, al penultimo stadio del suo cammino verso casa.

Anche il Faust di Goethe è basato sul tema del cadere per risalire. Quando Faust muore e Mefistofele sta per prendere la sua anima, questa gli sfugge all’ultimo momento, e così Faust è salvo; Goethe è stato criticato per questo espediente da ‘deus ex machina’, ma io penso che ciò rifletta una profonda saggezza, perché forse solo quando pensi di essere perduto puoi essere salvato. Devi arrivare proprio sino alla fine.

Tra le allegorie del viaggio spirituale, comunque, è forse la Minhaj Al-Abidin (La via della devozione), di Al-Ghazali, quella che comunica meglio il tema che sto illustrando – quello di uno sviluppo spirituale che non sia solo un morire prima della morte ma anche, ad un certo suo stadio, un invecchiamento prematuro. Come Farid ad-din Attar aveva fatto prima di lui nel suo Il verbo degli uccelli, Al-Ghazali – che scrive nell’undicesimo secolo – parla di sette vallate che colui che cerca deve attraversare nel cammino verso la sua meta. Solo la prima di queste, la ‘valle della conoscenza’, è apparentemente positiva; da qui in poi la via conduce verso il basso, un po’ come nelle stazioni della via crucis. La seconda è chiamata ‘valle del pentimento’ e possiamo ipotizzare che corrisponda al processo di revisione della propria vita che si verifica spontaneamente con il procedere dell’età. È seguita dalla ‘valle degli ostacoli’ dove colui che cerca dovrà affrontare quattro problemi psicologici: ansiosa preoccupazione per la sopravvivenza, come conseguenza del proprio ritiro; dubbi e inquietudini per le vicende personali; preoccupazioni, sofferenze e umiliazioni per mancanza di contatto sociale (perchè quando un uomo vuole servire Dio, Satana lo attacca), e avvenimenti spiacevoli e sofferenze inaspettate come conseguenza del proprio destino. Tutto questo non ricorda i problemi della vecchiaia? Da qui il misero fedele procede verso la ‘valle delle tribolazioni’, dove gli viene comandato di essere paziente nelle sofferenze e gioioso nella sottomissione al volere di Dio; quindi nella ‘valle terribile’ e in quella ‘abissale’ – prima di poter giungere alla ‘valle degli inni’ dove «mortale com’è, ha cercato di cantare nel modo migliore le canzoni di preghiera all’essere immortale».

Lo schema generale di questo processo è quello di una luna di miele spirituale (paragonabile allo stadio ‘illuminativo’ descritto dalla Underhill) seguito da una discesa fino al punto in cui, come per un cambiamento di prospettiva, il viaggiatore si ritrova sulla cima. Questo comporta, più che un cadere per risalire, una caduta che, in sé, è stata per tutto il tempo una risalita mascherata, o un unico processo di caduta-risalita, del quale solo una delle due, la prima, è evidente sino alla fine. Questo aspetto della comune odissea umana è comunicato da Dante quando descrive il viaggio dalla foresta oscura al Paradiso terrestre come una linea retta che passa attraverso il centro della terra: fino a questo punto è una discesa agli inferi, dopo, una risalita verso la cima del Monte Purgatorio.

La stessa osservazione a proposito dello schema del processo di spiritualizzazione si ritrova nel lavoro di un poeta cileno contemporaneo. Il cielo nella fontana di David Rosenman Taub consiste in una serie di venti ‘stazioni’ che corrispondono a esperienze tra la morte (che avviene nel primo verso del libro) e quello che tradizionalmente viene chiamato il Regno, e che in questo libro è el prado, il prato. Il cielo nel poema è la vita, e la fontana, un mondo di riflessi o echi, è uno stadio intermedio che l’anima deve attraversare nel suo cammino verso una condizione che non è né vita né morte, eppure è tutte e due. La storia esteriore è quella di una ragazza di 15 anni – Jesusa – che attraverso le venti stazioni che compongono il poema, va sempre più a fondo nella fontana fino giungere alla ‘cima più alta’ che sta nel fondo, poiché nel mondo dei riflessi il punto più basso è il più alto. Allora si strappa il cuore, lo inchioda e procede senza un’identità. È diventata nulla e può quindi andare avanti verso il prato, del quale si dice che «concede quello che più desideri». Come nel poema di Al-Ghazali anche in questo testo contemporaneo lo schema del viaggio è quello di scendere in basso fino alla cima più alta. Contiene un ricco racconto fenomenologico della ‘oscura notte dell’anima’, un’auto-costruzione che è l’aspetto meno apparente (fino alla fine) dell’auto-distruzione.

