Pubblicato in: n. 03 Vecchio_nuovo /

La vita come progetto creativo continuo

di Alessandra Santin

«Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo».
Hannah Arendt

Il titolo di questo contributo pone l’accento su alcune specificità della cultura occidentale: il progressivo allungamento della durata della vita; la qualità della vita stessa – intesa come valorizzazione della soggettività umana in termini di originalità, creatività e libertà personale; la consapevolezza che l’orizzonte umano (unico e irripetibile) va compreso dando valore alla differenza e al cambiamento.

Ciò significa rispetto e scrittura di regole nuove aperte al riconoscimento del contesto e delle esigenze soggettive. Ciascuno, infatti, risulta essere portatore di possibilità, di desideri e di relazioni diverse, e spesso nuove, in rapporto alla sua età e alle condizioni determinate dalla momentanea realtà della vita, in ambito personale e familiare, politico, sociale, economico.

Per Maria Zambrano la caratteristica principale della donna e dell’uomo contemporanei, gravati dalla responsabilità di «farsi la loro vita», è quella di essere «non terminati, non finiti». Nascendo, infatti, l’uomo rientra nel processo delle cose che mutano e che si trovano sempre tra il non-essere-ancora e il non-essere-più. Ciò significa che ciascuno, nella forma del divenire, si ritrova ad essere sempre nuovo e sempre contemporaneamente vecchio.

Dare forma al tempo della propria vita, accettando la condizione del cambiamento, richiede capacità di progettare, di prevedere, di utilizzare forme e stili comunicativi in modo creativo; richiede consapevolezza del senso del limite, desiderio di usare in modo personale e diverso il proprio sguardo sul mondo, soprattutto quando le contingenze lo impongono, il piacere lo prevede, il vecchio/nuovo lo esige.

La complessità del divenire pone in campo la questione di un nuovo metodo della conoscenza e dell’autoconoscenza – metodo inteso non solo in senso epistemologico, ma innanzitutto in senso esistenziale – che, come dice ancora la Zambrano, consenta «ascolto alla propria presenza, al mondo, agli altri, al tempo» in divenire.

Per chiarire ed esemplificare questa modalità di lettura è possibile osservare il ritratto che l’artista David Hockney fa alla propria madre. Plurimo e dinamico appare subito il rapporto tra artista e soggetto. Le 112 fotografie polaroid che compongono quest’opera testimoniano la necessità e la complessità dell’azione di sintesi interpretativa dell’uomo quando incontra l’‘altro’. Molteplice è la visione, mutevole la luce, in movimento il soggetto ritratto e l’animo e lo sguardo di colui che legge e crea. Sempre, infatti, si tratta di creazione. Non c’è possibilità di riproduzione oggettiva così com’è impossibile zittire il proprio sentire. La madre non è vista una volta sola ma ancora e ancora. Forse il suo volto è reclinato e colpito dalla luce obliqua della sera o forse è eretto e rivolto verso l’esterno e il lontano. Un suo occhio guarda, l’altro ricorda. È qui e altrove contemporaneamente, è descritta ed evocata contemporaneamente e, contemporaneamente, è forma e configurazione.

Tutta l’opera è dialogo tra spazio bidimensionale e realtà, tra forma dei soggetti e forma del luogo, del tempo e dei mezzi utilizzati. È non solo prodotto di una visione ma restituzione del processo relazionale che è avvenuto e che ancora continua ad accadere.

Questa attenzione alla dimensione processuale e al divenire vuole in qualche modo essere indicativa di una metodologia dell’incontro, mai conclusa, sempre rivolta al cambiamento, al relativo, al possibile. La bellezza non sta nella ‘conclusione’ definitiva ma nell’armonia della visione presente nello sguardo e nella mente di colui che crea, come anche di colui che fruisce dell’opera d’arte, dell’altro, del mondo.

Tutto questo significa che ciascuno deve prestare piena attenzione al mondo liquido in cui fluisce la vita dell’essere e a tutte quelle modalità che mai si sottraggono alla corrente del tempo.

Questa forma di relazione con il mondo, che la Zambrano definisce con il principio di ‘entrare nella realtà’, pare avvenire in modo più semplice quando l’uomo/la donna, raggiunta l’età ‘libera’, si muove con maggiore leggerezza entro la dimensione di un quotidiano non più scandito dagli impegni improrogabili dettati da ruoli e lavori, e riflette sulla possibilità di sciogliere quei legami del ‘dover essere’ previsti dal contesto sociale e familiare.

Per conoscere l’essere uomo/donna nel fluire del tempo, la pedagogia contemporanea ha offerto interessanti chiavi di lettura del processo di invecchiamento e ha permesso, allo stesso tempo, di rilevare le modalità tipiche in cui si declina e si diversifica l’esistenza umana in relazione all’età, e alla vecchiaia in particolare. Quest’ultima instaura con il mondo circostante vissuti complessi e variegati, dato il potenziale di risorse che ciascuno di noi possiede e che è pronto ad emergere ed attualizzarsi proprio in situazioni di limite.

Si è visto che le modificazioni che accompagnano l’invecchiamento (ad esempio l’abbassamento della vista, l’attenuazione della capacità di resistenza o forza fisica, ma anche la perdita delle figure parentali e affettive, le diverse e labili capacità di memorizzare elementi nuovi), obbligando ad abbandonare modi di essere noti e consolidati (vecchi), permettono – e a volte costringono – di attivare possibilità impreviste ed alternative (nuove), insieme alla scoperta di dimensioni precedentemente trascurate.

In altre parole, la persona anziana si trova di fronte alla necessità di modificare il proprio progetto di vita e, nell’affrontare l’inevitabile mutamento dell’ambiente e del proprio panorama relazionale, tende a rivolgersi in modo creativo ad ogni forma di linguaggio comunicativo possibile (danza, teatro, pittura, cinema, musica e via dicendo).

«Per l’anziano si tratta di utilizzare le perdite in un progetto di vita caratterizzato anch’esso da mutamento, movimento, complessità, dove la dimensione dell’attesa viene inglobata in un più ampio disegno che consente di assumere la senilità come momento di verifica e di cambiamento del progetto esistenziale stesso» sostiene Pinto Minerva (Il tempo della vita. L’essere diversamente della vecchiaia, in Pedagogia al limite, a cura di P. Bertolini e M. Dallari, Firenze 1988), sottolineando come tale forza dipenda, però, dai modi con cui si è costruito l’intero processo vitale soggettivo, dalle determinanti educative e socio-ambientali e dal contesto culturale di appartenenza.

La scelta di un progetto creativo come canale comunicativo privilegiato getta nuova luce su un campo di ricerca ancora tutto da esplorare e legato alla partecipazione dell’uomo, e dell’anziano in particolare, alla vita sociale. In questo senso la creatività appare espressione di libertà lungo l’intero corso della vita verso un futuro libero dal peso insostenibile dell’infinito.

© Riproduzione riservata

Alessandra Santin

Alessandra Santin è cultore di Pedagogia presso le Università di Padova e Trieste. Si interessa alla formazione di animatori professionali e culturali, esperti di metodologie, valutazione e comunicazione.

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