Se il processo di spiritualizzazione è un processo di crescita che si sostiene attraverso il deterioramento oppure un processo di rigenerazione che si nutre di decomposizione – una vita superiore che si ciba del sacrificio del corpo e della parte materiale della mente –, implicando, in effetti, una specie di morire prima della morte, una conseguenza si pone in modo naturale: l’invecchiamento non è allora l’aspetto esteriore e la base che la natura ci ha dato della nostra evoluzione spirituale, la nostra preparazione incorporata alla morte o la nostra naturale educazione alla trascendenza?

E forse ciascuno di noi conosce persone che davvero sono diventate naturalmente sagge quando si sono avvicinate alla loro fine: più capaci di discernere tra il sostanziale e l’effimero, meno preoccupate della propria immagine, meno paurose, meno dominate– in breve – da quello che le psicologie tradizionali asiatiche chiamano l’ego, la mente di ristrette vedute. Ho avuto occasione di vedere questo in mia madre che, in un certo senso, ha iniziato a vivere dopo i sessant’anni e anche nell’invecchiamento di un genio, Albert Tótila, che è stato uno dei pochi a sperimentare il Calvario e la rinascita spirituale nel mezzo della propria vita. Era molto conosciuto in Cile come scultore, anche se il suo più importante e ampio lavoro poetico in tedesco rimane tuttora ignorato. All’età di 72 anni ebbe un ictus cerebrale e il suo computer biologico iniziò a cedere – eppure ho avuto con lui alcune delle conversazioni più profonde  proprio nel momento in cui le sue capacità intellettuali erano peggiori. Una volta gli chiesi se era felice di essere sopravissuto. Come ho già detto, era uno di quelli che molto presto nella vita era ‘morto prima di morire’, eppure più di una volta lo sentii dire nella sua vecchiaia (ma prima dell’ictus) «che ci faccio qui, sospeso in questo vecchio corpo? Ho già fatto la mia parte». Ma questa volta, da invalido, mi disse: «Non avrei mai voluto perdermi questi anni. La vita è un’evoluzione della coscienza e la coscienza cresce continuamente».

In altri casi, lo sappiamo, la vecchiaia non sembra altro che una disgrazia. Ma non è lo stesso cammino spirituale a sembrare una disgrazia quando ci troviamo nel mezzo della sua ‘notte oscura’?

Se il processo innescato dalle tecniche psico-spirituali è simile a quello che potenzialmente può essere il processo naturale, questo non suggerisce che anche la forma del processo – un cadere per risalire o un cadere verso il punto più alto – sia simile, e che forse possiamo addirittura riconoscervi gli stessi stadi?

La conseguenza di tutto ciò è quello che gli hindù hanno applicato molti secoli fa nel prescrivere per la vecchiaia la sola responsabilità del sanyasin, colui che ha rinunciato a tutto e rivolge la sua attenzione esclusivamente al trascendente. Applicata ai giorni nostri questa visione dell’invecchiamento implicherebbe, tra le altre cose, che gli ospizi per gli anziani diventassero, in certa misura, delle scuole spirituali.

[Traduzione di Paola Zamparo]

© Riproduzione riservata

Claudio Naranjo

Claudio Naranjo ha insegnato Religioni comparate, Psicologia dell’arte, Psichiatria sociale e Psicologia umanistica in molte università americane. È autore di numerose opere tra cui 'La via del silenzio e la via delle parole' (Astrolabio, Roma 1999), 'Cambiare l’educazione per cambiare il mondo' (Forum, Udine 2006) e 'Per una gestalt viva' (Astrolabio, Roma 2009).

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